La trincea degli orologi svizzeri

Dai numeri del primo semestre di quest’anno esce la conferma di una fase complicata, ma anche di una relativa tenuta. Per l’industria orologiera svizzera il quadro attuale certo non è semplice, tuttavia questo importante ramo elvetico sta mostrando anche resilienza. Il settore orologiero deve affrontare, come altri e per certi aspetti anche di più, le sfide di un contesto geopolitico ed economico difficile. Dai dati emerge il peso di queste sfide, ma anche la capacità di limitare i danni, basandosi soprattutto sul valore aggiunto dei prodotti e sulla diversificazione dei mercati. Il polo svizzero degli orologi rappresenta oltre il 50% del fatturato mondiale del settore ed esporta oltre il 90% della sua produzione, le cifre sull’export fornite dalla Federazione dell’industria orologiera svizzera (FH) sono quindi un indicatore di rilievo.
Le cifre dell’export
Nei primi sei mesi del 2026 le esportazioni orologiere elvetiche sono state di 12,8 miliardi di franchi, lo 0,7% in meno rispetto allo stesso periodo del 2025. A questo si è arrivati dopo flessioni in gennaio, marzo, aprile e aumenti invece in febbraio, maggio e giugno. Nell’ultimo mese del semestre, in particolare, c’è stato un +11,2%, un buon risultato che però non ha potuto portare l’export in territorio positivo per l’intero periodo. Le oscillazioni mensili hanno confermato le difficoltà ma anche la tenuta del polo svizzero, con un bilancio di sostanziale stabilità alla fine del semestre. È utile ricordare che il 2025 si è chiuso con un export di 25,5 miliardi, l’1,7% in meno rispetto al 2024; seppur con una lieve flessione, si è quindi rimasti sopra i 25 miliardi, non lontano dai 25,9 miliardi dell’anno prima; la punta più alta dell’export è stata quella del 2023, con 26,7 miliardi.
Per quel che riguarda i primi dieci mercati di sbocco, nel primo semestre di quest’anno cinque di questi hanno avuto il segno negativo e cinque invece il segno positivo. Nel dettaglio, questo è stato l’andamento: Stati Uniti 2,1 miliardi di franchi (-14%), Francia 1 miliardo (+63%), Giappone 916 milioni (-1%), Hong Kong 906 milioni (+3%), Regno Unito 871 milioni (+5%), Cina 849 milioni (-5%), Singapore 825 milioni (+2%), Emirati Arabi Uniti 631 milioni (!1%), Germania 579 milioni (-10%), Italia 490 milioni (-6%).
Gli Stati Uniti rimangono di gran lunga il primo mercato estero per gli orologi svizzeri, gli scossoni dei dazi varati dall’Amministrazione Trump hanno complicato lo scenario e hanno inciso negativamente, ma la cifra dell’export verso gli USA resta molto rilevante. La Francia ha compiuto un gran balzo, legato peraltro non tanto al suo mercato interno quanto soprattutto al suo importante ruolo di centro logistico e di riesportazione. Il Giappone è sceso poco. Hong Kong e Regno Unito hanno guadagnato un po’ di terreno, cosi come Singapore ed Emirati Arabi Uniti. Cina, Germania e Italia hanno confermato le difficoltà della fase. Contrastato il quadro in Medio Oriente, segnato da conflitti bellici e in particolare dalla nuova guerra tra USA-Israele e Iran, con Emirati, Bahrain e Oman in positivo e Arabia Saudita, Qatar e Kuwait invece in negativo.
Mercati e prodotti
Le tensioni geopolitiche, le guerre, i dazi americani, il rallentamento economico internazionali sono elementi che pesano sulla gran parte dei settori e che si fanno sentire anche sull’industria orologiera. A ciò bisogna aggiungere, sul versante delle imprese esportatrici svizzere, la forza del franco. Avere una valuta molto robusta è un vantaggio a livello dell’import, reso meno caro, e del contenimento dell’inflazione; ci sono però alcuni ostacoli in più per l’export, che diventa di fatto più caro. Il polo elvetico degli orologi può contare d’altro canto sulla qualità dei suoi prodotti, con la leadership nella gamma alta ma anche con produzioni significative nelle gamme media e di base, e su una presenza molto articolata nei mercati mondiali.
È vero che le quantità prodotte dal polo svizzero hanno registrato più volte diminuzioni nel corso degli anni, ma è altrettanto vero che la leadership elvetica nel settore, al contrario di quella di molti produttori asiatici, è legata non tanto e soltanto al numero di pezzi quanto al fatturato complessivo, dunque appunto alla qualità dei prodotti e al valore di questi, che è in media elevato. Il contesto complessivo come si è visto non è certo facile in questa fase, ma se l’industria svizzera degli orologi riuscisse a tenere anche nell’intero 2026, conservando una certa stabilità o nel migliore dei casi riguadagnando un poco di terreno, si tratterebbe già di un risultato interessante, in attesa di tempi migliori sia per il settore sia per i commerci internazionali. La verifica nei prossimi mesi.
