La tenuta degli orologi elvetici

Nel complesso dei primi tre trimestri del 2026 l’industria orologiera svizzera ha in sostanza tenuto le posizioni, con un lieve incremento dell’export rispetto a un anno prima. Risultato da non sottovalutare, considerando le difficoltà presenti nel quadro internazionale. Il settore orologiero deve affrontare, come e per certi aspetti più di altri settori, le sfide legate ad un complicato contesto geopolitico ed economico. Le cifre mostrano il peso di queste sfide, ma al tempo stesso anche la tenuta di questo rilevante ramo dell’industria elvetica. Le capacità di espansione nelle fasi positive e di resilienza nelle fasi difficili come l’attuale si basano soprattutto sul valore aggiunto della produzione e sulla diversificazione sia dei prodotti sia dei mercati.
Lo scenario e le cifre
Le tensioni geopolitiche, le guerre, i dazi americani, il rallentamento della crescita economica internazionale, sono fattori che si fanno sentire sulla gran parte dei settori e anche sull’industria orologiera. A tutto questo bisogna aggiungere, per quel che riguarda le imprese esportatrici svizzere, la forza del franco. Una moneta robusta è un vantaggio a livello di import, reso di fatto meno caro dall’effetto valutario, e a livello di contenimento dell’inflazione; per l’export, che diventa di contro più caro, ci sono invece alcuni ostacoli in più. Il polo orologiero elvetico, come altri settori industriali svizzeri, è riuscito peraltro spesso a limitare i danni nell’export, grazie alla qualità dei prodotti. Il polo rossocrociato degli orologi ha la leadership nella gamma alta ma ha anche produzioni significative nelle gamme media e di base, con una presenza molto articolata nei mercati internazionali. Le quantità prodotte hanno più volte registrato diminuzioni nel corso degli anni, ma la leadership svizzera nel settore, al contrario di quella di molti produttori asiatici, è legata non tanto e soltanto al numero di pezzi quanto al valore di questi e al fatturato complessivo.
L’industria elvetica degli orologi rappresenta oltre il 50% del fatturato mondiale del settore ed esporta oltre il 90% della sua produzione. I dati sull’export forniti dalla Federazione dell’industria orologiera svizzera (FH) sono dunque un indicatore importante. Nei primi nove mesi del 2026 le esportazioni sono state di 19,4 miliardi di franchi, il 2,7% in più rispetto allo stesso periodo del 2025. A ciò si è giunti dopo flessioni in gennaio, marzo, aprile e dopo aumenti in febbraio, maggio, giugno, luglio, agosto e settembre. In quest’ultimo mese l’export è salito dell’11,7% in rapporto a un anno prima. Guardando agli anni interi, va ricordato che il 2025 si è chiuso con 25,5 miliardi di export, l’1,7% in meno rispetto al 2024; seppure con una lieve contrazione, l’anno scorso si è quindi rimasti ben sopra la soglia dei 25 miliardi. Ora l’obiettivo di non scendere per il 2026 sotto questa soglia, e anzi di chiudere eventualmente l’anno all’insù, attorno ai 26 miliardi di export, è a portata di mano, salvo imprevisti geopolitici ed economici.
Gli sbocchi maggiori
Per quel che concerne i primi dieci mercati di sbocco, tra gennaio e settembre di quest’anno sei di questi hanno avuto il segno positivo e quattro il segno negativo. Questo l’andamento, con il valore dell’export di orologi elvetici nei primi nove mesi 2026 e la variazione in rapporto allo stesso periodo di un anno prima: Stati Uniti 3,3 miliardi di franchi (-4%), Francia 1,6 miliardi (+79%), Giappone 1,39 miliardi (+1%), Regno Unito 1,36 miliardi (+8%), Hong Kong 1,33 miliardi (+2%), Cina 1,24 miliardi (-5%), Singapore 1,21 miliardi (+1%), Emirati Arabi Uniti 910 milioni (+0,1%), Germania 891 milioni (-3%), Italia 679 milioni (-12%).
