L'analisi

La strategia di terrorizzare i terroristi

In 90 minuti nel luglio 1976 l'Operazione Thunderbolt cambiò per sempre la lotta al terrorismo - Una lezione ancora molto valida
Il commando israeliano dopo l'operazione (foto d'archivio)
Guido Olimpio
12.07.2026 06:00

Operazione Thunderbolt, la missione che ha cambiato la lotta al terrorismo. Un’azione lontana nel tempo ma che ha trasmesso un messaggio chiaro: si può fare. Ed allora torniamo all’estate di 50 anni fa dove è tutto cominciato.

Il 27 giugno 1976 un commando composto da due palestinesi e altrettanti tedeschi dirotta un jet dell’Air France durante il volo Tel Aviv-Atene-Parigi. Il pilota è costretto a raggiungere lo scalo di Entebbe in Uganda, paese all’epoca sotto il tallone del dittatore Idi Amin. Gli estremisti chiedono in cambio dei passeggeri la liberazione di alcuni loro compagni. Israele, però, non vuole negoziare e lancia l’incredibile blitz a 4 mila chilometri di distanza. Tra il 3 e 4 luglio i soldati liberano 102 ostaggi - 4 invece moriranno - dopo aver raggiunto la pista. Sorprendono i terroristi usando una Mercedes nera identica di Amin, ottengono la collaborazione del Kenya che ha messo a disposizione una sua base come punto d’appoggio, sfruttano vecchi rapporti con il regime locale. Non vanno al buio, sanno molto, restano i rischi. Infatti, nell’incursione perde la vita il leader del team, Jonathan Netanyahu, fratello dell’attuale premier.

L’intero colpo di mano dura circa 90 minuti, con i «pirati» (saliti di numero) neutralizzati insieme ad un gruppo di soldati ugandesi. Vengono distrutti dei caccia per impedire l’inseguimento dei C 130 con a bordo i passeggeri liberati.

L’assalto riuscito è un momento di celebrazione per Israele e, allo stesso tempo, la dimostrazione di come sia possibile reagire ad un ricatto. Segnale reso ancora più forte dalla situazione degli anni di piombo, con il trasporto civile preso di mira in modo costante e i governi costretti a cedere ai ricatti. In realtà, lo Stato ebraico ha già reagito su più livelli: con la caccia ai responsabili della strage alle Olimpiadi di Monaco e l’incursione per liberare gli ostaggi su un jet Sabena a Tel Aviv nel 1972. In quell’occasione tra le teste di cuoio c’era il futuro primo ministro Ehud Barak. Una foto lo mostra travestito da meccanico e con la pistola in pugno sull’ala del Boeing belga. L’obiettivo della strategia è multiplo. Creare un principio di deterrenza. Escludere baratti (anche se poi ve ne saranno). Terrorizzare i terroristi. Considerare ogni opzione al fine di non creare regole di gioco che potrebbero favorire chi semina: accettare sempre lo scambio rappresenta un incentivo per l’avversario.

Il successo di Entebbe è enfatizzato dagli evidenti ostacoli logistici. Raggiungere il target con un intervento a lungo raggio è già un nodo, se poi aggiungi le difficoltà che possono insorgere sul terreno si può bene comprendere l’alto tasso di rischio. Basta poco per finire in un disastro o in una trappola. Lo rivelano altri episodi drammatici.

I tedeschi, con l’aiuto dei SAS britannici, misero fine al dirottamento di un volo Lufthansa a Mogadiscio, nell’ottobre 1977, anche questo compiuto dall’internazionale del terrore. Andò invece male agli Usa, nell’aprile 1980, in Iran quando la Delta Force dovette abbandonare un tentativo di liberare i diplomatici americani. Una tempesta di sabbia e una collisione tra velivoli nel deserto stroncarono sul nascere il raid. Rovescio seguito dalla sconfitta elettorale di Jimmy Carter in un binomio tra aspetti militari e politica che è tornato d’attualità in questi mesi.

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