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Lo stadio di Lugano non è solo uno stadio

Il PSE è l'esempio di come oggi le arene sportive sono diventate qualcosa di più complesso - L'analisi dell'architetto Ignacio Rubiño
©Gabriele Putzu
Marco Ortelli
11.01.2026 15:00

Il nuovo stadio di Lugano, nel contesto del Polo Sportivo e degli Eventi PSE è molto più di un impianto sportivo. È un progetto urbano di lunga gestazione, avviato nel 2012 e destinato a concludersi nel 2029, che nel frattempo ha accompagnato il dibattito cittadino e sollevato interrogativi sul ruolo degli stadi nelle città contemporanee. Non solo calcio, dunque, ma spazio pubblico, integrazione urbana, sostenibilità e visione a lungo termine. A partire dal caso luganese, l’architetto sivigliano Ignacio Rubiño già docente all’Accademia di Architettura di Mendrisio, realizzatore con lo studio Rubiño García Márquez Arquitectos dell’Estadio municipal de fútbol a Jaén, in Andalusia, Spagna, riflette su come sono cambiati gli stadi, sugli errori da evitare e sulle sfide che attendono questo tipo di architettura nel XXI secolo.

Architetto Rubiño, che cosa rappresenta oggi il progetto dello stadio di Lugano?
«Rappresenta molto bene la complessità degli stadi contemporanei. Non si tratta solo di costruire un’arena sportiva, ma di inserire un’infrastruttura importante in un contesto urbano definito, con regole, relazioni e aspettative precise. Il progetto nasce su un grande lotto cittadino e include, oltre allo stadio vero e proprio, un ampio programma di funzioni complementari. È significativo che si sia evitata la frammentazione: invece di suddividere il programma in più volumi autonomi, l’impianto è pensato come un edificio unitario, orizzontale e compatto, articolato da assi ortogonali, con il contrappunto verticale di due volumi. È una scelta che privilegia la logica urbana rispetto all’idea dello stadio come oggetto isolato e autoreferenziale».

Quanto conta, in un caso come questo, il rapporto con la città?
«Conta moltissimo, ed è spesso il nodo più delicato. Uno stadio è sempre un edificio singolare, grande rispetto al tessuto residenziale. Appartiene alla stessa categoria di musei, sedi amministrative o grandi infrastrutture. La sfida, a Lugano come altrove, è far sì che questa presenza non diventi estranea alla vita urbana. Accessibilità, mobilità, trasporto pubblico, gestione dei flussi e qualità degli spazi aperti sono elementi decisivi quanto la qualità architettonica. Uno stadio ben integrato deve funzionare anche nei giorni senza partita, diventando parte del paesaggio quotidiano e non solo un luogo eccezionale».

Uno stadio non dovrebbe essere autorefenziale ma dialogare con lo spazio pubblico e la vita quotidiana

Allargando lo sguardo, come si progetta oggi uno stadio di calcio?
«Lo stadio contemporaneo non è più soltanto un’arena per novanta minuti di gioco. È un’infrastruttura urbana complessa, condizionata da un quadro normativo sempre più articolato, da esigenze di sicurezza elevate, da vincoli economici stringenti e da obiettivi ambientali ormai imprescindibili. In questo contesto la figura dell’architetto “eroico”, che controlla ogni decisione, è superata. Il progetto nasce all’interno di team multidisciplinari e l’architetto deve tenere insieme disegno, norme e comprensione profonda del luogo, includendo anche la storia, il contesto sociale e la dimensione culturale. L’architettura resta un’arte sociale, non un esercizio formale fine a sé stesso».

Quali errori vede più spesso nei nuovi stadi?
«Due in particolare. Il primo è l’eccesso di attenzione alla forma iconica, alla ricerca dell’immagine spettacolare. Il secondo è una localizzazione sbagliata o poco meditata. In entrambi i casi si producono edifici che attirano l’attenzione ma restano scollegati dalla città. Uno stadio non dovrebbe mai essere autoreferenziale: deve dialogare con lo spazio pubblico, con il paesaggio e con la vita quotidiana, altrimenti rischia di diventare un’enclave urbana».

La polifunzionalità è ormai una parola chiave. È sempre un valore?
«Oggi è soprattutto una necessità. Uno stadio utilizzato solo una volta ogni due settimane è difficilmente sostenibile, sia dal punto di vista economico sia da quello urbano. La presenza di funzioni complementari – commerciali, culturali o di servizio – permette di rendere l’impianto parte attiva della città e di estenderne l’uso nel tempo. La condizione, però, è che il calcio resti il cuore del progetto e che le funzioni aggiuntive non snaturino l’identità dell’impianto».

In Europa si discute se ristrutturare impianti storici o costruirne di nuovi.
«La ristrutturazione ha senso solo quando l’edificio esistente lo consente davvero: durata dei materiali, adeguamento normativo, sicurezza, capienza e posizione urbana. Quando questi requisiti mancano, forzare il recupero può essere controproducente. In altri casi, un nuovo progetto permette di rispondere meglio alle esigenze contemporanee. In ogni caso, oggi vale un principio chiaro: costruire meno, costruire meglio e con un minore costo ambientale».

Come immagina lo stadio del futuro?
«In uno scenario di emergenza climatica crescente, le qualità decisive saranno sostenibilità e reversibilità. Gli stadi dovranno essere pensati per adattarsi, trasformarsi e ridurre il loro impatto ambientale lungo tutto il ciclo di vita. Meno monumentalità fine a sé stessa e più responsabilità verso la città e il pianeta. È questa, credo, la vera sfida dei prossimi vent’anni».

Ancora sullo stadio luganese con stoccata da... «matador».
«Pur difendendo un’architettura di impostazione generalista, fondata su una solida formazione culturale, riconosco con un certo fastidio una fortissima influenza nordamericana nel modello di studio di architettura specializzato, che rappresenta una garanzia di successo per i promotori. In particolare, il tema sportivo richiede studi di specialisti con un’elevata esperienza. Entrambi questi profili convergono nello studio Cruz Ortiz».