«L'adolescenza è una casa degli orrori»

Lo Stephen King francese si chiama Jean-Baptiste Del Amo, è nato a Tolosa nel 1981, ha scritto nove romanzi elogiati dalla critica che l’ha paragonato a Balzac, Zola, Dumas e premiato con riconoscimenti importanti, ma è con «La notte devastata» (Gamma Feltrinelli, 432 pp.) che il suo nome diventa popolare e conquista una posizione di rilievo. Senza abbandonare le sue indagini sul mondo dell’adolescenza degli anni Novanta che anche in questo romanzo sono la parte aggregante tra realtà e fantasia, tra il bisogno di manifestarsi e la voglia di celarsi alle aggressioni della vita, Del Amo s’avventura - con ottimi risultati - in una sorta di horror soprannaturale. Quattro adolescenti (Thomas, Mehdi, Max, Alex e la loro amica Lena) in una cittadina immaginaria nel Sud della Francia, tra noia e insoddisfazione scoprono l’ambiguità d’una casa abbandonata da anni e ne sono attratti. E quando uno di loro muore sono come catapultati all’interno della casa dove tra i misteri e gli incubi si realizzano i desideri impossibili nella realtà.
Un libro forte, fin dalle prime pagine.
«Il romanzo si apre con una scena d’orrore. Era importante, per me, che fosse chiaro di cosa avrei parlato. E poi ho descritto i miei personaggi dando uno spaccato dell’epoca, raccontando la storia della mia generazione e la bestia dell’orrore che s’era insinuato nelle loro vicende quotidiane».
Come nasce questa esperienza, di quali orrori s’è nutrita la sua curiosità?
«Non ho vissuto orrori reali. L’unico aneddoto reale del romanzo è che nel quartiere dove sono cresciuto c’era una casa abbandonata. La trovavamo intrigante e con i miei amichetti un giorno siamo entrati. All’interno tutto era rimasto immobilizzato nel tempo agli anni settanta, e ci siamo chiesti che cosa fosse successo alla famiglia che aveva vissuto in quella casa. Per me ha significato un’esperienza interessante, ma niente di particolare. Tuttavia, per molto tempo ho continuato a sognare questa casa, e pensavo di ritornarci».
Quanto è difficile il periodo dell’adolescenza, e perché?
«Penso che l’adolescenza - non importa ove si svolga - sia sempre attraversata dalle stesse tematiche e dalle stesse paure e abbia uno statuto universale. Sono cresciuto negli anni ottanta-novanta, ma se leggo una storia di adolescenza degli anni cinquanta trovo gli stessi dilemmi: la questione dell’identità, i problemi con la famiglia, la costruzione del desiderio, eccetera. Le storie dell’adolescenza si somigliano tutte: tutti abbiamo vissuto gli stessi sentimenti, ansie, i batticuori che fanno maturare. Anche gli adolescenti del mio romanzo ascoltano i Nirvana e guardano film horror per sentire i loro cuori battere, e si cimentano a volte in stupide sfide. Qualcuno è umiliato a scuola, altri cercano un terreno incolto o l’amore, e tutti mettono alla prova i loro desideri».
L’illusione è una realtà verosimile?
«Io penso che quando ci si confronta con le paure che ci abitano in pianta stabile, ci sembra di sentirci meglio. Questo fa anche parte della formazione esistenziale, ma la «casa» è un posto che riflette l’inconscio dei personaggi. È qualcosa in cui l’umanità proietta i propri desideri, ma in realtà non recuperiamo niente della nostra identità. Siamo fotocopie sbiadite d’una innocenza pericolosa».
L’integrazione degli extracomunitari in Francia, è difficile?
«Io arrivo in Francia con una famiglia di immigrati dalla Spagna che fuggiva la guerra civile. C’è stata un’epoca in cui la Francia ha accolto gli immigrati e ha dato loro una chance. Io non sarei dove sono se la Francia non avesse accolto mio padre. Oggi credo che ci sia una forma di paura e mancanza di fiducia di fronte ai movimenti immigratori. Ci troviamo in un’epoca della nostra storia comune, in cui il movimento immigratorio è inevitabile. A maggior ragione oggi che c’è anche una ragione geopolitica che spinge tanta gente a fuggire dai luoghi in cui non riescono più a vivere. E credo che i governi di destra soprattutto creino una narrazione di paura e di sfiducia, e il rifiuto da parte della popolazione, di una realtà che non approvano».
Si tende sempre a glorificare la Francia, ma da come descrive il lato Sud in cui si svolgono i fatti del suo romanzo, sembra raccontare una terra incolore, quasi ostile: perché?
«Non voglio ridurre tutto il mio paese ad un territorio ostile come quello in cui si muovono i miei personaggi, perché io vivo in un Paese molto democratico. La Francia garantisce una serie di libertà, ma mi sembra che attraversiamo anche da noi una forma di transizione in cui abbiamo perso molti ideali e anche una certa capacità di sognare. E penso che oggi si vedano le conseguenze di queste perdite. In Francia abbiamo un governo che da diversi anni porta avanti una politica basata sulla paura legata alla sicurezza e all’immigrazione, e prepara un terreno per risultati elettorali diversi, come succede in Italia. Ciò mi preoccupa come cittadino europeo dove si vede che c’è uno spostamento delle democrazie che si stanno ripiegando dal punto di vista dell’identità: e questo è un peccato».
Gli orrori che viviamo ogni giorno con le guerre, sono superiori a qualunque tipo di atrocità che la mente riesca ad immaginare?
«Ci siamo abituati agli orrori della guerra e un bombardamento a Gaza dove decine di bambini vengono uccisi, non ci crea nessun tipo di reazione. Ci siamo talmente assuefatti al male che abbiamo perso la nostra capacità di percepire il valore della vita umana, di provare emozioni e una forma di empatia. L’horror, sia al cinema che in letteratura, è sempre stato uno spazio in cui dare forma alle paure di un’epoca intera, delle nostre società, di periodi storici particolari, difficili, esecrabili. L’orrore ha sempre fatto parte della nostra vita e della parte oscura della nostra umanità in cui ci sono anche evocazioni di fantasmi. Ho cercato di rappresentare le nostre paure per comprenderle e anche per dominarle meglio all’interno di civiltà che crollano sotto il peso delle motivazioni esistenziali d’un mondo con poche regole e pochi valori».