Le purghe di Xi Jinping non si fermano

Il dragone si è liberato di alcune teste, figure importanti della nomenklatura militare di Pechino. Con una serie di decisioni rapide il presidente Xi Jinping ha epurato gerarchi che ricoprivano posizioni chiave. Il siluramento più clamoroso è quello del generale Zhang Youxia, uno dei più alti in grado. Grande esperienza, peso politico, ha guidato la riforma dell’Armata e svolto missioni che lo hanno portato all’estero. Era uno dei cosiddetti principi rossi, figli di protagonisti della guerra rivoluzionaria, casta alla quale appartiene lo stesso Xi.
Youxia era vicino alla pensione e dunque il regime poteva aspettare l’uscita di scena per ragioni anagrafiche, invece ha scelto la via ruvida. Una «degradazione» imputata alla corruzione e alla mancanza di fedeltà nei confronti del leader supremo. Così è finito sotto inchiesta insieme ad un collaboratore stretto, Liu Zenli.
Per gli esperti la caduta del generale rientra in un disegno preciso di Xi. Il numero uno vuole riaffermare il controllo pieno sulle forze armate, toglie di mezzo personaggi che possono diventare troppo potenti, manovra tra le diverse correnti. Dal 2022 sono stati oltre un centinaio gli ufficiali che sono stati messi alla porta, sollevati dalle loro poltrone sempre con le accuse di indisciplina, comportamenti non in linea, mancanza di vigilanza. Pechino trova sempre un motivo, una ragione, una scusa per epurare i ranghi. I media sottolineano che cinque dei sei membri della Commissione Militare, uno degli snodi nella «catena» di comando, sono stati cacciati in un arco di tempo relativamente breve. Ed erano stati tutti designati da Xi. Le autorità non sono state neppure frenate dalle capacità indiscusse di alcuni degli epurati o dalle eventuali ripercussioni su settori bellici delicati.
Gli analisti che seguono da vicino le vicende della Repubblica popolare inseriscono nella partita un fattore personale. Affermano che il regime e il suo capo soffrono di una presunta «paranoia». Vedrebbero nemici e pericoli ovunque in un sistema che certamente ha problemi di alti gradi (non solo loro) che hanno comportamenti illeciti o comunque li tollerano compromettendo gli apparati. Sono uomini che, potenzialmente, rischiano il ricatto, hanno punti deboli nonostante la funzione che ricoprono. Attorno voci, spifferi, insinuazioni a volte alimentate anche dall’estero. Sullo sfondo c’è sempre la paura dello spionaggio, delle infiltrazioni dei nemici, delle collusioni. Conta poco quanto i sospetti siano fondati, basta poco per stroncare carriere.
Gli autocrati, ha scritto lo studioso tedesco Marcel Dirsus, tendono a considerare più pericolosi coloro che sono parte del cerchio magico rispetto a chi è all’esterno o, persino, dissente. C’è sempre il fantasma della congiura di palazzo, del colpo di mano. E, allora, prevengono in modo drastico, con una sorta di taglia-erba ciclico.
È interessante poi il momento. La Cina segue il conflitto nel Golfo per le ripercussioni sul petrolio, aiuta in modo discreto l’Iran e non perde di vista l’obiettivo principale, ossia Taiwan. Il moltiplicarsi delle guerre, l’erosione delle scorte di munizioni antimissile nel campo occidentale per fronteggiare missili e droni, le crisi infinite potrebbero incoraggiare Pechino ad accentuare la pressione nei confronti dell’isola. Resta da comprendere se l’emarginazione degli specialisti come Youxia non sia controproducente ma, per ora, Pechino va avanti con la falce.
