Il punto

La Silicon Valley «hippie» è finita, ora è il momento dell'apocalittica Palantir

I colossi tech USA si stanno allineando alla visione securitaria di Donald Trump – Il ruolo e la filosofia dell'azienda di Peter Thiel
© CdT/Gabriele Putzu
Tommy Cappellini
Tommy Cappellini
08.02.2026 14:02

Tra le aziende che stanno innervando e costruendo gli Stati Uniti della seconda presidenza di Donald Trump - e del prossimo ventennio almeno - c’è di sicuro Palantir, fondata nel 2003 con pochi capitali da una manciata di soci fra cui il venture capitalist PeterThiel. Ormai Palantir, la cui sede centrale europea è a Zurigo, è diventata un colosso tecnologico (dal 2024 è nell’indice S&P 500) ma la strada è stata lunga e tortuosa. I primi anni era guardata persino un po’ storto. Come oggi, ma per motivi diversi.

La Silicon Valley dell’epoca, infatti, preferiva promuovere di sé il lato meno preoccupante, per così dire il lato più «hippie» e sentimentale (sull’onda lunga dei Microservi di Douglas Coupland, vecchio Feltrinelli ormai fuori commercio, un romanzo che letto ora è un po’ il «come eravamo» di quei tempi:ingenui). Per dirne una, Mark Zuckerberg veniva elogiato da quasi tutti come il compagno di classe fuoricorso che ce l’aveva fatta, l’«amicone» geniale che ci forniva gratis (?) un album digitale dove postare le foto delle vacanze, promuovere i nostri prodotti e rimorchiare le ragazze. Siamo andati avanti parecchio così, immersi nell’immaginario «positivo» della Silicon Valley.

Giovani geniacci in felpa

Palantir lavorava, invece, già su quell’altra sponda:l’intelligence. Era sostenuta da contratti governativi. Era «antipatica». Era il lato oscuro del web, su cui pochi si interrogavano.

Oggi, invece, le domande hanno preso a fioccare. I tempi si sono rabbuiati. Dopo un lustro trascorso - solenne distrazione politica di massa - ad azzuffarsi virtualmente sul woke, sulle statue di Colombo e sulla gravidanza maschile, la seconda presidenza Trump sta mostrando indirettamente che la Silicon Valley non era poi quell’allegra congrega di giovani geniacci in felpa, anarchici e disruptive. Di manipolazione e di controllo sociale si è sempre trattato, fin dall’inizio, anche negli anni «spensierati» dell’internet. Controprova:i CEO delle Big Tech si sono tutti allineati alla cerimonia di re-insediamento di Trump.

Al fronte

Palantir si occupa di sviluppare software di analisi avanzata dei dati per integrare, correlare e interpretare grandi quantità di informazioni complesse. Opera nei settori della Difesa, della sicurezza e della pubblica amministrazione. Le sue piattaforme aiutano a individuare patterns nascosti, a supportare decisioni strategiche e a prevenire rischi.

Alcuni esempi tra i più discussi, giusto per scendere nel concreto. Nelle recenti proteste di Minneapolis, Palantir ha fornito all’ICE, con cui ha contratti di lunga durata, software di sorveglianza come ImmigrationOS, che aggrega e analizza informazioni sulle persone e i loro movimenti a scopo di identificazione, arresto e remigrazione. Secondo alcuni analisti, questo apparato di sorveglianza avrebbe un’estensione molto maggiore, con effetti sulla formazione del legittimo dissenso politico (potendo vederlo nascere, infatti, si riesce a infiltrarlo e destrutturarlo in mille modi).

In Ucraina e a Gaza

In Ucraina, Palantir ha fornito al Governo, tra gli altri, Palantir Gotham, un software di raccolta e analisi dei dati a supporto della kill chain. Il programma fa un’analisi storica dei movimenti, dei patterns comportamentali e della situazione effettiva sul terreno, fa una stima probabilistica della presenza nemica e dà suggerimenti operativi. Talvolta, i decisori umani finiscono per non farsi scrupoli (sedotti dalla modalità «premi, bombarda e amen», un wargame raggelante). Come che sia, sul fronte ucraino Palantir fa geopolitica in purezza.

