Le infinite incognite del conflitto

Ogni guerra ha le sue incognite, quella in corso in Medio Oriente ne ha una lista infinita. Perché non passa giorno senza che se ne aggiunga una nuova. La prima riguarda il dopo. Ancora prima di cominciare gli osservatori chiedevano alla Casa Bianca quale fosse l’obiettivo finale della campagna contro l’Iran e se esistesse una road map, un percorso con una soluzione politica. Ad oggi non sono emerse risposte chiare. Forse perché neppure la Casa Bianca le ha.
C’è l’idea di un cambio di regime ma anche della possibilità di trovare interlocutori all’interno dell’attuale nomenklatura, due ipotesi al quale si somma l’auspicio di un tracollo della teocrazia. La Repubblica islamica, però, al momento è debilitata, decapitata della sua figura principe - l’ayatollah Alì Khamenei - ma non lascia spazi a fratture evidenti.
Se i mullah tengono nelle loro trincee e bunker è lecito domandare quali saranno i tempi di Epic Fury. Di nuovo abbiamo sentito voci diverse. Donald Trump è abbonato ad una misura standard, fatta di settimane: lunedì ne ha ipotizzate quattro o cinque, aggiungendo però di essere pronto ad allungare i termini. Qualche commentatore ribatte: non sarebbe strano se una mattina dicesse di aver raggiunto gli obiettivi e ordinasse uno stop.
Sulla possibile fine incide non solo la volontà degli Stati Uniti, perché conta anche ciò che pensa Teheran. E secondo una interpretazione gli iraniani ritengono di poter incassare ancora dei colpi senza compromettere le fondamenta del loro sistema. Non vincono ma neppure perdono e sperano un conflitto d’attrito induca The Donald, magari anche per le pressioni del suo elettorato, «a scendere dall’albero». È una scommessa, è un gioco pericoloso per entrambi. Ma i dirigenti con il turbante combattono sull’ultima spiaggia e cedere subito vorrebbe dire alzare bandiera bianca.
Per questo hanno allargato in modo sfacciato la loro rappresaglia sparando missili e droni dalle sponde del Golfo al Mediterraneo orientale, mobilitando milizie e colpendo persino Cipro, paese membro dell’Unione Europea. I danni economici per le monarchie sunnite sono immensi. Pensate al blocco parziale delle raffinerie saudite nei giorni scorsi e dei giacimenti di gas del Qatar, grande fornitore nel nostro continente. Calcolate, ancora, le ripercussioni su affari, movimenti di turisti, trasporti aerei e navali. Dubai, per fare un esempio, vive e prospera su tutto questo. Ed un giro con interessi che vanno oltre i confini degli Emirati. Gli attacchi dei guardiani hanno minato la stabilità e aperto un nuovo fronte dopo un periodo di dialogo più o meno sotterraneo tra emiri e mullah. Ora sono in lotta aperta. È vero che nel mondo fluido attuale certe ferite vengono dimenticate in nome del pragmatismo, le liti - se conviene - sono spinte sotto magnifici tappeti ma qui i fendenti sono stati profondi.
C’è il fattore Israele. Il premier Bibi Netanyahu continua con una strategia tesa a degradare qualsiasi avversario e in questa occasione ha trovato ancora la sponda generosa dell’America di Trump. Allo stesso tempo pensa alle elezioni, al suo destino giudiziario, ad un paese che è comunque in emergenza da quando Hamas ha scatenato l’assalto del 7 ottobre. A proposito: Gaza è finita nelle retrovie della diplomazia.
C’è, a chiudere, un nodo importante. I conflitti odierni hanno bisogno di mezzi sofisticati che non costruisci dalla mattina alla sera. Le salve di missili e droni-kamikaze degli iraniani costringono le difese a sparare l’impossibile per fermare la minaccia. Ma questi dispositivi costano e non bastano mai. Sono così rilevanti che i loro numeri restano riservati per non far sapere al tuo avversario quanti colpi hai in riserva. Non è un dettaglio secondario perché può condizionare l’andamento dell’intera campagna.
