L'analisi

Le buone (forse) e vecchie città del futuro

Dalla nuova Cairo alla futuristica Neom, già in declino - L'utopia di creare cattedrali nel deserto sembra non passare mai di moda
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Marco Alloni
Marco Alloni
17.05.2026 17:12

Dal mio amato vecchio Cairo mi spingo un giorno, per pura curiosità, nella cosiddetta New Capital d’Egitto, a qualche decina di chilometri dalla cadente capitale sulla strada per Suez. Dovrebbe essere l’equivalente dell’Ankara turca: un gioiello di «decentralizzazione» dell’amministrazione e della burocrazia di Stato. Invece è l’ennesimo concentrato della megalomania egizia: la moschea e la chiesa più imponenti del paese, grattacieli, palazzoni, ampie carreggiate, uno stadio, parchi, ville, colossali edifici amministrativi. E soprattutto, come Walter Siti ha scritto di Dubai, nessuna traccia di spirito.

Insomma, un Paradiso rovesciato, dove a venire congestionati non sono solo gli uffici ormai asfittici della vecchia capitale, ma la stessa vita. Un adamantino cimitero per vivi, in cui quanti se lo possono permettere tornano a respirare, insieme all’ossigeno venuto a mancare al Cairo, il senso più equivoco della modernità: essere molto più funzionale che umana.

Grattacieli nella Nuova Capitale egiziana
Grattacieli nella Nuova Capitale egiziana

Ma appunto questa asettica e indefettibile New Capital non è il solo caso di «despiritualizzazione» degli agglomerati urbani presenti sul nostro dolente pianeta. Le città del futuro sono già nel presente. E il presente non solo le sostituisce alle vecchie capitali - immonde quanto affascinanti - ma recide con un taglio netto ogni legame con il passato, la storia e gli uomini che l’hanno fatta sedimentare.

Che si tratti di città «per tutti» è poi un altro paio di maniche. Possiamo anzi dirlo senza timore: il futuro si configura come qualcosa per pochi. O, come diceva lo scrittore José Saramago, «il mondo sembra ormai apparecchiato solo per i ricchi».

Utopie per pochi

Le città del futuro sono dunque, in primo luogo, le città del privilegio, della scienza e del potere. Tre dimensioni a cui può accedere solo chi ha molto o moltissimo denaro. Per cui badiamo a non farci illusioni: anche nei cosiddetti paesi emergenti come l’Egitto simili sedicenti città ideali sono ideali solo per chi tale sviluppo può permetterselo. Gli altri possono ammirarle come si ammira un divo hollywoodiano che vive dove noi non potremmo nemmeno adempiere mansioni di pulizia.

Premesso questo, come nascono e a quale scopo vengono costruite queste anonime cattedrali dell’avvenire? Nascono innanzitutto ex novo e per così dire senza radicamento nella cultura locale. Nascono in vitro e senza una storia alle spalle. Nascono nei laboratori urbanistici dei governi più ambiziosi e mirano essenzialmente a mostrare l’estensione e il prestigio delle proprie capacità tecnologiche.

Un rendering di Neom, in Arabia Saudita 
Un rendering di Neom, in Arabia Saudita 

Nascono, insomma, come fiori all’occhiello e non servono che a indicare l’inarrivabilità del futuro. E se in qualche modo richiamano i grandi agglomerati a loro tempo avveniristici dell’antichità, in sostanza sono le dilatazioni estreme delle città attualmente più all’avanguardia. Per citarne solo alcune: Tokyo, Seoul, Singapore, Honk Kong, Seattle, Bangalore, Tel Aviv.

Cosa contraddistingue, nell’essenza, queste modernissime realtà urbane? Forse il fatto che abbiano reso più confortevoli le condizioni abitative delle masse? No, piuttosto hanno reso iper-avanzate le condizioni dei pochi che vi possono abitare.

