L’Italia è ancora in mezzo al guado

In economia il passo dell’Italia è ancora lento. Il Paese nel complesso rimane in mezzo al guado, con qualche spiraglio ma anche con fardelli che perdurano e che ne frenano la corsa. Una fotografia ragionevolmente ampia della realtà economica italiana si può avere andando a vedere qual è la situazione per quel che riguarda quattro fra i capitoli principali: la crescita economica, l’inflazione, la disoccupazione, i conti pubblici. I dati relativi a questi quattro capitoli non dicono tutto ma dicono molto.
Velocità bassa
Sulla crescita economica in questi ultimi anni in Italia, il Fondo monetario internazionale (FMI) fornisce queste indicazioni: 0,7% nel 2023, 0,7% nel 2024, 0,5% nel 2025. Inoltre, queste sono le previsioni dello stesso FMI per quest’anno e il prossimo: 0,7% nel 2026 e 0,7% nel 2027. La soglia dell’1% di crescita economica annua dunque potrebbe non essere raggiunta in Italia nemmeno l’anno prossimo. È interessante confrontare queste cifre con quelle della media dell’area euro, di cui l’Italia è tra i membri maggiori. Questa la serie della crescita nell’Eurozona: 0,4% nel 2023, 0,9% nel 2024, 1,4% nel 2025, con previsioni di 1,3% nel 2026 e di 1,4% nel 2027.
Ad eccezione del 2023, in generale la crescita italiana è inferiore alla media dell’Eurozona. Prima della pandemia del 2020 si era già vista questa tendenza, poi dopo la caduta c’erano stati buoni rimbalzi anche in Italia nel 2021 e nel 2022. Ma la spinta è andata esaurendosi, in Italia più che altrove. Dal 2021 in poi non c’è stata recessione annua nella Penisola, è vero, ma la crescita dal 2023 è molto bassa. C’erano molte attese per un passo più robusto, tanto più considerando che l’Italia sta assorbendo i quasi 200 miliardi di euro (circa 180 miliardi di franchi al cambio attuale) che il Recovery Fund dell’Unione europea sta dando al Paese, tra finanziamenti agevolati e sovvenzioni (capitolo PNRR in Italia). Restano problemi di fondo, tra i quali investimenti in produttività non sempre adeguati, salari reali e potere d’acquisto in parte troppo limitati, burocrazie ancora ampie, conti pubblici pesanti.
Inflazione contenuta
Per quel che riguarda il problema dei salari reali e del potere d’acquisto, ora c’è almeno lo spiraglio di un’inflazione che è tornata ad essere abbastanza bassa. Secondo l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo (OCSE), nel 2025 l’inflazione media annua in Italia è stata dell’1,5%, in aumento sul 2024 ma inferiore al 2,1% della media dell’Eurozona. È possibile che il contenimento del rincaro in Italia sia collegato anche alla bassa crescita economica (che muove poco merci e servizi e dunque anche i prezzi) ma non è detto che la ragione sia solo questa e comunque c’è l’aspetto positivo per il potere d’acquisto. Qualche spiraglio c’è anche sul mercato del lavoro; per l’OCSE nel 2025 il tasso di disoccupazione in Italia è stato del 6,1%, inferiore al 6,3% della media dell’Eurozona. La cosa è in sé positiva, anche se una parte degli esperti richiama l’attenzione su un livello complessivo di occupazione ancora non sufficiente per un Paese rilevante come l’Italia e, di nuovo, sui molti posti di lavoro a salario troppo contenuto.
Impossibile non toccare il discorso dell’ampio debito pubblico italiano. Il Governo di Roma sta cercando di ridurre il deficit pubblico al 3% del PIL e ciò è cosa necessaria, anche in rapporto al tetto fissato dall’Eurozona in questa percentuale. Questo va bene, ma il problema è che a non scendere, anzi a salire, è il debito pubblico, una montagna che sovrasta i conti pubblici. Il 60% del PIL previsto dai parametri dell’area euro è improponibile, ma ci vorrebbero almeno alcune riduzioni. Invece, secondo Eurostat, alla fine del terzo trimestre 2025 il rapporto debito pubblico/ Prodotto interno lordo ( PIL) in Italia era al 137,8%, contro l’88,1% dell’Eurozona.
