«Lascio la banca per dedicarmi alla filosofia»

Fisico alla… Fabian Cancellara, blazer celeste, scarpe da tennis. Non è esattamente l’abbigliamento che ci si aspetta da un Presidente di Direzione Generale di banca. «L’abito non fa il monaco. Preferisco essere quello che sono. E forse è anche quello che sono sempre stato, al di là del titolo». Marco Tini lascerà dal primo luglio la direzione di Axion Swiss Bank. A 55 anni. Per fare quello che il ruolo non lasciava spazio di fare, dedicarsi a tempo pieno a sé stesso.
C'era una svolta.
Partiamo dall'adolescenza: più orientato verso il mondo o sé stesso?
«Aperto sul mondo, direi. Mi sono
sempre impegnato nell’associazionismo, ho fatto politica nei movimenti
giovanili. Avevo una grande passione per il diritto. E un’altra grandissima
passione, quando avevo vent’anni, erano gli scacchi: sognavo addirittura una
vita da professionista. Fortunatamente mio padre mi fece capire che
difficilmente si campava».
Messo in riga dal
padre, prima gli studi a Friburgo: perché il diritto?
«C’era un forte anelito di giustizia,
.mi piaceva pure l’idea di andare in aula e dialogare con l’accusa. Ero
affascinato dalla dialettica».
Poi ha deciso di
non fare l'avvocato...
«Avevo capito che bisognava entrare in
certi meccanismi del tessuto sociale. Cose che non mi sono mai piaciute. Ho
fatto anche una scelta di comodo - non ho nessuna vergogna a dirlo. Le banche
vivevano uno splendore diverso da oggi: erano gli anni 2000. Ho iniziato nel
servizio giuridico del defunto Credit Suisse. Un lavoro che mi permetteva di
conciliare professione e passioni».
Fino a diventare
«re», a 40 anni, bruciando le tappe...
«La gente vede il lato positivo di chi
è al vertice: prestigio, ottimo stipendio. Ma la responsabilità è duplice -
verso i colleghi e verso il consiglio di amministrazione. Con gli amici l’ho
detto spesso: non è tutto rose e fiori. A volte ho pensato che sarebbe stato
meglio rimanere pedina e avanzare al massimo di due caselle, piuttosto che fare
prima il cavallo, poi l’alfiere, e poi re. Tant’è che ho dato massima priorità
al lavoro, sacrificando in un certo senso la vita privata: mi sono sposato due
anni fa. L’attesa ne è valsa la pena».
E permettersi, a 55
anni, di appendere il ruolo di direttore al chiodo. Cosa cambierà?
«Nella nostra società il lavoro
definisce moltissimo la nostra identità. Ovunque ci si muova, si è sempre
identificati col proprio ruolo professionale. Mi è venuta la voglia di darmi
una nuova definizione: costruire una fase della mia vita in cui il lavoro non è
più centrale. In cui non sarò più caratterizzato da quello che faccio».
Concretamente?
«Leggerò i giornali con calma
(sorride, n.d.r.) - sono un lettore vorace di quotidiani. Se lavori non hai due
o tre ore la mattina per leggere tutti gli articoli. Già solo quello sarà una
gioia».
Con gli scacchi
potrà infine fare il professionista?
«Da giovane ero autodidatta, studiavo
le partite dei grandi campioni. Professionista certo no, ma avrò finalmente
tempo per lavorare con un maestro. Gli scacchi si dividono in tre fasi:
l’apertura, che si studia quasi a memoria; il mediogioco, che è il più
complesso; e il finale, quando rimangono pochi pezzi. Il problema grosso è il
mediogioco: lì ci vuole una grande conoscenza teorica e strategica, e quella o
ce l’hai o te la fai insegnare».
Cosa rende gli
scacchi unici?
«Ogni partita viene annotata mossa per
mossa. Rimane traccia di tutto, anche delle grandissime partite del passato.
Puoi arrivare alla diciassettesima mossa e chiederti: «Cosa faresti tu al posto
di Fischer?» Puoi pensarci, dare la tua risposta, e poi scoprire cosa ha fatto
lui. Nessuno può rigiocare una partita di calcio o di tennis. Questa
peculiarità non l’ho trovato in nessun altro gioco».
E poi ama la
bicicletta. Perché il ciclismo?
«È uno sport che mi dà un’emozione
difficile da spiegare. Sicuramente ricavo gioia dal constatare quasi
immediatamente il risultato degli allenamenti. Mi piace poi il gregariato.
Vista la mia statura, fare da ruota è fisicamente utile agli altri - chi sta
nella mia scia fa il 30% di fatica in meno. E a me questo ruolo piace
moltissimo. Forse è una forma di compensazione: non mi piace stare sempre in
prima linea».
Fa parte di un
gruppo di cicloamatori.
«I ’30 Saggi Arrotini (gruppo
cicloamatoriale fondato nel 1967 da Attilio Moresi e Claudio Bertarelli,
n.d.r.). Ci sono i «pedalanti» e gli «scansanti», quelli che non pedalano più
per raggiunti limiti d’età ma restano vicini all’associazione. Organizziamo
cinque o sei uscite all’anno».
Nella foto (sopra),
Todo Cambia, un libro sul Cammino di Santiago de Compostela, che lei ha
percorso - naturalmente - in bicicletta...
«Santiago è nato da un’esigenza di mia
moglie, che aveva vissuto una perdita. Aveva letto che sul Cammino si può
portare con sé questo dolore sotto forma di un sasso, che si lascia alla Cruz
de Ferro dopo 600 chilometri - come un atto di liberazione. È stata una delle
esperienze più belle della mia vita. Credenti o non credenti, tutti riportano
di un’energia molto particolare. Ci sono posti che irradiano davvero un’energia
diversa».
Pedalate in
prospettiva?
«La Via Francigena è certamente tra i
prossimi progetti. Il problema è che mia moglie continua a lavorare, quindi
dovremo trovare dei nuovi equilibri».
In chiusura, la sua
scelta «sorprendente»
«Studierò Filosofia, all’interno della
Facoltà di Teologia a Lugano - vedremo come sarà. Ho il privilegio di poterlo
fare. L’idea di sedersi sui banchi senza l’ansia dell’esame, di farlo per vera
passione a questa età, mi stimola enormemente. Quando studiavo diritto a
Friburgo avevamo in classe un ottantenne. Noi studenti avevamo una fascinazione
per quella persona. Non ho 80 anni, ma l’idea di ritrovarmi con dei ventenni al
primo anno è qualcosa che mi incuriosisce molto».
Non la spaventa?
«No, per niente. Mi affascina la
prospettiva di vivere da vicino i sogni di ragazzi che si affacciano alla vita
accademica. Magari potrò dare loro anche qualche consiglio».
C’è un filosofo in
particolare da cui è stato colpito?
«Sin dagli studi accademici ho amato
Guglielmo d’Occam. Il suo principio filosofico, noto come il rasoio d’Occam, mi
ha accompagnato nella vita professionale. È una teoria molto semplice, tra più
spiegazioni possibili, la più semplice è da preferire. Non si devono quindi
introdurre ipotesi superflue».
Come hanno reagito
gli amici al suo pensionamento largamente anticipato?
«Vedo una sana invidia. Prima o poi ci arriviamo tutti».
E sua moglie?
«È una scelta che covavo nell’intimo da un po'. Mia
moglie mi ha spronato a metterla in atto. Le ne sarò sempre grato».


