Ambiente

«La spazzatura è ancora troppo piena»

In Svizzera l'obiettivo di dimezzare gli scarti alimentari entro il 2030 è ancora lontanissimo – Perché siamo così indietro rispetto agli altri Paesi europei?
© CdT / Chiara Zocchetti
Mauro Spignesi
Andrea Stern
Mauro SpignesieAndrea Stern
22.02.2026 06:00

Il calo c’è, ed è del 5 per cento. Cioè basso, molto basso. E comunque davvero lontano da quello immaginato, previsto dalla Confederazione, in linea con gli Obiettivi di Sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite che punta a dimezzare entro il 2030 lo spreco alimentare. Il rapporto intermedio dell’Ufficio federale dell’ambiente avverte che c’è un miglioramento nelle abitudini delle famiglie e delle imprese e dunque sta crescendo la consapevolezza che sprecare è dannoso per tutti. Questo è il lato positivo della faccenda. L’altro, quello negativo, dice che i valori restano alti. Perché? «Il piano d’azione dell’Ufficio federale dell’ambiente contro lo spreco alimentare è un buon inizio, ma non basta», conferma Simonetta Caratti, portavoce del Tavolino magico in Ticino, l’organizzazione di volontari che gestisce una piattaforma per la raccolta e la cernita del cibo a Cadenazzo e 18 centri di distribuzione (160 a livello nazionale) in tutto il Cantone che alimentano una quindicina di mense sociali (in totale circa 3mila persone indigenti ogni settimana hanno potuto beneficiare di un sostegno alimentare concreto).

Ridare valore alle risorse

«In Svizzera buttiamo un terzo di cibo: 2,8 milioni di tonnellate all’anno, 330 chili a testa. Le economie domestiche causano il 30 per cento di questo spreco, probabilmente perché possiamo permettercelo. Per cambiare davvero - spiega Caratti - dobbiamo ridare valore al cibo e alle risorse che servono per produrlo». Tavolino magico salva 8.500 tonnellate di alimenti l’anno e sensibilizza scuole e aziende. «Facciamo un lavoro enorme, che però resta una goccia nell’oceano degli sprechi. Serve - commenta Simonetta Caratti - una campagna nazionale promossa dalla Confederazione che cambi in modo duraturo come acquistiamo e consumiamo. Solo così uno spreco strutturale può diventare un vero cambiamento culturale».

Date di scadenza da interpretare

Ogni persona che vive in Svizzera, secondo un rapporto del 2024 del Programma delle nazioni unite per l’ambiente, spreca cibo per un valore che si avvicina a 600 franchi all’anno. Soldi che incidono nei bilanci familiari, dove alla voce spesa alimentare è destinato dal 7 all’8 per cento del reddito complessivo. Dentro questi numeri ci sono sfaccettature e varianti differenti. Ad esempio, una interpretazione errata delle date di scadenza nelle confezioni (circa il 20 per cento secondo uno studio dell’Università di Zurigo), o una spesa eccessiva e superiore ai reali bisogni di una famiglia o di una persona, di scorte eccessive dei supermercati e dei negozi o di prodotti non utilizzati e andati a male nei ristoranti.

Secondo l’Ufficio federale dell’ambiente «dei 2,8 milioni di tonnellate, circa 380 000 tonnellate di perdite alimentari si verificano all’estero, ossia nella produzione di cibo importato dalla Svizzera. Inoltre, circa 240 000 tonnellate di perdite alimentari evitabili si verificano in Svizzera nella produzione di cibo destinato all’esportazione. Queste sono prese in considerazione nella prospettiva di smaltimento, ma non in quella di consumo».

Anche i Comuni in prima linea

E questo avviene a fronte di un impegno su più piani che va dalle grandi catene di distribuzione, ognuna delle quali ha un suo programma, sino alle economie domestiche. Passando per organizzazioni come il Tavolino Magico, Madame Frigo, o Basta Poco, l’associazione dei consumatori (Acsi) attiva anche durante la Giornata internazionale della consapevolezza sulle perdite e gli sprechi alimentari, o Comuni che stanno portando avanti il progetto «Comune Zero Rifiuti» proprio con l’Acsi «che prevede una riduzione del 10% dei rifiuti solidi urbani nell’arco di due anni».

