Le ultime preghiere (o forse no) degli ayatollah

«Uccidere la Guida Suprema, per un iraniano sciita, equivale a uccidere il papa per un cattolico» ha scritto Andrea Zokh. Vero o non vero che sia - l’Islam non dispone in effetti di un vero e proprio clero - il paragone rende bene l’idea: Ali Al Khamenei era - e nel cuore di molti iraniani rimane - il vertice spirituale di un immenso popolo di credenti.
Spirituale o piuttosto politico? O addirittura spirituale-giurisdizionale? La distinzione, all’interno dello sciismo, è quasi del tutto irrilevante. Lo sciismo pone infatti, a differenza del sunnismo, la Guida Suprema allo stesso livello di un capo di Stato. E la sua storia secolare procede proprio da tale «frattura fondativa» ripetto ai fratelli sunniti.
Come è nato lo «strappo»
Una frattura che risale al «grande scisma» (altri ne sarebbero venuti nel corso del tempo, per esempio tra sciiti duodecimani e sciiti settimani) che si produsse quando, all’epoca del quarto dei primi quattro califfi successivi a Maometto (i cosiddetti «ben guidati») la comunità musulmana dovette decidere per il successore. E Ali, il genero del Profeta, era appunto il quinto nella «linea del sangue».
Correva l’anno 661, circa 40 anni dopo la migrazione di Maometto dalla Mecca (detta Egira). La comunità islamica si spaccò tra quanti ritenevano che l’eredità del messaggio profetico dovesse essere raccolta da un membro eletto dalla maggioranza dei credenti, seguendo la tradizione (sunna), e quanti viceversa sostenevano che dovesse avvenire per «filiazione diretta», cioè dai discendenti del Profeta: il cui ultimo esponente era appunto Ali (da cui la loro designazione di Shiat Ali, partito di Ali, sciiti).
Religione politica
Da allora procede una storia, più o meno conflittuale, che si è protratta fino ai nostri giorni. Con una comunità sunnita presente lungo l’85% delle terre islamiche e il restante 15% sotto la guida degli sciiti, maggioritari in Iran, Iraq e Libano. Un mondo esposto a tali e tanti conflitti da indurre Lucio Caracciolo ad affermare: «Sono molti di più i musulmani che si sono ammazzati tra di loro di quanti siano i musulmani che hanno ammazzato occidentali o viceversa».
Lo sciismo, assai più del sunnismo, non può dunque non essere politico. Il suo stesso «momento fondativo» (per non dire la straordinaria filosofia che ne seguì, raccontata esemplarmente nella Filosofia islamica di Henry Corbin) lo ribadisce in maniera radicale: come da noi si parla di «infallibilità papale», allo stesso modo in ambito sciita si deve parlare di «infallibilità della Guida Suprema». E come esistette un papa-re, ugualmente esiste ancora oggi, nella comunità sciita, un «papa-ayatollah» (in Persia già incarnato, nei secoli, dal «Re dei Re» o Shahansh ah).
Un repli identitaire
Detto questo (e fatto salvo che oltre ai 5 «pilastri» o arkan dell’Islam lo sciismo accoglie anche il Jihad come «dovere sulla via di Dio»), chiariamo alcuni punti connessi con la contemporaneità.
Primo: le strutture di potere iraniane precedono l’avvento dello sciismo e sono radicate in un sentimento popolare che affonda almeno al III secolo, quando la grande Persia sasanide siglò definitivamente l’unione tra il sacro e il potere. Pensare che un simile «patrimonio coscienziale collettivo» possa essere scardinato per mano dell’interventismo militare straniero non ha dunque alcun senso.
Secondo: le spinte riformatrici interne all’Iran precedono tanto la Rivoluzione khomeinista del 1979 quanto il colpo di Stato con cui i servizi segreti americani spodestano, nel 1953, assassinandolo, il primo ministro Mosaddeq, ripristinando il già deficitario e sanguinario regime dei Pahlevi e ponendo di fatto la Persia sotto l’egida occidentale. A riprova che possedeva anticorpi «antitirannici» già prima dell’avvento di Khomeini e certamente a prescindere dalle pressioni statunitensi.
Terzo: la spinta rivoluzionaria nasce prima del rientro di Khomeini dalla Francia: il popolo iraniano chiede di riappropriarsi del proprio destino a prescindere dall’interventismo straniero: e se cade dalla padella alla brace è perché nella padella lo aveva cacciato lo Shah. La teocrazia khomeinista è dunque il tragico repli identitaire di un popolo che, pur di non sottostare al diktat americano, esaspera il proprio identitarismo islamico. E duemila anni di monarchia, che non si cancellano in una notte, sono anche, mutatis mutandis, un retaggio imperiale non dissimile da quello conosciuto dalla Russia nel passaggio dallo zarismo all’Unione Sovietica.
Quarto: come nell’ebraismo si paventa il ritorno del Messia, così nello sciismo duodecimano si attende il ritorno del Mahdi. Tale orizzonte millenaristico è radicato in larga parte del pensiero iraniano, e contro un simile «attendismo sacro» la determinazione alla resistenza contro l’occupante (sia esso l’Iraq di Saddam o l’asse Stati Uniti-Israele) assume connotazioni martiriologiche difficilmente arginabili.
I muscoli del riformismo
Insomma, l’Iran - il cui arsenale militare è tra l’altro infinitamente più solido di quelli iracheni, siriani, afghani e libici - dispone di un sistema politico-sociale che non solo, attraverso i pasdaran e le politiche illiberali promosse dal regime, radica la propria forza nel divino, ma nei cui tessuti, in particolare a partire dagli anni Novanta di Rafsanjani e Khatami, è radicata anche una feconda pulsione riformatrice, che in qualche modo smentisce l’ipotesi che solo un’azione eterodiretta possa renderla effettiva.
E se oggi, da vent’anni, la stretta di Ahmadinejad e poi Khamenei, coadiuvata dalla milizia popolare dei Basiji, mostra i muscoli della teocrazia, non per questo riesce a nascondere quelli del riformismo (si veda l’«interregno» di Ruhani). Il quale infine non chiede all’Iran di diventare una succursale degli Usa, dopo averne subito le sanzioni, ma di «svecchiarsi» autonomamente e in virtù delle sole proprie forze.