In estrema sintesi: high tech a ogni angolo di quartiere, robot umanoidi al servizio della cittadinanza, connessioni wireless generalizzate, paradisi dell’online gaming, pleiadi di start up, ciberports, schermi interattivi a ogni dove, proliferare di aziende produttrici di software e via elencando. Sempre in inglese e sempre rigorosamente al cospetto del virtuale e di una biofilia, quando esiste, a beneficio dei pochi. Singapore e la stessa Zurigo, a ben vedere, rientrano nel paradigma pur rapprensentando delle eccezioni a livello di inclusività.

Dall’Arabia all’Indonesia

Ma queste sono appunto ancora le città del «presente-futuro». Quelle che potremmo chiamare del «futuro-futuro» hanno particolarità e caratteristiche ancora più impressionanti.

A non molte centinaia di chilometri dal Cairo, la città Neom in Arabia Saudita (costo stimato 500 miliardi di dollari) è concepita come una costellazione di macro-città futuristiche che si estendono su centinaia di chilometri e si sollevano lungo grattacieli vertiginosi.

Ma il progetto iniziale è stato molto ridimensionato: quella che doveva essere la città più lunga del mondo («The Line», 170 km) in realtà si ridurrà a una struttura di un paio di km da inaugurarsi - forse - nel 2030, guerre permettendo. Il porto ottagonale («Oxagon») sembra avere più chance di realizzarsi, ma dovrebbe ospitare quasi solo miliardari in cerca di sci tutto l’anno e prestigiosi porti per gli yacht privati. Naturalmente affidando il tutto alla tecnologia più avanzata, all’intelligenza artificiale e ai proventi derivanti dal petrolio.

Un rendering di Nusantara in Indonesia, che dal 2045 prenderà il posto della capitale Giacarta 
Un rendering di Nusantara in Indonesia, che dal 2045 prenderà il posto della capitale Giacarta 

Discorso simile si può fare per la città di Nusantara in Indonesia, che letteralmente sta nascendo dal nulla e sarà probabilmente la futura sede del governo. Destinata a sostituire la capitale Giacarta, che sta sprofondando nell’acqua e nella sovrappopolazione, Nusantara sarà forse pronta nel 2045, ma pochissimi sembrano interessati a investirvi e i lavori paiono stagnare. Pensata come isola semi-ecologica e super-tecnologizzata, dovrebbe delocalizzare i funzionari pubblici delle amministrazioni di Stato, ma attualmente rischia di presentarsi come una semplice utopia senza orizzonti. A riprova che di «ideale», al momento, non ci sono che le idee.

Lancia la sua sfida anche la città di Astana, in Kazakhistan, che per quanto nata nel 1997 ha visto negli anni arricchirsi il suo tessuto urbano di costruzioni avveniristiche e vocazionalmente ecosostenibili. Considerata la capitale più fredda del mondo, è oggi un laboratorio architettonico di prima grandezza, ma ancora una volta sigla una tragica rottura con il passato (il popolo kazaco è tradizionalmente nomade) e libera energie e opportunità quasi solo per le classi privilegiate. Lo stesso dicasi per Abuja, dal 1994 nuova capitale della Nigeria dopo Lagos. Identico scenario: modernità, grattacieli, parchi, tecnologia.

Punti di rottura

Si potrebbe continuare, ma la domanda più dirompente si impone da sé: cosa è successo, alla storia, perché alla sua continuità si sia voluto, improvvisamente e trasversalmente, sostituire la sua discontinuità, la sua rottura, la nascita di realtà urbanistiche ex novo, l’affiorare di mondi astratti, di città dai tratti meccanici e a loro modo disumani, sempre più simili a prodotti laboratoriali voluti da un’equipe politico-scientifica ormai del tutto indifferente alla sedimentazione delle società? È questo il più emblematico segno dei tempi, la prova definitiva che siamo entrati nel post-umano e nel post-storico?

A chi avrà privilegio e anima per vivere in queste nuove cattedrali del deserto... l’ardua sentenza.

Una veduta di Astana
Una veduta di Astana
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