Questi sforzi che stanno portando comunque a una interessante sensibilizzazione evidentemente non bastano. Due anni fa l’impresa di origine danese «Too Good To Go», che ha inventato una applicazione conosciuta in molti Paesi (vedi box), ha stilato una sorta di classifica dei cantoni più virtuosi, cioè quelli che in rapporto al numero di abitanti hanno buttato nella spazzatura meno cibo. In cima alla lista ci sono Basilea Città, Zurigo e Argovia. I tre cantoni con più sprechi sono invece Nidvaldo (24esimo), Glarona (25esimo) e Uri (26esimo). Il Ticino è ventunesimo. Segno che resta molta strada da percorrere.

Al lavoro sul prossimo rapporto

«L’esperienza mostra che spesso manca la consapevolezza di quanto si possa risparmiare riducendo lo spreco alimentare», afferma Claudio Beretta, scienziato ambientale all’Università di scienze applicate di Zurigo (ZHAW) e co-autore del rapporto intermedio sul piano d’azione nazionale contro lo spreco alimentare, pubblicato nell’ottobre scorso per conto dell’Ufficio federale dell’ambiente (UFAM).

Insieme ai colleghi, Beretta già sta lavorando al prossimo rapporto. Che, purtroppo, non sarà quello definitivo. «Siamo ancora molto lontani dall’obiettivo di ridurre lo spreco del 50% - osserva -. Solo a quel momento potremo stilare un rapporto definitivo. Il prossimo rapporto dovrebbe essere pubblicato nel 2028 ma se andiamo avanti di questo passo sarà molto verosimilmente ancora un rapporto intermedio».

Paesi Bassi e Inghilterra esempi virtuosi

In Svizzera, secondo Beretta, la campagna contro lo spreco alimentare viene condotta in maniera troppo timida per poter sperare in risultati più ambiziosi di quel -5% raggiunto finora. «Per l’anno prossimo l’Ufficio federale dell’ambiente pianifica un’azione di sensibilizzazione insieme a foodwaste.ch e United against Waste - spiega il professore -. È un passo nella giusta direzione. Ma è ancora poco, se lo si confronta con quanto è stato fatto in altri Paesi. Penso per esempio ai Paesi Bassi, dove già da diversi anni si tiene annualmente una Food Waste Free Week, che ha permesso di ottenere risultati molto più importanti rispetto ai nostri. Penso anche all’Inghilterra, dove sono state condotte campagne estese che hanno permesso una riduzione del 20% nel giro di cinque anni. Questo è un ottimo business case, a mio modo di vedere. Perché è stato dimostrato che il risparmio è almeno otto volte superiore rispetto all’investimento».

Necessaria una spinta

Ridurre lo spreco alimentare porta vantaggi sia all’ambiente, sia al portafoglio. Tuttavia, ci sono ancora tante aziende e tanti consumatori che perseverano nelle vecchie abitudini. «Ci vuole una spinta, ci vogliono degli incentivi - sostiene Beretta -. Per esempio, nel settore della gastronomia lo Stato ha finanziato per il 50% un coaching destinato alle aziende. Questo ha fatto sì che diverse aziende vi partecipassero e realizzassero così il grande potenziale di riduzione dello spreco alimentare. A seguito di quel coaching, ci sono aziende che hanno più che dimezzato il loro spreco nel giro di pochi mesi. Realizzando di conseguenza importanti risparmi».

Alla fine ci guadagnano tutti

Quel che serve, conclude Claudio Beretta, è la consapevolezza. Dopodiché tutto diventa possibile. «Ci sono generi alimentari per i quali è più difficile ridurre lo spreco, in particolare quelli a breve conservazione come la carne o il pesce - spiega -. È chiaro che non si possono fare compromessi con la sicurezza alimentare. Però anche qui si possono trovare soluzioni creative. Per esempio, Coop ha iniziato a congelare e a vendere a prezzo fortemente ridotto la carne che in precedenza veniva buttata via. C’è voluta una grande pressione mediatica per arrivare a questo risultato ma alla fine ha funzionato. E oggi tutti ci guadagnano, sia il grande distributore, sia il consumatore, sia l’ambiente».

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