Le guerre dimenticate lungo il corso del Nilo

Uno degli aspetti più crudeli della contemporaneità è nell’impossibilità, per il comune osservatore, di cogliere il quadro generale delle tragedie umane. Una coscienza realmente globale di quanto sta accadendo nel mondo sembra fuori dalla nostra portata. E così una guerra posta sotto i riflettori ne nasconde un’altra, che rimane in ombra, un genocidio perpetrato in Palestina ne nasconde altri che si consumano nell’indifferenza generale, centinaia di migliaia di sfollati da una parte nascondono centinaia di migliaia di sfollati dall’altra.
Per capire questo drammatico fenomeno basta percorrere il corso del Nilo, il più grande fiume africano, il quale origina da una parte dal Lago Vittoria in Burundi (Nilo Bianco) e dall’altra dal Lago Tana in Etiopia (Nilo Azzurro). Lungo le sue serpentine, accanto alle sue anse sinuose, che da sud portano verso nord e dalle arsure del deserto alle frescure del Mediterraneo, si consumano alcune delle guerre più cruente che investono il Continente africano: guerre che l’Occidente sembra però aver completamente rimosso e dimenticato.
Uno Stato nello Stato
Non lontano dalle sue fonti lo scenario più problematico di questa martoriata porzione d’Africa si può osservare nella Repubblica del Congo. Anche in questo caso le notizie in merito sono quasi centellinate. Che sta accadendo? Perché se ne parla così poco?

Ancora una volta, come per altri tavolati di guerra, le tensioni congolesi originano da spinte separatiste che vedono nell’espansione dell’Alleanza Fiume Congo (AFC) / Movimento 23 Marzo (M23) una minaccia sempre più profonda alla stabilità e agli equilibri del paese. AFC/M23, con il supporto degli apparati militari ruwandesi, si distingue dalle milizie tradizionali africane per aver creato nel nord Kivu quasi uno Stato parallelo, mettendo il governo di Kinshasha di fronte al fatto compiuto e costringendolo all’impiego di milizie paragovernative che, soprattutto a causa dei loro abusi, traducono sempre più lo scontro da guerra civile a guerra etnica. In questo quadrato di terra si contano milioni di sfollati, un drammatico proliferare di bambini-soldato, stupri sistematici e un crescente giro d’affari intorno alle raffinerie che alimentano gli apparati bellici.
L’assedio di El Obeid
Salendo lungo le sponde del Nilo ci si ritrova poi in altri due scenari di conflitto altrettanto devastanti: quello sudanese e quello etiope. Sul primo ha richiamato di recente l’attenzione l’Alto Commissario Onu per i Diritti Umani, Volker Türk, che riferendosi al Sudan e alla città di El Obeid - teatro di un massacro che sta trasformando il Kordofan Settentrionale in un cimitero a cielo aperto - ha lanciato un allarme internazionale.
In effetti non ne sapevamo quasi nulla. E in questi mesi e anni abbiamo sentito parlare di Kordofan Settentrionale, per non dire della sua capitale El Obeid, solo in qualche trafiletto a margine delle vicende mediorientali.
Eppure proprio lì si sta assistendo, da un anno e mezzo a questa parte, a una tragedia che rischia di replicare quella del Darfur Settentrionale del 2024-25. Al punto che ormai l’Onu parla esplicitamente di «allarme rosso».
Le aree contese intorno a El Obeid sono diventate l’epicentro di una crisi umanitaria non dissimile da quella di Gaza. Le Forze Armate Nazionali, cioè l’esercito regolare sudanese, e le Forze di Supporto Rapido (FSR), le milizie che gli contendono il controllo della regione, oltre a sganciare droni in gran quantità (che nel solo mese di giugno hanno prodotto una cinquantina di morti civili), non risparmiano nessuna delle efferatezze denunciate dall’Onu: stupri e saccheggi tra gli sfollati in fuga dal conflitto, esecuzioni sommarie e rapimenti, torture e maltrattamenti. Tanto che il Kordofan Settentrionale - unico corridoio di terra percorribile per raggiungere il Darfur - conta ormai mezzo milione di persone accerchiate e senza vie di fuga.
L’acqua contesa
Ma tra i conflitti lambiti dalle acque del Nilo non va sottovalutato quello che oppone da anni, seppure su un piano più diplomatico che militare, l’Egitto all’Etiopia. Una guerra che in qualche modo sta diventando emblema della più importante causa di conflitti internazionali futuri: l’approvvigionamento dell’acqua. Oggetto del contendere, nel caso specifico, la Grande Diga del Rinascimento (o di Hidase), costruita in Etiopia lungo il corso del fiume e che rischia di drenare acqua in favore dell’Etiopia a grave detrimento dell’Egitto. Le autorità egiziane denunciano da tempo che, qualora non si pervenisse a un congruo accordo, il loro paese rischierebbe uno stato ingovernabile di prosciugamento e carestia. Oltre l’80% del patrimonio idrico del Nilo è infatti di provenienza etiope, e i pregressi accordi sulla sua distribuzione tra Etiopia, Sudan ed Egitto hanno visto questi ultimi due paesi del tutto in disaccordo con Addis Abeba, che oltretutto ha di recente paventato di voler costruire sul proprio territorio altre tre dighe.
Le ceneri ardenti del Tigray
Si tratta di un casus belli che lo stesso Trump ha preso a cuore, ma che senza un intervento internazionale è verosimilmente destinato a tracimare dal semplice piano diplomatico a un vero e proprio conflitto armato, ponendo ancora una volta il Nilo al centro della contesa. L’Etiopia d’altra parte non ospita solo la controversa Diga del Rinascimento, ma anche una delle guerre intestine più sanguinose dell’Africa, che di nuovo producono le loro vittime tra gli abitanti delle regioni nilotiche, ma delle cui dinamiche in Europa si tende a parlare solo per sommi capi. Il conflitto ha il suo epicentro nel Tigray e ha avuto luogo soprattutto tra il 2020 e il 2022, quando si sono firmati i cosiddetti Accordi di Pretoria. Ma nel conflitto tra il Fronte di Liberazione del Popolo del Tigray (TPLF) e il governo centrale del neo-rieletto Abiy Ahmed Ali il conteggio delle vittime resta impressionante: 600mila morti e oltre 800mila sfollati, che dopo oltre quattro anni dalla sospensione delle ostilità non solo temono di rientrare alle rispettive abitazioni ma preferiscono spesso lo stato di rifugiati nei campi-profughi, potendo da «esuli» beneficiare del sostegno dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR).
La tensione resta d’altronde altissima anche sui due fronti di guerra, poiché la richiesta di un’autonomia politica regionale del Tigray viene fortemente osteggiata dal governo centrale, che vede nelle spinte indipendentiste una minaccia alla propria integrità. E oltre al suo annoso conflitto con l’Eritrea teme che una destabilizzazione interna - con le masse di profughi sudanesi che stanno raggiungendo a decine di migliaia l’Etiopia - freni il processo di ammodernamento che sta investendo il paese: un processo che, come in molte altre realtà africane, presenta un sempre più palese disequilibrio tra minoranze privilegiate e masse ridotte allo stato di miseria assoluta.
Agli onori della cronaca tuttavia queste e diverse altre porzioni di mondo africano sembrano non aver diritto di salire. L’Africa, sempre più dimenticata, esce dal cono dell’attenzione internazionale e sprofonda inascoltata nella disperazione. E il maestoso fiume che l’attraversa - quel Nilo che gli egiziani chiamano giustamente Madre d’Egitto - assiste impotente alla devastazione che lo attornia nella sua corsa verso settentrione.
