Focus economia

L’importanza di essere franco

Una buona notizia per la Svizzera, la moneta è forte ma non sfonda
©Gabriele Putzu
Lino Terlizzi
30.08.2026 06:00

Anni fa la rivista italiana di geopolitica Limes dedicò uno dei suoi Quaderni Speciali alla Confederazione elvetica, con il titolo «L’importanza di essere Svizzera », a cui chi scrive contribuì nel capitolo economico. La pubblicazione fece emergere un quadro di luci e ombre, di buone posizioni e di problemi, in cui però fu abbastanza evidente il perdurare di una forza di fondo del Sistema Paese. Riferendosi alla moneta elvetica, si potrebbe oggi parafrasare quel titolo. L’importanza del franco è data dal permanere della sua forza, che ha dato e dà alla Svizzera molti vantaggi e alcuni svantaggi. La buona notizia di questi mesi è che il franco pur rimanendo forte ha smesso per ora di salire e dunque sta permettendo di mantenere i lati positivi limitando al tempo stesso quelli negativi.

Un equilibrio che aiuta

Tra i vantaggi principali della moneta forte ci sono il minor costo effettivo delle importazioni, il contributo ad una bassa inflazione, la tendenza a tassi di interesse ridotti. Ricordiamo che la Svizzera, pur in un periodo come questo di rialzi di molti prezzi a livello internazionale, ha registrato in luglio un’inflazione limitata allo 0,4%; il tasso di riferimento sul franco, stabilito dalla Banca nazionale svizzera (BNS), è da più di un anno allo 0%. Tra gli svantaggi principali della moneta forte c’è il maggior costo effettivo delle esportazioni, nel caso elvetico chi compra dall’estero deve fare i conti con il super franco. Intendiamoci, l’export svizzero, basato in larga misura su beni ad alto valore aggiunto, ha saputo comunque difendersi bene in passato. Ma una moneta non esageratamente forte aiuta. E ora appunto un po’ di aiuto c’è, visto che il franco nell’ultimo anno è rimasto in sostanza stabile sulle due valute maggiori, euro e dollaro USA.

Vediamo le cifre. Mercoledì scorso in serata il cambio dell’euro era ancora nella fascia 0,93-0,94 franchi, con un guadagno annuo minimo della moneta unica europea (+0,3% circa); al di là di inevitabili oscillazioni (con un minimo a 0,89 e un massimo a 0,94), negli ultimi dodici mesi il quadro nel complesso è stato di stabilità. Il dollaro USA dal canto suo era attorno a 0,80 franchi, pure con un guadagno annuo minimo del biglietto verde (+0,2% circa); anche qui, al di là di oscillazioni abbastanza prevedibili (minimo a 0,76 e massimo a 0,82) lo scenario complessivo nell’ultimo anno è stato di stabilità. Dopo una ascesa molto lunga, il franco si è fermato, attestandosi su livelli alti ma lasciando qualche spazio a euro, dollaro e altre valute, evitando così di assumere una forza spropositata.

La linea di freno attuata dalla BNS, che in altre fasi aveva avuto poco successo, questa volta pare aver ottenuto qualcosa di più. Da una parte gli acquisti di valute estere e dall’altra parte l’abbassamento del tasso di riferimento allo 0%, senza tornare sin qui ai problematici tassi negativi, sembrano aver contribuito allo stop all’ascesa del franco. Anche i movimenti degli investitori legati al carry trade, cioè al prendere a prestito una valuta a tassi molto bassi (come franco o yen) per poi investire in valute a tassi più alti, sin qui paiono aver assecondato il quadro. Naturalmente, è legittimo chiedersi sino a quando questo stop del franco potrà durare e se, una volta finita questa fase di stabilità, la moneta elvetica riprenderà l’ascesa oppure scenderà. Quest’ultima ipotesi appare azzardata in linea di tendenza. Al di là di eventuali ribassi temporanei, il trend di fondo del franco pare restare infatti al rialzo. Il punto è che, una volta ripresa l’ascesa, questa sia molto moderata e graduale, in modo da non frenare troppo l’export.

