Economia

La spirale dei debiti pubblici

Gli USA predicano bene ma razzolano male - E anche in molti altri paesi i conti non vanno
Lino Terlizzi
05.09.2026 16:30

Il segretario al Tesoro americano, Scott Bessent, nei giorni scorsi durante il summit finanziario negli USA del Gruppo dei 20 (G20) ha affermato che «il mondo è sommerso dal debito dopo la crisi finanziaria globale e dopo il Covid», aggiungendo che «l’unico modo per uscirne è quello di crescere». Sono affermazioni da vedere da vicino. La prima anche perché è molto contraddittoria, viene infatti da un pulpito, quello dell’Amministrazione Trump, che sta aumentando il già alto indebitamento americano. La seconda anche perché rappresenta un’idea sul debito che è tanto diffusa quanto incompleta; in altre parole, l’aumento del Prodotto interno lordo (PIL) è positivo anche per il versante dell’indebitamento pubblico, sì, ma l’esperienza mostra che non basta, che occorre anche ridurre le spese pubbliche eccessive e improduttive.

Le cifre a livello mondiale

Il debito totale - che somma quello di imprese, famiglie, Stati - nel mondo è attualmente, a seconda delle diverse stime delle istituzioni economiche, nell’ampia fascia 310 mila-350 mila miliardi di dollari USA. Assumendo la stima di un PIL mondiale 2026 attorno ai 120 mila miliardi di dollari, ciò significa che il debito totale rappresenta tra il 250% e il 300% dello stesso PIL globale. Le valutazioni più diffuse indicano che circa i due terzi del debito totale fanno capo a imprese e famiglie e che circa un terzo (attorno ai 110 mila miliardi di dollari) fa capo agli Stati, è debito pubblico. Nei casi in cui supera le capacità economiche di un’impresa o di una famiglia, anche il debito privato naturalmente produce problemi. Occorre vigilare anche sul livello complessivo di indebitamento privato. Ma parliamo appunto di debiti che sono privati. Il debito pubblico è invece a carico di tutti i contribuenti ed è decisivo per il grado di affidabilità dell’intero Sistema Paese.

Per il Fondo monetario internazionale (FMI), il debito pubblico mondiale sarà quest’anno al 95,3% del PIL globale, molto sopra l’82,1% del 2019, ultimo anno pre pandemia. Sono molti i Paesi che hanno contribuito all’incremento dell’indebitamento pubblico negli anni e tra questi ci sono in prima fila anche le due maggiori economie mondiali, Stati Uniti e Cina. Quest’ultima è ora al 106,9% del PIL. Se si guarda ai Paesi sviluppati che fanno parte del Gruppo dei 7 (G7), si può vedere come per l’FMI il debito pubblico sia per quest’anno in Giappone al 204,4% del PIL, in Italia al 138,4%, negli Stati Uniti al 125,8%, in Francia al 118,4%, in Canada al 110,7%, nel Regno Unito al 103,6%, in Germania al 64,6%. Lo Stato tedesco come si vede resta tra i meno indebitati, nonostante l’aumento dovuto all’attuale piano di investimenti. La Svizzera, per inciso, rimane tra i Paesi a debito pubblico molto contenuto, con una stima dell’FMI del 38,5% per quest’anno.

Essendo il grado di indebitamento un rapporto tra il debito pubblico e il PIL, ne consegue che aumentando il secondo si può ridurre il grado. È ovvio ed è quanto ha sottolineato anche il segretario (ministro, ndr) al Tesoro USA, Bessent. Ma c’è un ma. L’indebitamento diminuisce se la cifra del debito nel contempo non cresce o cresce meno del PIL; se cresce più di quest’ultimo, l’indebitamento continua a salire. Ed è questo il punto. Va bene puntare sulla crescita del PIL, per molte ragioni compresa la riduzione dell’indebitamento, ma occorre anche che smetta di salire sensibilmente la cifra assoluta del debito. Gli Stati Uniti viaggiano attualmente attorno ai 40 mila miliardi di dollari di debito pubblico, a fronte di un PIL che nel 2026 dovrebbe essere di circa 32 mila miliardi; la crescita economica USA annua è in rallentamento ma è prevista comunque attorno al 2%, tuttavia non basterà per ridurre l’indebitamento se non si fermerà l’incremento della cifra del debito.

Entrate e uscite senza equilibrio

Molti deficit pubblici e molti debiti pubblici salgono perché si protrae nel tempo la mancanza di equilibrio tra entrate e spese pubbliche, con una prevalenza sempre maggiore di queste ultime. Per l’FMI le economie avanzate avranno nel 2026 una media di entrate pubbliche pari al 36,4% del PIL, contro il 35,5% del 2019. La media delle uscite pubbliche sarà invece quest’anno del 41,1%, contro il 38,4% del 2019. Come si vede, l’incremento delle spese è in tendenza maggiore rispetto a quello delle entrate. Si può contrastare questo trend aumentando le entrate, ma se l’aumento è legato a maggiori imposte il rischio concreto è di frenare la crescita economica, specie dove la pressione fiscale è già alta. Nella gran parte dei casi la via più opportuna è quella dei tagli alle spese pubbliche improduttive. Ma è una via molto poco praticata, perché la maggior parte dei Governi non vuole perdere potere e consensi. E così, molti debiti pubblici non scendono come dovrebbero e potrebbero.

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