L'arte delle donne scavata nella roccia

Nel cuore dell’Engadina, a Susch, duecento anime di villaggio a 1.438 metri di quota, un ex monastero medievale sull’antica via dei pellegrini diretti da Roma a Santiago De Compostela, sorge uno dei musei più singolari d’Europa. Lo ha inaugurato sette anni fa la sua fondatrice, Grażyna Kulczyk, dopo due tentativi falliti in Polonia. «Il tempo ha dimostrato che la decisione di collocarlo in Svizzera era giusta», ha dichiarato l’imprenditrice, giurista di formazione, collezionista e mecenate polacca. Per realizzarlo ha fatto rimuovere novemila tonnellate di roccia dalla montagna.
Kulczyk definisce il museo Susch «un laboratorio dell’arte, dove le donne sono protagoniste». Ma tiene anche a precisare che non è mai stata una femminista combattente «e non vorrei che il Muzeum Susch fosse visto soltanto attraverso questo prisma. Credo semplicemente che, fino a oggi, le artiste non siano state collocate correttamente nelle istituzioni artistiche. Voglio concentrarmi su ciò che è stato omesso, trascurato, frainteso». È in questo solco che si inserisce, da giugno fino al prossimo novembre, la retrospettiva dedicata a Mariuccia Secol, novantasei anni, nata a Castellanza, provincia di Varese, nel 1929. Il suo lavoro è stato a lungo fuori dai circuiti che contano. Oggi emerge come una delle voci più originali dell’arte italiana del dopoguerra. La mostra ripercorre oltre settant’anni della sua produzione artistica, offrendo una visione completa sul suo mondo fatto di femminismo radicale e critica sociale. La sua intensa vita è stata ripercorsa di recente dal quotidiano italiano Corriere della Sera.
A quindici anni conosce colui che diverrà suo marito, il partigiano Angelo Tognola, medico. Nei primi anni Cinquanta la famiglia si trasferisce a Daverio. Mariuccia è moglie, madre e pittrice. I suoi quadri astratto-informali evocano traumi di guerra e tensioni esistenziali. La prima svolta arriva nel 1965, quando diventa insegnante nel laboratorio di pittura all’ospedale psichiatrico di Bizzozero-Varese, nel pieno della rivoluzione psichiatrica di Franco Basaglia. In quel contesto di marginalità, l’artista Secol scoprì la creatività come strumento di autodeterminazione e di cura, per sé e per gli altri.
«All’inizio partecipavano dodici malati, solo uomini, poi il numero aumentò. Tutto all’insegna della massima libertà di espressione» ha raccontato al Corriere.
Poi arriva il Sessantotto. L’Italia è percorsa dai fermenti politici che lei non può ignorare. Tanto più che pure i suoi figli scendono in piazza. Secol abbandona i «pennelli silenziosi» per lavorare con materiali quotidiani e domestici. I grembiuli e le spugne metalliche diventano la materia prima di una pratica fondata sul rifiuto. L’opera iconica «Casa di bambola» (1970-73), creata smantellando i propri abiti - incluso l’abito da sposa - segnò il netto rifiuto dei ruoli univoci di moglie e madre.
Cofonda il Gruppo Femminista Immagine di Varese, il primo collettivo italiano di sole artiste. Insieme sfidano l’ideologia cattolica e patriarcale, usando l’arte per criticare i ruoli imposti alle donne, la violenza domestica, il silenziamento delle voci femminili. Nel 1978 sono invitate a partecipare alla Biennale di Venezia. Mariuccia, che nei decenni si occuperà, oltre che di donne, di ecologia oggi è una risoluta signora che ha scelto di persona le opere per la sua retrospettiva grigionese. «Se potessi, tornerei a combattere - spiega al Corriere in conclusione - Ma le battaglie sono servite. Abolizione del delitto d’onore, divorzio, aborto. L’unico mio rimpianto? Non aver ancora pubblicato il mio libro sull’esperienza all’ospedale psichiatrico. Ma ci sto lavorando».
