Le parole della politica

Le vetrine rotte nascondono un vuoto sociale

Da Parigi a Milano, passando per Tirana, cosa sta succedendo? Le riflessioni di ricercatori e filosofi convergono su un punto
Danni a un negozio dopo i disordini di Milano © CdT/Davide Illarietti
Camille Chenoux
24.10.2026 12:02

Lo psicologo e filosofo Umberto Galimberti aveva ragione quando diceva, con una lucidità che oggi suona profetica, che i giovani non stanno male per le solite crisi esistenziali dell’adolescenza, ma per qualcosa di più profondo e più difficile da curare. Il problema, scriveva, è culturale.

Il futuro non è più una promessa, ma qualcosa di imprevedibile e minaccioso, incapace di funzionare come motivazione. Quando il domani non vale la pena di essere costruito, ciò che rimane è il nichilismo, prima passivo, fatto di rassegnazione silenziosa e poi attivo, fatto di rabbia senza direzione. Le piazze in fiamme di queste settimane dalla Francia all’Italia, da Tirana a Milano, passando per Parigi e Limoges con coprifuoco nelle città francesi e cinquecento militari dispiegati nel capoluogo lombardo sembrano la traduzione visiva di quella diagnosi.

Non sono solo proteste politiche, sono esplosioni di un disagio che va molto più in profondità delle rivendicazioni che le animano quali il carovita e la precarietà. Queste sono le scintille, il combustibile è ben altro.

Quello che colpisce nelle immagini di questi giorni non è solo la violenza in sé, ma chi la esercita, sono giovanissimi, spesso minorenni. Molti di questi ragazzi non hanno la percezione di vandalizzare la propria città, perché in qualche modo se ne sentono estranei, non la riconoscono come loro. Ed è questa estraneità il vero nodo, non la rabbia, quella è solo la superficie. Il senso di non appartenere ad una comunità, quella che ho spesso chiamato atomizzazione dell’individuo porta al non riconoscersi più in alcuna istituzione. Il risultato è che non si trova rappresentanza politica, né canali per dire che si sta male e quando mancano le parole, arrivano i sassi.

Il problema non è solo economico, anche se le disuguaglianze pesano e si vedono, ma è identitario, più profondo e più difficile da affrontare con una legge di bilancio. In una società che ha imparato a offrire consumo al posto di senso e appartenenza virtuale al posto di comunità reale, il nichilismo, spesso alimentato in rete, non è una scelta consapevole, è una risposta quasi inevitabile al vuoto che si è venuto a creare.

Sarebbe comodo pensare che si tratti di un problema altrui, ma la Svizzera non è immune. Uno studio delle università di Zurigo e Friburgo pubblicato quest’estate ha rilevato una forte crescita della violenza tra i giovani elvetici, in particolare tra i maschi adolescenti, quasi uno su cinque ritiene che la violenza sia necessaria per difendere valori o credenze. La Confederazione ha risposto con strumenti concreti quando ad agosto la Rete integrata per la sicurezza ha presentato una carta condivisa contro la radicalizzazione, che nomina esplicitamente anche il nichilismo come forma di estremismo, una violenza senza ideologia, fine a sé stessa.

Le proteste di questi giorni in Svizzera sono state più contenute rispetto agli altri paesi, grazie a un sistema che offre più valvole di sfogo democratico, ma il malessere c’è e cresce. Umberto Galimberti direbbe che finché non troveremo il modo di restituire ai giovani un futuro che valga la pena di abitare, qualunque risposta resterà insufficiente.

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