Indebitamento elevato
Nella serie storica fornita dal Fondo monetario internazionale, l’indebitamento pubblico italiano era al 133% del PIL nel 2019, ultimo anno prima della pandemia. Nel 2020, sull’onda appunto della crisi pandemica, ha toccato il picco del 154%. È poi sceso gradualmente sino al 134% del 2023. Nei due anni successivi è risalito e l’FMI prevede un 136% per l’intero 2025 e un 138% per il 2026. Il debito pubblico italiano sale sia in cifra assoluta sia in rapporto al PIL. Ciò rende molto difficile la gestione dei conti pubblici e sottrae di fatto risorse che anziché al pagamento del debito potrebbero andare alla crescita economica. La pressione fiscale è già alta, aumentare le imposte per ridurre il debito sarebbe un’idea doppiamente sbagliata. Ci vorrebbero tagli graduali ma consistenti alle spese pubbliche improduttive, però questo tipo di tagli, secondo molti esperti di conti pubblici, continuano a vedersi poco o nulla.
Quel calo dello spread italiano da collegare al trend tedesco
La riduzione dello spread sui titoli pubblici italiani è una buona notizia, per l’Italia e per l’Eurozona più in generale. La notizia va però analizzata più da vicino, per capire quanto della riduzione viene da un miglioramento della posizione italiana e quanto invece da un peggioramento di quella tedesca. Occorre infatti tener presente che lo spread è la differenza dei rendimenti (tassi di interesse) dei titoli pubblici dei vari Paesi dell’area euro rispetto al rendimento dei titoli pubblici della Germania, che fanno da riferimento.
Il differenziale
Più lo spread o differenziale è ridotto, più la situazione è tranquilla. Viceversa, se lo spread di uno o più Paesi sale, crescono le tensioni. In genere, lo spread di un Paese sale quando la sua credibilità - soprattutto in termini di tenuta dei conti pubblici - diminuisce. Se la credibilità scende, gli investitori vogliono infatti essere remunerati con tassi più alti sui titoli pubblici di quel Paese, in cambio del maggior rischio. Considerando il suo elevato indebitamento pubblico e le sue frequenti instabilità politiche, l’Italia ha avuto a lungo uno spread alto. Recentemente però lo spread italiano è nettamente diminuito. Il Governo di Roma collega ciò alla maggiore stabilità politica e alla buona tenuta dei conti. Il quadro reale però è un po’ più complesso.
Il fatto è che a peggiorare è stata questa volta la Germania, il punto di riferimento. E questo ha permesso non solo all’Italia ma anche ad altri Paesi, di contro, di migliorare i loro spread. Il cattivo andamento dell’economia tedesca nel biennio 2023-24 e la decisione di Berlino di fare ingenti investimenti lasciando salire il suo indebitamento pubblico (che co munque resta sotto la media Eurozona) hanno fatto aumentare i tassi di interesse sui titoli pubblici germanici. Altri Paesi, tra i quali l’Italia, hanno quindi visto conseguentemente ridotti i loro spread.
Traduciamo tutto questo in cifre, guardando ai titoli pubblici decennali nell’ultima fase. A fine 2024 il tasso sui titoli tedeschi era al 2,36%, quello sui titoli italiani era al 3,52%; la differenza era di 1,16 punti percentuali e cioè, in termini di spread, di 116 punti base. A metà febbraio 2026 il tasso sui titoli tedeschi era al 2,75% e quello sui titoli italiani era al 3,36%; la differenza era di 0,61 punti, cioè 61 punti base. Lo spread italiano è quindi sceso nel periodo da 116 a 61, con una diminuzione di 55 punti base. Ma, di questi ultimi, 39 sono dovuti all’aumento del tasso tedesco e solo 16 all’abbassamento del tasso italiano. Dunque il miglioramento effettivo dovuto direttamente all’Italia è molto minore.
I movimenti
L’Italia ha attualmente uno spread simile a quello, attorno ai 60 punti, della Francia, che ha avuto problemi di instabilità politica e di aumento dell’indebitamento. Ma ci sono altri Paesi dell’area euro che a metà febbraio vantavano spread nettamente migliori in rapporto a quelli di Italia e Francia. Facciamo esempi, precisando che non parliamo solo di Paesi del Nord Europa come Olanda (7 punti) e Irlanda (27 punti), ma anche di Paesi del Sud Europa. Il Portogallo a metà di questo mese era a 36 punti, la Spagna a 38 punti, la Grecia a 48 punti. Sì, anche la Grecia, che ha avuto in passato una dura crisi sui conti pubblici, ora sullo spread ha una posizione migliore rispetto a quelle di Italia e Francia. L’indebitamento pubblico di Atene è ancora alto ma, al contrario di quelli di Roma e di Parigi che stanno nuovamente aumentando, è stato molto ridotto nel corso degli ultimi anni. Il peggioramento della Germania ha comunque accentuato i miglioramenti di molti Paesi nei meccanismi dello spread.