Nella Striscia di Gaza, la stessa musica. Palantir è stata integrata nelle capacità tecnologiche dell’esercito israeliano tramite un accordo strategico firmato a gennaio 2024. All’interno di un campo di battaglia non convenzionale, un contesto urbano iper-denso, Palantir ha sviluppato un controverso sistema di valutazione che assegna a ogni possibile bersaglio un punteggio probabilistico non binario. In altre parole, si sposta il focus del decisore umano da «è un nemico da colpire?» a «supera la soglia di allarme?». Zona grigia rischiosissima, fitta di civili e di bambini. In questo sistema sarebbero rimasti impigliati - massacrati - non pochi innocenti.

Un po’ di filosofia

Sarebbero, queste, vicende e riflessioni da cronaca nazionale o bellica se non fossero rivelatrici di una enorme e crescente capacità di raccolta dati, di targeting e di controllo sociale che un giorno potrebbe riguardare ciascuno di noi (per i più ottimisti:ricordarsi dei tempi pandemici). Non bastasse, dietro queste attività c’è una precisa visione politica e filosofica dell’umanità che, come si diceva, durerà a lungo, anche dopo Trump, poiché molto consona al Pentagono, appena rinominato, guardacaso, «Dipartimento della guerra».

L’essenza di tale visione la si può trovare in un breve saggio scritto proprio da PeterThiel nel 2007: Il momento straussiano, uscito da poco in italiano per Liberilibri. È un testo non facile ma dirimente per capire il nostro presente e l’imminente futuro, non solo USA. Per tacer del fatto che sono pochi i multimiliardari che si assumono la fatica di inquadrare filosoficamente, con rigorosità di concetti e di linguaggio, le proprie attività. Certo, da perfetto venture capitalist Thiel usa il proprio appeal filosofico anche per promuovere mercati in divenire o che ancora non esistono.

I nuovi paradigmi del potere

L’edizione italiana del Momento straussiano è curata da Andrea Venanzoni, costituzionalista, saggista, studioso della politica USA e dei nuovi paradigmi del potere, dalla «tecnodestra» agli algoritmi dietro le grandi piattaforme web. A lui abbiamo chiesto, innanzitutto, il perché di questa pubblicazione così tardiva eppure, paradossalmente, attualissima: «Il saggio di Thiel, spiega Venanzoni, risale a un convegno tenutosi all’università di Stanford nel 2004, l’anno successivo alla fondazione di Palantir. Era in onore di René Girard, il grande filosofo della violenza mimetica e del capro espiatorio. Tra i relatori c’era lo stesso Thiel, suo ex allievo. Dettaglio biografico rilevante. La filosofia di Girard connette teologia, politica e apocalisse. Al convegno, lo stesso Girard fece una riflessione sugli attentati alle Torri gemelle del 2001, che furono il vero punto di inizio della deriva securitaria degli USA».

Chi c’era, ricorda. L’arrivo sulla scena pubblica della figura del «martire della jihad» scardinò in un attimo l’illusoria certezza che ogni terrorista volesse, alla fin fine, salvarsi la vita. Fu uno shock. Le vecchie politiche di sicurezza ammutolirono. Gli attenati di New York furono davvero l’irruzione di una violenza apocalittica e di una forma di sacro in un contesto occidentale laico e languido, fiducioso se non stordito da una globalizzazione a senso unico. Thiel procede da tutto questo («L’undici settembre è il momento in cui la nostra pace si è spezzata») e dalla riflessione girardiana sulla violenza, innestandovi una carismatica, e opportunistica per i propri business, dimensione transumanista.