Gli Stati Uniti restano ampiamente il primo mercato estero per gli orologi svizzeri, i dazi varati dall’Amministrazione Trump hanno complicato il quadro e creato difficoltà per gli scambi, ma nei primi nove mesi 2026 la flessione dell’export verso gli USA come si vede è stata nel complesso contenuta. La Francia ha registrato una forte avanzata, legata non tanto al suo pur interessante mercato interno, quanto soprattutto al fatto che il Paese è anche un rilevante centro di logistica e di riesportazione. Il Giappone è riuscito a salire, seppure non di molto. Il Regno Unito ha guadagnato terreno. Hong Kong, Singapore, Emirati Arabi Uniti hanno avuto contenuti miglioramenti. Per Cina, Germania e Italia ci sono conferme delle difficoltà della fase. Pur tra alti e bassi, il passo complessivo del polo elvetico è rimasto a un buon livello, la sfida in questo ultimo trimestre è tenere ancora le posizioni. Chiudere l’intero anno con il segno positivo, anche se moderato, sarebbe un risultato più che apprezzabile, considerando il quadro generale.
I commerci restano resilienti nonostante le tensioni globali
Nel terzo trimestre di quest’anno sono aumentate sia le esportazioni sia le importazioni elvetiche. Come usualmente avviene in Svizzera, l’export è stato superiore all’import e dunque il surplus commerciale, cioè il saldo positivo nei commerci, c’è stato ed è stato più alto rispetto al trimestre precedente e allo stesso periodo dell’anno scorso. Conflitti bellici, tensioni geopolitiche, dazi americani, rallentamento economico internazionale si fanno sentire inevitabilmente anche per la Confederazione elvetica, Paese che vive in larga misura di scambi con l’estero. Nonostante il difficile quadro generale che non può non influire, i commerci svizzeri stanno tuttavia mantenendo un livello complessivo ancora buono.
I numeri della dogana
I dati dell’Ufficio federale della dogana e della sicurezza dei confini (UDSC) mostrano che nel terzo trimestre 2026 le esportazioni elvetiche (senza preziosi e antichità, destagionalizzate) sono state di 74,9 miliardi di franchi, superiori ai 70,9 miliardi dello stesso periodo del 2025 e pure (+2,6% nominale) ai 73,1 miliardi del secondo trimestre di quest’anno. Le importazioni elvetiche, tra luglio e settembre 2026 sono state di 60,9 miliardi, in aumento rispetto ai 56,9 miliardi di un anno prima e anche (+1,8%) rispetto ai 59,9 miliardi del trimestre precedente. Il franco pur non essendo ai suoi massimi resta molto robusto e la sua forza crea alcuni ostacoli all’export, mentre facilita l’import. Ancora una volta le esportazioni svizzere, in larga misura basate su beni ad alto valore aggiunto, sono però riuscite a superare una parte degli ostacoli.
Il surplus o avanzo commerciale della Svizzera nel terzo trimestre 2026 è stato di 14 miliardi di franchi, lievemente superiore ai 13,9 miliardi dello stesso periodo del 2025 e chiaramente più alto dei 13,2 miliardi dei tre mesi precedenti. Nonostante il complicato quadro geopolitico ed economico, l’economia elvetica mantiene nel complesso un buon grado di resilienza e ciò si vede anche nelle cifre dell’avanzo commerciale. D’altronde il saldo positivo nei commerci per la Svizzera è rimasto complessivamente solido anche in anni non facili come il 2024 e il 2025.
I settori e le aree
Le esportazioni elvetiche nel terzo trimestre di quest’anno in otto dei dieci principali gruppi di merci hanno registrato crescite rispetto al trimestre precedente. È stato così per il settore più rilevante per l’export rossocrociato, il chimico-farmaceutico, che ha fatto ancora un passo avanti. Progressi anche per orologeria e veicoli, che hanno registrato record trimestrali. Aumenti pure per macchine, elettronica e apparecchi. Guardando alle maggiori aree geografiche, la tendenza positiva complessiva dell’export verso l’Europa ha trovato conferma, con crescite soprattutto verso Slovenia, Italia, Germania, Austria; ci sono state invece contrazioni marcate per quel che riguarda Francia, Belgio, Spagna, Paesi Bassi. Leggero incremento per l’Asia, grazie soprattutto alla Cina. In riduzione il Nord America, a causa soprattutto degli Stati Uniti.
Le importazioni svizzere tra luglio e settembre 2026 in sette degli undici principali gruppi di merci hanno registrato aumenti. Tra gli incrementi ci sono stati quelli del settore chimico-farmaceutico, dei prodotti energetici, dell’aggregato macchine-elettronicaapparecchi. Per quel che concerne le aree geografiche, l’import dall’Europa ha avuto un aumento, con Germania e Austria in evidenza. L’Asia ha registrato un incremento, con la Corea del Sud che nel trimestre ha avuto una consistente risalita. L’import dall’America del Nord ha avuto una netta crescita tra luglio e settembre di quest’anno.
