L'IA è un cucciolo di tigre

Gestire lo sviluppo dell’intelligenza artificiale (IA) costituirà una delle principali sfide della nostra era. Nel suo interessante saggio «La mente sotto assedio. Come non lasciarsi manipolare nell’era dell’intelligenza artificiale», edizioni Casagrande, Bruno Giussani affronta questo delicato tema di grande attualità in un testo di 150 pagine di facile comprensione. Una lettura che consiglio caldamente a chi vuole approfondire questa tematica. La sfida che siamo chiamati ad affrontare è cruciale perché per la prima volta nella storia non dobbiamo chiederci come utilizzare una determinata tecnologia, bensì che cosa questa tecnologia «potrebbe fare a noi o di noi». Il premio Nobel Geoffrey Hinton ha descritto il momento attuale dell’IA come «la situazione di chi ha un cucciolo di tigre. È carino, coccolone, piacevole da accarezzare. Ma sarebbe meglio chiedersi cosa sarà una volta cresciuto».
Allo stato attuale, spiega Giussani, l’IA «non pensa né ragiona, ma genera risposte stimando statisticamente la probabilità che, data la sequenza delle parole precedenti, una parola piuttosto che un’altra appaia in una frase». Ma lo sviluppo tecnologico in atto, «senza freni né barriere», soprattutto in America, in un futuro non troppo lontanto ci porterà dapprima alla cosiddetta «intelligenza artificiale generale», equivalente a quella umana, e in un secondo tempo a una «superintelligenza», che supererebbe le capacità cognitive umane. Quale sarà il rischio di questa corsa all’innovazione? «Perdere la capacità di comprendere il mondo con chiarezza - risponde Giussani - e di scegliere in modo autonomno la risposta che vogliamo dare alle circostanze. Rendendoci così influenzabili e manipolabili». Sì, perché l’IA non è mai neutra, ma dipende da come è stata programmata ed ha quindi il potere di manipolarci. «Numerosi studi - avverte Giussani - hanno mostrato come i chatbot (cioè chattare con l’IA) possano influenzare l’atteggiamento delle persone senza che queste se ne rendano conto».
A questo punto l’autore solleva un altro elemento inquietante: la nostra dipendenza dal mercato americano. «La quota di mercato europeo controllata dai fornitori americani ammonta all’83 per cento». E questo dovrebbe preoccuparci in quanto è evidente a tutti come le grandi aziende tecnologiche statunitensi non si muovano più solo in base a criteri economici, ma abbiano sposato la politica dell’amministrazione Trump, che le difende a spada tratta cercando di impedire, minacciando nuovi dazi, all’Unione Europea di varare regole per gestire lo sviluppo dell’IA. Ecco allora la proposta di Giussani, non facile e che richiederà tempi lunghi, di disamericanizzarci per garantirci in futuro una «sovranità digitale».
La capacità cioè di un paese «di proteggere le proprie informazioni, le proprie infrastrutture tecnologiche e, soprattutto, l’integrità del proprio dibattito pubblico e del proprio sistema economico, e di agire in autonomia nel proprio spazio digitale».
