L'analisi

L'altra guerra di Donald Trump

È quella contro i cartelli della droga, e continua in Venezuela e nei Caraibi anche dopo la caduta di Maduro
©Mark Schiefelbein
Guido Olimpio
10.05.2026 21:30

È l’altra guerra di Donald Trump, condotta tra Pacifico e Caraibi. Il nemico sono i trafficanti di droga, veri o presunti. Il Comando sud li bracca in mare usando ogni mezzo del suo arsenale: droni, caccia ed elicotteri, con l’appoggio di unità navali, inseguono gli scafi per poi distruggerli.

La campagna è iniziata in parallelo alle operazioni che hanno poi portato alla cattura del leader venezuelano Nicolas Maduro, prelevato da un intervento della Delta Force a Caracas. La Casa Bianca ha autorizzato il Pentagono ad ampliare l’attività senza porre dei limiti oppure preoccuparsi del diritto internazionale. I numeri parlano da soli. Oltre 50 i battelli intercettati, imbarcazioni centrate dai missili, da raffiche di mitragliatrice. Quasi 190 i morti: per gli americani erano tutti contrabbandieri mentre fonti locali hanno espresso qualche dubbio sostenendo che non è stato possibile verificare chi realmente fossero.

I generali statunitensi sostengono che fino a qualche mese fa riusciva a passare il 50 per cento degli scafi ma ora la percentuale sarebbe scesa al 25 per cento. Questo perché è stata resa più stretta la rete di controllo come la capacità di intervento. Ricognizione, radar, pattugliamenti a largo raggio hanno ridotto spazi di manovra dei narcos. Una sorveglianza seguita dagli strike affidati a velivoli di base in Salvador e Portorico, raid spesso documentati da brevi filmati rilanciati dall’ufficio delle pubbliche relazioni.

L’obiettivo dichiarato è di rendere estremamente pericolosa la traversata dai porti sudamericani in direzione nord. I criminali devono mettere in conto di diventare prede, con il rischio che va oltre la cattura. Perché le forze statunitensi sparano. Naturalmente le organizzazioni della droga cercano di adattarsi, studiano magari nuove rotte e trovano sempre qualcuno disposto a tentare la missione. Per questo è difficile valutare l’impatto strategico e il fatto stesso che gli attacchi ai battelli continuino significa che i banditi non hanno gettato la spugna.

Di recente un alto ufficiale americano ha rilevato il coinvolgimento dei satelliti spia, occhi elettronici chiamati a monitorare punti di partenza e aree note per essere usate dai narcos. Ha citato in particolare la scoperta di una pista clandestina in Ecuador, una striscia di terra dal quale decollavano aerei carichi di «polvere». Il dettaglio è la conferma di un’offensiva a tutto campo, dal fronte marittimo a quello terrestre. Washington sollecita la collaborazione dei governi, offre l’appoggio e in qualche caso batte i pugni sul tavolo. Come con il Messico. Due agenti Cia sono morti in un incidente stradale in una provincia messicana, erano reduci da un’indagine condotta dalla polizia locale. Il problema è che la loro presenza non era nota a Città del Messico, erano di fatto dei funzionari sotto copertura e senza autorizzazione.

La storia ha creato sconcerto e polemiche, i messicani hanno chiesto spiegazioni. Ma gli Stati Uniti hanno replicato lanciando un’azione legale contro il governatore dello stato di Sinaloa, Ruben Moya, accusato di collusione con i cartelli. Mossa che lo ha costretto alle dimissioni. E forse siamo solo all’inizio: il piano di Trump prevede ulteriori iniziative contro esponenti politici del paese vicino. Un’intrusione che può rendere ancora più complessi i rapporti a cavallo del Rio Grande.