La storia

«Lascio la banca per dedicarmi alla filosofia»

Dalla direzione generale di Axion Swiss Bank a «studente» - A 55 anni Marco Tini ha deciso per la svolta
Lugano, 9 aprile 2026 - Marco Tini, direttore uscente di Axion Swiss Bank © CdT/ Chiara Zocchetti
Marco Ortelli
18.04.2026 10:30

Fisico alla… Fabian Cancellara, blazer celeste, scarpe da tennis. Non è esattamente l’abbigliamento che ci si aspetta da un Presidente di Direzione Generale di banca. «L’abito non fa il monaco. Preferisco essere quello che sono. E forse è anche quello che sono sempre stato, al di là del titolo». Marco Tini lascerà dal primo luglio la direzione di Axion Swiss Bank. A 55 anni. Per fare quello che il ruolo non lasciava spazio di fare, dedicarsi a tempo pieno a sé stesso.

C'era una svolta. Partiamo dall'adolescenza: più orientato verso il mondo o sé stesso?
«Aperto sul mondo, direi. Mi sono sempre impegnato nell’associazionismo, ho fatto politica nei movimenti giovanili. Avevo una grande passione per il diritto. E un’altra grandissima passione, quando avevo vent’anni, erano gli scacchi: sognavo addirittura una vita da professionista. Fortunatamente mio padre mi fece capire che difficilmente si campava».

Messo in riga dal padre, prima gli studi a Friburgo: perché il diritto?
«C’era un forte anelito di giustizia, .mi piaceva pure l’idea di andare in aula e dialogare con l’accusa. Ero affascinato dalla dialettica».

Poi ha deciso di non fare l'avvocato...
«Avevo capito che bisognava entrare in certi meccanismi del tessuto sociale. Cose che non mi sono mai piaciute. Ho fatto anche una scelta di comodo - non ho nessuna vergogna a dirlo. Le banche vivevano uno splendore diverso da oggi: erano gli anni 2000. Ho iniziato nel servizio giuridico del defunto Credit Suisse. Un lavoro che mi permetteva di conciliare professione e passioni».

Fino a diventare «re», a 40 anni, bruciando le tappe...
«La gente vede il lato positivo di chi è al vertice: prestigio, ottimo stipendio. Ma la responsabilità è duplice - verso i colleghi e verso il consiglio di amministrazione. Con gli amici l’ho detto spesso: non è tutto rose e fiori. A volte ho pensato che sarebbe stato meglio rimanere pedina e avanzare al massimo di due caselle, piuttosto che fare prima il cavallo, poi l’alfiere, e poi re. Tant’è che ho dato massima priorità al lavoro, sacrificando in un certo senso la vita privata: mi sono sposato due anni fa. L’attesa ne è valsa la pena».

E permettersi, a 55 anni, di appendere il ruolo di direttore al chiodo. Cosa cambierà?
«Nella nostra società il lavoro definisce moltissimo la nostra identità. Ovunque ci si muova, si è sempre identificati col proprio ruolo professionale. Mi è venuta la voglia di darmi una nuova definizione: costruire una fase della mia vita in cui il lavoro non è più centrale. In cui non sarò più caratterizzato da quello che faccio».

Concretamente?
«Leggerò i giornali con calma (sorride, n.d.r.) - sono un lettore vorace di quotidiani. Se lavori non hai due o tre ore la mattina per leggere tutti gli articoli. Già solo quello sarà una gioia».

Con gli scacchi potrà infine fare il professionista?
«Da giovane ero autodidatta, studiavo le partite dei grandi campioni. Professionista certo no, ma avrò finalmente tempo per lavorare con un maestro. Gli scacchi si dividono in tre fasi: l’apertura, che si studia quasi a memoria; il mediogioco, che è il più complesso; e il finale, quando rimangono pochi pezzi. Il problema grosso è il mediogioco: lì ci vuole una grande conoscenza teorica e strategica, e quella o ce l’hai o te la fai insegnare».

Cosa rende gli scacchi unici?
«Ogni partita viene annotata mossa per mossa. Rimane traccia di tutto, anche delle grandissime partite del passato. Puoi arrivare alla diciassettesima mossa e chiederti: «Cosa faresti tu al posto di Fischer?» Puoi pensarci, dare la tua risposta, e poi scoprire cosa ha fatto lui. Nessuno può rigiocare una partita di calcio o di tennis. Questa peculiarità non l’ho trovato in nessun altro gioco».

E poi ama la bicicletta. Perché il ciclismo?
«È uno sport che mi dà un’emozione difficile da spiegare. Sicuramente ricavo gioia dal constatare quasi immediatamente il risultato degli allenamenti. Mi piace poi il gregariato. Vista la mia statura, fare da ruota è fisicamente utile agli altri - chi sta nella mia scia fa il 30% di fatica in meno. E a me questo ruolo piace moltissimo. Forse è una forma di compensazione: non mi piace stare sempre in prima linea».

Fa parte di un gruppo di cicloamatori.
«I ’30 Saggi Arrotini (gruppo cicloamatoriale fondato nel 1967 da Attilio Moresi e Claudio Bertarelli, n.d.r.). Ci sono i «pedalanti» e gli «scansanti», quelli che non pedalano più per raggiunti limiti d’età ma restano vicini all’associazione. Organizziamo cinque o sei uscite all’anno».

Nella foto (sopra), Todo Cambia, un libro sul Cammino di Santiago de Compostela, che lei ha percorso - naturalmente - in bicicletta...
«Santiago è nato da un’esigenza di mia moglie, che aveva vissuto una perdita. Aveva letto che sul Cammino si può portare con sé questo dolore sotto forma di un sasso, che si lascia alla Cruz de Ferro dopo 600 chilometri - come un atto di liberazione. È stata una delle esperienze più belle della mia vita. Credenti o non credenti, tutti riportano di un’energia molto particolare. Ci sono posti che irradiano davvero un’energia diversa».

Pedalate in prospettiva?
«La Via Francigena è certamente tra i prossimi progetti. Il problema è che mia moglie continua a lavorare, quindi dovremo trovare dei nuovi equilibri».

In chiusura, la sua scelta «sorprendente»
«Studierò Filosofia, all’interno della Facoltà di Teologia a Lugano - vedremo come sarà. Ho il privilegio di poterlo fare. L’idea di sedersi sui banchi senza l’ansia dell’esame, di farlo per vera passione a questa età, mi stimola enormemente. Quando studiavo diritto a Friburgo avevamo in classe un ottantenne. Noi studenti avevamo una fascinazione per quella persona. Non ho 80 anni, ma l’idea di ritrovarmi con dei ventenni al primo anno è qualcosa che mi incuriosisce molto».

Non la spaventa?
«No, per niente. Mi affascina la prospettiva di vivere da vicino i sogni di ragazzi che si affacciano alla vita accademica. Magari potrò dare loro anche qualche consiglio».

C’è un filosofo in particolare da cui è stato colpito?
«Sin dagli studi accademici ho amato Guglielmo d’Occam. Il suo principio filosofico, noto come il rasoio d’Occam, mi ha accompagnato nella vita professionale. È una teoria molto semplice, tra più spiegazioni possibili, la più semplice è da preferire. Non si devono quindi introdurre ipotesi superflue».

Come hanno reagito gli amici al suo pensionamento largamente anticipato?
«Vedo una sana invidia. Prima o poi ci arriviamo tutti».

E sua moglie?
«È una scelta che covavo nell’intimo da un po'. Mia moglie mi ha spronato a metterla in atto. Le ne sarò sempre grato».

La due grandi passioni di Marco Tini: gli scacchi... 
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... e la bicicletta.
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