L’Italia tra problemi e resilienze

Nel suo rapporto sull’economia mondiale, pubblicato nei giorni scorsi, l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE) ha ridotto le previsioni di crescita per l’Italia. La Penisola non è l’unico Paese a cui è stata tagliata la crescita prevista in precedenza, ma il caso italiano fa più effetto di altri perché l’aumento del Prodotto interno lordo (PIL) tricolore era già basso. Per l’OCSE la crescita economica italiana è stata dello 0,5% nel 2025 e dovrebbe essere dello 0,4% nel 2026 e dello 0,6% nel 2027. Rispetto alle previsioni del dicembre scorso, c’è una diminuzione di 0,2 punti per quest’anno e di 0,1 punti per il prossimo. Anche per l’insieme dell’Eurozona le previsioni sono in calo, ma per l’area l’OCSE dà una crescita meno bassa: 1,4% nel 2025, 0,8% nel 2026, 1,2% nel 2027.
I nodi e la propensione
L’Italia risente come tutti delle incertezze legate ai dazi americani, delle tensioni geopolitiche e dei conflitti bellici, soprattutto della recente guerra di USA e Israele contro l’Iran, con i riflessi negativi che ha avuto anche per petrolio e gas. Ma ha anche suoi problemi specifici che da tempo la frenano. Tra questi, gli investimenti in produttività non sempre adeguati, i salari reali e il potere d’acquisto in parte troppo limitati, le burocrazie ancora ampie, i conti pubblici pesanti, con un indebitamento che rimane molto elevato. Si tratta di nodi consistenti, che continuano a impedire al Paese di avere una velocità maggiore, più in linea con la sua importanza economica.
Nonostante il permanere di questi problemi, però, c’è anche chi sottolinea la capacità di tenuta dell’economia italiana e la propensione di molti attori di questa ad adattarsi e a cogliere le opportunità nelle varie fasi. Nei giorni scorsi si è svolto a Villa d’Este di Cernobbio, sulle rive del Lago di Como, l’incontro internazionale «Lo scenario dell’economia e della finanza», organizzato ogni primavera da The European House Ambrosetti (TEHA). Imprenditori, manager, economisti hanno discusso del quadro internazionale, ma una parte delle analisi e dei confronti ha riguardato specificamente, come sempre in questa sede, la situazione economica italiana.
L’indicatore 2026
Tra i documenti presentati c’è il TEHA Club Economic Indicator 2026, che si basa su un sondaggio condotto su circa 450 imprenditori e business leader attivi in Italia. L’indicatore è costruito su una scala da -100 a +100, il che significa che i valori superiori allo zero rappresentano condizioni di espansione. Nel marzo di quest’anno l’indicatore si è attestato a 57,8 punti, un dato che segnala una valutazione ancora favorevole della situazione attuale, pur esprimendo un graduale raffreddamento del clima di fiducia. Secondo TEHA, ci sono elementi oggettivi che indicano una tenuta tricolore. L’economia italiana avrà probabilmente un risultato annuo positivo, con una dinamica recente sostenuta principalmente dagli investimenti, mentre i consumi hanno fornito un contributo più contenuto. Il sistema produttivo continua a mostrare competitività, con un export che nel 2025 ha raggiunto il livello record di 643 miliardi di euro.
Anche il mercato del lavoro secondo TEHA rappresenta un fattore di resilienza per il sistema economico italiano. Nel 2025 il numero di occupati è salito e ora le prospettive occupazionali a sei mesi si mantengono stabili, su livelli superiori alla media recente. Nel complesso l’economia italiana per TEHA mostra fondamentali interni solidi, sostenuti da export, investimenti e occupazione. Inoltre, il Piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR, legato al Recovery Fund dell’Unione europea, per l’Italia quasi 200 miliardi di euro tra prestiti e sovvenzioni) comporta anche opere infrastrutturali, il cui completamento potrà rafforzare la crescita potenziale del Paese. Un effetto positivo, anche se ciò porterà, aggiunge TEHA, a un incremento delle spese di funzionamento.
