L'analisi

La violenza urbana innescata dai videogiochi

A Washington le autorità sono alle prese con assembramenti di giovani che passano dalla criminalità virtuale a quella reale - Pilotati, forse, dalle gang della droga
Guido Olimpio
29.03.2026 18:00

Donald Trump, ben prima di avventurarsi sulle rotte del Golfo Persico, ha mostrato i muscoli vicino a casa sua, la Casa Bianca. Per dare un segnale forte e annunciare che c’era un «nuovo sceriffo in città» ha schierato i soldati della Guardia Nazionale per fronteggiare il crimine. I reparti mobilitati sono arrivati a dare una mano agli agenti locali e dopo qualche mese lo stesso presidente ha dichiarato che la situazione era migliorata. Un’affermazione corretta solo in parte o comunque legata ad alcune zone di Washington. Perché a giudicare da nuove reazioni la storia appare più complicata.

La polizia della capitale ha appena annunciato l’imposizione del coprifuoco dalle 20 alle 23 per i minori in quattro quartieri della città durante il fine settimana. Il provvedimento riguarda i settori di Chinatown, Navy Yard, Wharf e il cosiddetto «corridoio» nella U Street. La misura estende l’analogo provvedimento che riguarda la fascia oraria dalle 23 alle 6 per il resto dell’area metropolitana.

Le autorità sono arrivate a questa decisione dopo una serie di episodi avvenuti nella seconda metà del mese. Gruppi di giovani hanno compiuto atti di violenza, sono stati protagonisti di aggressioni e vandalismo. Non parliamo di pochi individui ma, in alcuni casi, di centinaia di ragazzi radunatisi in determinati punti. C’è chi ha aggredito e chi ha subito l’aggressione, piccoli e grandi furti. In un caso un minore ha sparato in aria ed è stato fermato proprio da una pattuglia della Guardia Nazionale, in un altro un ragazzo è stato notato buttare via una pistola ed è stato poi individuato dal Secret Service, il servizio che veglia sul presidente ma anche sulle zone vicine alla sua residenza.

Gli investigatori hanno ricostruito un modus operandi ricorrente: si formano assembramenti in zone metropolitane che diventano poi lo schermo o il pretesto per comportamenti fuori controllo. Esistono momenti provocati da gesti pianificati in anticipo ma anche fatti innescati da fattori contingenti. E c’è sempre il rischio del ricorso a coltelli, armi da fuoco, qualsiasi cosa possa far male. Sono forme di violenza diffusa non limitate certo alla capitale americana, tendenze che allarmano perché possono produrre un effetto di emulazione.

Coloro che indagano su questi fenomeni avvertono sul ruolo dei videogiochi: è stato accertato che sono usati per comunicare e incitare all’odio, creare nuclei, scambiarsi idee, far passare slogan che diventano come dei messaggi. Se ne servono ormai tutti. In primis formazioni estremiste e terroristiche, a seguire giovani senza una causa politica o un’agenda ma determinati a provocare caos, a inscenare sfide. Sono un’alternativa più sicura rispetto ai social tradizionali, che pure hanno un ruolo e mettono in contatto individui lontani.

Alcune realtà simili sono evidenti anche nel continente europeo. In certi quartieri di città francesi team di giovani prendono di mira i commissariati usando la «tecnica del mortaio»: acquistano fuochi d’artificio particolarmente potenti e li sparano in batteria contro gli edifici pubblici. Spesso sono attacchi spettacolari nel cuore della notte filmati con i cellulari: i video sono poi rilanciati su Internet. C’è il sospetto - robusto - che dietro ad alcune incursioni ci sia la regia delle gang della droga. Sfruttano rabbia, impegnano la polizia e marcano il territorio.

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