La storia occulta e più reale

«L’edizione italiana de Il momento straussiano, continua Venanzoni, nasce da un mio intervento su politica e mondo digitale tenuto a Roma e in cui ho citato questo saggio come il manifesto della ‘nuova’ Silicon Valley, quella che non solo ha sostenuto Trump nella seconda campagna elettorale ma che poi è diventata parte integrante della sua amministrazione. Con Liberilibri ci siamo detti che la traduzione del Momento straussiano non si poteva più rimandare. Abbiamo visto giusto:il saggio è molto letto».

Il titolo del libro fa riferimento al filosofo ebreo tedesco, poi naturalizzato americano, Leo Strauss (1899-1973 ). Cioè al pensatore che ha plasmato il conservatorismo statunitense dagli anni Sessanta in poi. Tra le principali idee di Strauss, quella di una Storia occulta e più reale, priva di false pacificazioni, di un pensiero filosofico e politico parallelo, maturato negli scritti di una ben precisa genìa di pensatori, e di una «scrittura reticente», in fin dei conti esoterica, necessaria a far intendere che sulle questioni davvero importanti (religione, virtù, natura umana)non ci sarà mai né un accordo né una pacificazione globale.

Di ciò i politici neocon hanno fatto tesoro fin dall’epoca di Ronald Reagan, per tacer di quella di George W. Bush, quando divenne chiaro, dopo il nine eleven, che le idee di Strauss avrebbero potuto finalmente incarnarsi nella politica estera USA. Thiel era già in prima linea per carattere, per formazione e come imprenditore. Aveva già perso, con Strauss, Girard e CarlSchmitt, l’illusione che la violenza si sconfigga smettendo di parlarne. «Il libro di Thiel, spiega Venanzoni, è anche di critica verso una certa democrazia. Una delle frasi più famigerate dell’autore è proprio questa:democrazia e libertà sono diventate incompatibili. Ma è un pensiero che va interpretato in una prospettiva libertaria. Thiel teme che la tirannia della maggioranza porti alla tirannia vera, che i capricci delle masse portino a una democrazia solo oleografica, che vi sia una fase di degenerazione della democrazia dovuta al populismo, con alla fine politiche deboli e quasi solo di redistribuzione, con pesanti aspetti feudali e di limitazione della libertà stessa. Ai suoi occhi è lui stesso il vero libertario, non i personaggi che hanno reso famosa la Silicon Valley. Da qui il suo sostegno a una tecnologia securitaria utile, per usare controverse parole del CEOdi Palantir Alex Karp, a proteggere la massa da se stessa».

JD Vance alla Casa Bianca

Sono distinzioni difficili da cogliere per un europeo. «Quello di Thiel, dice Venanzoni, non è un peana all’autoritarismo, non va letto strumentalmente come un manifesto per una tirannia. Piuttosto, bisogna tener presente la distinzione valoriale e filosofica che innerva gli Stati Uniti fin dal Settecento: quella fra repubblica e democrazia. Ancora oggi si possono sentire americani dire che loro vivono in una repubblica ma non in una democrazia, poiché pensano che la democrazia sia, nei fatti, quella giacobina, contigua al socialismo. E non ne hanno una grande opinione. Aggiungo che spesso chi scopre il pericolo di questa nuova «versione militare» della Silicon Valley si dimentica che essa nasce dai finanziamenti di quello che si chiamava Dipartimento della difesa e che Internet stessa è nata all’ombra della Guerra fredda. La sopraggiunta postura guerriera della Silicon Valley è dunque più coerente con le sue origini, ben più che quella tenuta a lungo da Google. Anche Trump se ne è accorto. All’inizio, la Silicon Valley gli stava antipatica, poi ha accettato di prendere con sé JD Vance, uomo vicino a Thiel, e di aprire la sua seconda Casa Bianca a tutto quel mondo tech che va dalle criptovalute all’intelligenza artificiale».

Si capisce adesso come l’inquietante durezza della politica di Trump sia affine all’ancor maggior durezza - inumana e costitutivamente senza pietà - del digitale. Entrambi hanno bisogno di un nemico.

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