L'analisi

Lo scacchiere internazionale è impazzito

Ma si evidenziano almeno tre tendenze rilevanti – Dal Venezuela all'Ucraina, passando per Cuba e l'Iran
©Evan Vucci
Guido Olimpio
11.01.2026 06:00

Si è chiuso un anno drammatico, se ne apre uno irto di incognite. Mai dire mai. Viviamo una stagione internazionale segnata da alcune linee di tendenza. La prima potremmo definirla con uno slogan «mi prendo ciò che voglio». Lo ha dimostrato Donald Trump con il colpo di mano a Caracas e la cattura-sequestro del leader Nicolas Maduro. Un intervento rapido presentato come un’operazione di polizia: non siamo in guerra con il Venezuela, ha affermato il presidente. Parole che ricordano quelle di Vladimir Putin sull’invasione dell’Ucraina, definita un’operazione speciale poi trasformatasi in un conflitto devastante.

La manovra per togliere di mezzo Maduro era largamente annunciata dalle dichiarazioni e dallo schieramento di una grande Armada nei Caraibi. L’averla portata a termine con successo può diventare una spinta a rifarla. È ciò che temono diversi osservatori e non solo quelli più critici verso The Donald. Nel mirino ci sono la Groenlandia, il Messico, Cuba, la Colombia, l’Iran: ovviamente sono obiettivi con caratteristiche diverse, più complessi rispetto al dossier venezuelano ma il fatto stesso che Trump li citi devono spingere a stare in guardia. Nelle scorse settimane la Casa Bianca ha dimostrato di essere pronta ad azioni a sorpresa, spesso con risvolti dalle implicazioni elettorali: è il caso del raid contro i jihadisti in Nigeria, intervento presentato al popolo MAGA come la difesa dei cristiani nigeriani, minacciati dai tagliagole. Il presidente è inebriato dal successo, preme sull’acceleratore, rivendica il ritorno della forza imperiale americana, irride gli avversari. Che studiano, fanno le loro mosse e in qualche modo sfruttano le scelte dirompenti americane per giustificare le proprie.

Il secondo elemento di questa fase, un po’ defilato ma esteso e importante, è rappresentato dalle sfide lanciate da paesi più piccoli rispetto alle super potenze. Thailandia e Cambogia si scambiano cannonate, prendono dei rischi e pagano un prezzo. L’opzione bellica non è un tabù, seguono la via delle armi per risolvere contese vecchie e nuove. Situazione non diversa dall’eterno scontro India-Pakistan, dove i combattimenti convenzionali sono stati sostituiti da manovre sotterranee affidate alle intelligence. Ancora più feroci le crisi che incendiano il Sahel e l’area congolese. Un mix di terrorismo islamico, guerriglie, antiche rivalità etniche.

Infine, la terza componente: il secessionismo legato a disegni strategici. A documentarlo l’azione ad ampio raggio condotta dagli Emirati Arabi che non si pongono limiti grazie alle risorse e a iniziative spericolate. Mohammed bin Zayed, uomo forte di Abu Dhabi e regista del potere nella confederazione di sette mini-stati, ha sostenuto la Cirenaica libica del generale Haftar (rivale dell’esecutivo di Tripoli), i separatisti del Sudan, nel sud Yemen e nel nord della Somalia. In qualche caso, vedi il Somaliland, c’è una concertazione discreta con Israele, unico governo a riconoscerne l’indipendenza. Gli emiratini vogliono aumentare la loro influenza lungo tutto il Mar Rosso, dove sono già presenti con basi e porti, e per farlo sono arrivati al punto di duellare, attraverso i rispettivi alleati locali, con gli ex amici sauditi attestati su posizioni più caute. Non è cosa da poco perché coinvolge partner rilevanti degli Stati Uniti, due attori necessari per chiudere il dramma di Gaza e dare un nuovo assetto. Invece la Striscia attende soluzioni, come l’attende l’Ucraina, martoriata ogni giorno dall’aggressione russa, ostaggio delle capriole di Trump, appesa alle garanzie di un Occidente compatto solo in apparenza.

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