Cultura

Lo scrittore va contromano

Gino Marchitelli scrive thriller ambientati in Lombardia, con escursioni in Ticino - «Resto fondamentalmente un antagonista»
Clemente Mazzetta
01.02.2026 16:30

Scrive gialli, noir, ma si presenta come un «antagonista». Gino Marchitelli, 66 anni, è di Milano, Lambrate. Lo stesso quartiere di Enzo Jannacci e Giorgio Gaber, le cui canzoni raccontano gente di varia umanità: alternativa, strana, originale, vera. C’è quello che portava i scarp da tennis, quello che parla da per lü, quello che da solo gioca al biliardo. Tutta gente che va in direzione ostinata e contraria.

Come Marchitelli, del resto. «In tempi sociali, economici e politici così cupi e tremendi come questi - dice di sé - essere antagonista a questo sistema di dominio non è un dovere, ma un obbligo».

Gli eroi, i protagonisti dei suoi romanzi, vivono a Milano, ma bazzicano anche da queste parti: qualche volta arrivano a Lugano, un’altra a Locarno durante il Festival del cinema («Panico a Milano»). Spesso si avventurano sul Lago Maggiore, quel «Lago nero» che dà il titolo al suo penultimo romanzo, dove il nero sta per nazifascista.

«La vicenda, tutta di fantasia, vede tre ragazzi che, per il gusto dell’avventura, si imbattono in un traffico d’armi sulle montagne del Lago Maggiore - spiega Marchitelli -. Mi ha permesso di ricordare una notizia verissima: quella di un ex ufficiale delle SS (Hermann Bickler) che è riuscito a vivere indisturbato per decenni nella sua casa nei dintorni di Laveno, dopo essersi registrato in Comune con la sua vera identità, godendo di inconfessabili coperture. Una cosa assolutamente impensabile, ma in stretta relazione con il nuovo fascismo che ha preso forza in quelle zone della Lombardia. La storia è stata oggetto di un’inchiesta di Corrado Formigli e Alberto Nerazzini su La7, da cui ho preso spunto».

Ha scritto saggi, come Campi di concentramento fascisti, una vergogna italiana (Jaca Book), anche libri per bambini, ma in prevalenza punta sul giallo/noir. Come è nata questa passione?

«È nata dalla voglia di raccontare storie che non siano solo suspense, ma anche specchio della società. Sono stato spinto a scrivere anche da Vittorio Agnoletto, volto noto del movimento «No global» (Genoa social forum) con cui avevo collaborato per denunciare le condizioni di sfruttamento dei lavoratori sulle piattaforme petrolifere. Nei miei libri cerco di fondere l’indagine investigativa con temi più ampi: la memoria storica, l’ingiustizia, la corruzione, le radici culturali di certi fenomeni criminali».

Nei suoi gialli - Panico a Milano, Il lago nero, Il fantasma del Giambellino - c’è spesso un forte legame con la storia, anche recente, e con i luoghi. Quanto contano questi elementi?

«Il noir non è solo un modo per raccontare il crimine, ma per me è soprattutto uno strumento per cogliere le ragioni di fondo di una società. I luoghi, le ambientazioni - un quartiere, la riva di un lago, una montagna - diventano essi stessi personaggi. Contribuiscono a creare l’atmosfera e quel legame con una storia, spesso drammatica, che ci portiamo alle spalle. Se non la ricordiamo, se non la comprendiamo, rischiamo di doverla rivivere drammaticamente».

I gialli sono uno spunto per riflettere sul presente. Cosa ci si deve aspettare leggendo i suoi romanzi?

«Non un semplice giallo da leggere di corsa, ma un’analisi dei fatti che accadono: del perché succedono, di cosa c’è dietro. Parlo di connessioni tra individuo e comunità, tra passato e presente. Se scrivo, ad esempio di cantieri edili cerco di portare il lettore dentro queste dinamiche, proponendogli analisi basate su fatti reali. Facendogli cogliere le contraddizioni di un sistema».

La vendita dei suoi romanzi segue anche itinerari alternativi: presentazioni in libreria, firmacopie, convegni, festival. Un grande lavoro di diffusione. Quanto vende?

«Premesso che lavoro con quattro editori e che una parte delle pubblicazioni è gestita in proprio, ogni titolo ha avuto una sua traiettoria di vendita. Ma c’è un grande impegno. Solo quest’anno ho fatto 160 presentazioni. Mediamente vendo tra le 2.000 e le 5.000 copie per titolo: per un autore come me, nel genere giallo/noir, è un buon risultato».

Direi ottimo: in lingua italiana si pubblica molto (circa 85 mila titoli all’anno) ma si vende poco. A parte le poche decine di grandi bestseller, su 85 mila titoli sono solo 3.600 i libri che hanno venduto più di 2.000 copie.

«Evidentemente ho molti lettori affezionati che tornano di libro in libro e ne parlano tra amici e nelle librerie locali, anche in Ticino. In 14 anni d’attività ho scritto una ventina di libri e ho superato le 80 mila copie vendute (per saperne di più clicca su www.ginomarchitelli.com)».

Per pubblicare Il fantasma del Giambellino ha fatto ricorso al «crowdfunding». Funziona?

«Sì, l’ho già sperimentato varie volte. È una modalità molto diffusa nei Paesi anglofoni, mentre da noi è ancora poco utilizzata. Funziona, ma richiede impegno: bisogna costruire una comunità attorno a un progetto credibile, coinvolgendo le persone in un clima di fiducia che si conquista nel tempo. «Il Fantasma del Giambellino», uscito a dicembre, in sole quattro settimane ha venduto 1.200 copie».

In questo tuo ultimo giallo parla del Giambellino - il quartiere dove, per dirla con Gaber, «il Cerutti Gino era un drago» e «Riccardo giocava da solo al biliardo, non di grande compagnia, ma il più simpatico che ci sia» - come di un luogo che, pur trasformato, ha mantenuto una sua peculiarità.

«In questo giallo affronto temi legati ai social e alle dinamiche della violenza online: cyberbullismo, revenge porn. Ma cerco anche di capire cosa è successo nelle teste delle persone dopo l’esperienza del C ovid, perché individui apparentemente normali si siano «incanagliti», siano diventati odiatori seriali, pronti a giudicare, condannare, umiliare, soprattutto le donne. È una violenza sottile e devastante, quasi un mutamento antropologico. In questo contesto il Giambellino è raccontato come luogo simbolico di Milano: un quartiere carico di storia operaia, conflitti sociali, solidarietà, assieme ai suoi drammi. In una città diventata anche visivamente il simbolo della finanza e dei grattacieli, quartieri come Giambellino, Niguarda e Lambrate, hanno mantenuto una loro fisionomia e un legame con la loro storia profonda».

In fondo anche tu, Marchitelli, fai parte di queste storie di quartiere con il tuo passato di contestazione, di sindacalismo di base. Ancor adesso sembri appena uscito da una riunione extraparlamentare tipica degli anni Settanta.

«Sarà probabilmente perché faccio parte di quelle persone che non si sono vergognate di aver cercato di cambiare il mondo. In gioventù ho lavorato sulle piattaforme petrolifere dell’Eni e, negli anni Ottanta, ho organizzato una serie di scioperi, realizzando un dossier sullo sfruttamento degli operai che Democrazia Proletaria presentò in Parlamento». Ma questa è un’altra storia. E che fa parte - ovviamente - di un altro giallo: Delitto in piattaforma».

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