I tasselli del quadro

Ci sono molti fattori dietro il valore alto del franco. Tra questi, il buon grado di funzionamento del Sistema Paese, la tenuta dell’economia elvetica ( la stima flash di una crescita dell’1,5% nel secondo trimestre 2026 è tra l’altro un’ulteriore conferma), il saldo commerciale positivo, un indebitamento pubblico tra i più bassi. Questi fattori con ogni probabilità continueranno a sostenere il franco. C’è poi il discorso delle tensioni geopolitiche (anche guerre, purtroppo) e delle incertezze economiche, che quando salgono spingono gli investitori a cercare di più i beni rifugio, tra i quali secondo molti c’è anche il franco. Molte analisi indicano che sono in prevalenza gli investitori internazionali a richiedere il franco, altre indicano invece che si tratta in realtà soprattutto di investitori svizzeri, privati o istituzionali. Comunque sia, si vedrà se le tensioni geopolitiche torneranno o no a spingere molto il franco, dopo lo stop di questi mesi favorito dalla BNS. Una certa stabilità della moneta, come l’attuale, sarebbe preferibile. Resta come sempre difficile pensare a cadute in serie del franco.

Il dollaro tiene la posizione ma subisce politica e debito

Per cercare di capire le tendenze del dollaro USA molti operatori guardano al Dollar Index, indice che mostra il valore della valuta statunitense in rapporto a un paniere formato da sei monete selezionate, che sono in ordine di peso euro, yen giapponese, sterlina britannica, dollaro canadese, corona svedese, franco svizzero. Mercoledì scorso in serata il Dollar Index era poco sopra i 99 punti, con un guadagno lieve, dello 0,9%, rispetto a un anno prima. In relazione al solo franco la moneta americana era praticamente stabile, dunque in rapporto al paniere la valuta americana se l’è cavata un po’ meglio, anche se non di molto. Il biglietto verde nei dodici mesi ha avuto saliscendi anche marcati, con un minimo attorno a 95 e un massimo attorno a 101. I 100 punti del Dollar Index secondo molti analisti restano una soglia importante, è infatti idea diffusa che la valuta USA superando in modo non provvisorio questa quota possa essere, in assenza di fattori straordinari, all’interno di un vero trend di stabilità o anche, nel migliore dei casi, di rialzo. Il problema è che dalla primavera del 2025 il dollaro americano è stato in gran parte sotto quota 100 e che, dopo la ripresa tra maggio e luglio di quest’anno, è tornato a scendere sino a rompere all’ingiù la soglia in questa seconda metà di agosto. Il dollaro USA fa insomma fatica a tenere, e ancor più a superare in maniera duratura, quota 100. Si vedrà come andrà nei prossimi mesi, ma sino ai giorni scorsi è stato così. Per ora non si può sostenere che la valuta americana sia tornata in una vera fase di risalita. D’altronde sono molti i fattori che giocano contro un rafforzamento perdurante del dollaro USA. Al di là della volontà del presidente Trump di avere una valuta non forte (per facilitare l’export americano, ma l’esito della linea è incerto), resta il peso della guerra contro l’Iran e delle connesse turbolenze sul versante del petrolio. L’economia statunitense cresce più di altre ma sta anch’essa rallentando. L’inflazione negli USA è più alta di quella di molti altri Paesi sviluppati, alimentata anche dai dazi varati da Trump. Tassi di interesse americani ancora più alti potrebbero servire contro l’inflazione e a sostegno del dollaro. Ma renderebbero ancora più costoso il debito pubblico americano, che è molto ampio e che sta già provocando una minore attrattività dei titoli pubblici USA. Molti Paesi emergenti stanno inoltre alleggerendo le riserve in dollari, a favore di altre valute e dell’oro. Gli Stati Uniti restano al primo posto, ma la loro leadership è intaccata. Se ci fossero schiarite reali in almeno una parte di questi numerosi punti, il dollaro potrebbe allora risalire con decisione, in caso contrario è difficile. In tutto questo, l’euro nell’ultimo anno ha dato segnali di tenuta. La moneta unica europea non è né forte né debole, tende a una certa stabilità. Per un euro ci volevano mercoledì sera oltre 1,16 dollari USA, lo stesso livello di un anno prima. L’euro ha tenuto anche sul franco, con un guadagno annuo minimo, di circa lo 0,3%, ed era nella fascia 0,93-0,94 franchi. Nella tenuta sul dollaro USA, l’euro è stato aiutato dai citati fattori politici ed economici che pesano chiaramente sulla valuta americana e non dai tassi di interesse, che negli Stati Uniti sono più alti di quelli dell’Eurozona. Al contrario, nella tenuta sul franco l’euro è stato aiutato dai tassi, considerando che questi sono nettamente più bassi in Svizzera (vedi anche l’azione di riduzione della Banca nazionale), e non dal quadro economico che, nonostante il rallentamento, nella Confederazione ha maggiore resilienza rispetto all’Eurozona.