Il fardello geopolitico
Nell’analisi di The European House Ambrosetti c’è inevitabilmente anche il peso del quadro internazionale. Dall’indicatore TEHA emergono, accanto ai fattori della solidità attuale, elementi di cautela nelle aspettative. I termometri sulle prospettive del business a sei mesi e sulle prospettive degli investimenti sono entrambi in calo rispetto alla rilevazione precedente, rimangono in territorio positivo ma riflettono l’incertezza legata alla durata delle tensioni geopolitiche e al persistere di costi energetici elevati. C’è inoltre la possibilità di politiche monetarie più restrittive, quindi di tassi di interesse più alti e di costo del denaro maggiore, in risposta a eventuali nuove pressioni inflazionistiche. L’Italia quindi per TEHA può e deve puntare ora sul nuovo equilibrio, giocato tra una certa solidità interna e rischi esterni ancora rilevanti.
Montanino (CDP): «Una nuova fase con risorse pubbliche e private»
L’italiano Piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR) è collegato al Recovery Fund o Next Generation dell’Unione europea, nato per contrastare gli effetti economici della pandemia esplosa nel 2020. Dei circa 750 miliardi di euro complessivi del Fund, quasi 200 miliardi sono stati assegnati all’Italia, tra prestiti e finanziamenti a fondo perduto. Un’assegnazione ampia, legata al fatto che la Penisola è tra i Paesi europei che più erano stati colpiti dall’ondata pandemica. Sulla base del meccanismo previsto, i fondi sono arrivati gradualmente ai vari Paesi, in aggancio ai progetti approvati. Lo stesso meccanismo prevede anche che i fondi vengano utilizzati entro la fine del 2026.
Le prospettive
Di PNRR si è parlato nei giorni scorsi a Villa d’Este di Cernobbio, sul Lago di Como, durante l’incontro internazionale «Lo scenario dell’economia e della finanza», organizzato come ogni anno in primavera da The European House Ambrosetti (TEHA), con la presenza di imprenditori, manager, economisti. Se ne è parlato soprattutto per cercare di definire come si possa andare oltre il PNRR, che ha fornito e sta fornendo carburante prezioso all’economia italiana, ma che si sta ormai appunto avviando al completamento. Se da un lato occorre terminare nel modo migliore possibile il capitolo PNRR, dall’altro occorre cominciare a delineare i contenuti principali della fase successiva.
«Per l’Italia - dice Andrea Montanino, direttore Strategie Settoriali e Impatto di Cassa Depositi e Prestiti (CDP) - il PNRR ha fatto molto, ma non può fare tutto. Bisogna programmare una nuova fase di investimenti pubblici, facendo tesoro della lezione del PNRR: programmazione, monitoraggio, valutazione degli investimenti sono essenziali per spendere meglio, e non solo spendere. Cruciale sarà anche trovare gli strumenti adatti per mobilitare più risorse private accanto a quelle pubbliche. Puntando su digitalizzazione, innovazione, reti di connessione, il Paese sarà più solido e capace di trattenere i talenti, specie tra i giovani ».
Le transizioni
Per Montanino, che all’incontro internazionale di Cernobbio è intervenuto con una presentazione centrata proprio sull’Oltre il PNRR, il percorso specifico italiano si inquadra in uno scenario internazionale che registra nella fase attuale transizioni di grande peso. «Siamo nel mezzo - afferma Montanino - di quattro importanti transizioni: quella digitale; quella green e energetica, che richiede più energia e energia più pulita; quella demografica, con l’Europa unico continente dove la popolazione è prevista ridursi; infine quella geoeconomica. È finita l’era del mondo come un grande supermercato, gli scambi si basano anche su considerazioni di alleanze e di posizionamento strategico. Il come gestiremo queste quattro transizioni ci dirà come saremo». Detto di questo scenario di transizioni di ampia taglia, è naturalmente auspicabile che i conflitti bellici, compresi quelli di un’area decisiva come il Medio Oriente, non si estendano e che anzi si riducano o cessino. Il fardello derivante da questi conflitti è notevole anche in capo economico e inevitabilmente tocca da vicino anche l’Italia. «C’è il rischio - sottolinea Montanino - di una guerra d’attrito che possa durare molto tempo. Gli effetti negativi sono legati ovviamente al prezzo delle materie prime energetiche, alla riduzione degli investimenti a causa dell’incertezza, alla riduzione dell’export verso i Paesi colpiti dal conflitto bellico. Negli ultimi tre anni, l’export italiano di macchinari, di prodotti farmaceutici, ma anche della moda e della gioielleria era particolarmente cresciuto in quell’area del mondo».
