«La tecnologia ha cambiato il rapporto tra preda e cacciatore»

Il brivido serpeggia negli squilli di cellulari muti per mesi o anni: improvvisamente si rianimano negli stagni di San Vero Milis, in Sardegna: tardive grida d’aiuto o avviso d’avvenuta esecuzione? I telefonini sono quelli di donne scomparse che squillano all’arrivo di un duo poliziesco solidissimo preavvertito anonimamente dal killer e composto dall’ispettrice Viola Zardi e dall’ispettore Daniel Crobu detto Corvo (opposti nella vita ma affiatati nel lavoro), protagonisti di «Il nido del corvo» (Feltrinelli, 352 pagine). È l’ultimo thriller dello scrittore Piergiorgio Pulixi, uno degli autori più importanti della crime fiction in Europa, tra i più venduti (è già ai vertici delle classifiche), letto e tradotto in ventitré paesi.
Da dove parte, stavolta?
«Da un killer che rapisce le donne e taglia loro le mani, affascinato dalla cura che le stesse hanno ricevuto - spiega lo scrittore -. Poi fa ritrovare agli inquirenti gli arti recisi in una zona paludosa spettrale e suggestiva. La recisione al polso, la cauterizzazione, la conservazione dell’arto sono perfette. È opera di qualcuno estremamente freddo, competente, abituato a lavorare con tessuti vivi. Non si lascia prendere dall’impulso. Calcola, taglia, congela, espone. È chirurgico, in tutti i sensi.»
Un sadico, un feticista?
«Il killer non agisce solo per feticismo, ma per un’ossessione estetica distorta. Non vede le mani come parti del corpo da mutilare, ma come «opere d’arte» da possedere e preservare nella loro perfezione. La sua follia è alimentata da una ritualità quasi religiosa nella cura e conservazione di questi arti. La sua ossessione per le mani femminili non è un feticismo o una parafilia generica: è più un filtro estetico-morale con cui giudica il mondo. Nello stagno fa ritrovare anche il manichino di un bambino, le ninne nanne jazz registrate su una cassetta, un carillon con una canzone su Pinocchio, una mano offerta come una reliquia davanti a una chiesa».
Un pazzo criminale?
«Attraverso la sua caratterizzazione volevo mostrare che questo killer non è altro che un simbolo di una società che idolatra la perfezione e punisce in maniera crudele qualsiasi imperfezione. Tutto il romanzo non è che una grande allegoria di quanto l’aspetto fisico sia diventato centrale in questi nostri folli tempi».
Dall’inchiesta emergono risvolti che fanno pensare ad una sorta di faida. Non si spegne mai il desiderio di vendetta?
«Nel noir, il tempo non cicatrizza mai le ferite inferte. La vendetta è un fuoco che può covare sotto le ceneri per anni, decenni persino, finché un evento, un incontro, un dettaglio riaccende la brace. Questo romanzo esplora proprio questa dinamica: il dolore non conosce confini geografici né scadenze. La rassegnazione, nel noir, è spesso un’illusione, una maschera che indossiamo per sopravvivere al quotidiano mentre dentro il desiderio di giustizia (o vendetta) continua a bruciare. Le storie di vendetta funzionano perché svelano la verità che tutti sospettiamo: il passato non è mai davvero passato, soprattutto quando è segnato da ingiustizie non riparate».
Le indagini conducono anche alle scuole dove il bullismo è diventato assillante. Ridicolizzare è condannare a gesti inconsulti?
«L’ambiente scolastico rappresenta un microcosmo perfetto per osservare le dinamiche sociali che stanno plasmando la nostra epoca: un teatro dove l’umiliazione pubblica è diventata un’arma letale, soprattutto per chi non ha più spazi veri di ascolto. Quando il bullismo si trasforma in un tormento permanente, non è solo una questione di prepotenze tra coetanei: è il sintomo di una crisi più profonda».
Provocata da cosa?
«Il paradosso della nostra era è che viviamo nell’iperconnessione, ma mai come oggi l’individuo si sente così solo. Ci parliamo costantemente addosso, siamo bombardati da messaggi di tutti i tipi e a tutte le ore, ma raramente c’è qualcuno che ci ascolta davvero. Questa solitudine silenziosa, specialmente nei giovani, diventa terreno fertile per un dolore che cresce inosservato fino a quando non esplode. Le scuole sono il primo luogo dove i giovani imparano, (chiarisco: non dagli insegnanti, ma dalla relazione con i compagni), che per essere visti bisogna occupare spazi estremi. Quando un adolescente non trova riconoscimento nella sua identità quotidiana, può arrivare a cercarlo attraverso gesti distruttivi. L’atto crudele non è solo un’espressione di rabbia, ma una richiesta disperata di esistere agli occhi degli altri, anche se in forma negativa».
La goliardia dei giovani studenti è innocente divertimento, o accanimento di individui irrequieti con scarsa empatia e senso morale?
«Oggi osserviamo un nuovo modello antropologico in formazione: è la persona iper individualizzata, abituata a misurare il proprio valore attraverso l’attenzione che riceve. Quando questa attenzione scarseggia nella vita reale, lo spazio virtuale diventa un teatro distorto dove la violenza ottiene migliaia di clic, condivisioni, commenti. Essere crudeli diventa preferibile all’essere invisibili. Il prezzo è la perdita dell’umanità. La crudeltà diventa un’abitudine, la compassione un lusso che non ci possiamo più permettere. E quando la società normalizza questa dinamica, crea generazioni di giovani che imparano che per valere qualcosa devono prima distruggere».
Una sfida seria contrastare il bullismo?
«La vera sfida non è solo contrastare il bullismo, ma rieducarci, tutti, all’ascolto».
Torniamo al killer. S’insinua nella vita dei due ispettori con velate minacce: avvertimenti da un maniaco che controlla la situazione?
«Nel cuore del thriller e del noir esiste sempre una dinamica primordiale: la caccia. È l’essenza stessa del racconto criminale, quella danza antica tra chi insegue e chi è inseguito. Ma quando questa danza si arricchisce del rapporto diretto tra cacciatore e preda, quando i ruoli si confondono, ecco che nasce una tensione insostenibile, capace di trasformarsi in un’esperienza palpabile».
Cosa ha reso possibile una situazione che tende sempre a degenerare?
«La tecnologia ha rivoluzionato questa dinamica, trasformando l’antica caccia in un gioco asimmetrico e inquietante. In un mondo iperconnesso, il confine tra spazio pubblico e privato è sempre più labile. Non siamo mai davvero soli, anche nei momenti più intimi. Le nostre vite digitali lasciano tracce, i nostri movimenti vengono registrati, le nostre preferenze catalogate. È un’epoca in cui il concetto stesso di privacy è in crisi. Quando un killer utilizza questa tecnologia non solo per pianificare i propri atti, ma per invadere deliberatamente lo spazio privato degli investigatori, la posta in gioco si alza in maniera esponenziale. Le minacce velate attraverso foto rubate, canzoni cariche di ricordi personali o sms che citano dettagli intimi non sono semplici intimidazioni: sono dichiarazioni di guerra psicologica. Ogni messaggio inviato non è solo un avvertimento, ma una prova tangibile di vulnerabilità».