L'oggetto

L'ombrello, una storia millenaria

Le apparizioni nel mito, nell'arte e nel cinema di un accessorio che ci accompagna dai tempi dell'antico Egitto
©Gabriele Putzu
Dario Campione
12.04.2026 06:00

Gli esseri umani creano, utilizzano, perfezionano e decorano ombrelli da millenni. Dell’ombrello non si può fare a meno. Quando piove. Ma se il cielo è terso, o tira vento, l’ombrello non è soltanto inutile. È pure problematico. Diventa un impiccio, tanto che nulla si dimentica facilmente quanto un ombrello. Oggetto però amato come pochi altri. Anche se può sembrare inverosimile, la bibliografia sull’ombrello è vastissima. Da quando William Sangster, proprietario di Sangster’s Umbrellas a Londra, pubblicò la sua allegra e trionfale indagine Umbrellas and Their History nel 1855, sugli scaffali delle librerie si sono affastellate storie, analisi sociali, saggi filosofici, volumi d’arte. Tutti dedicati all’ombrello. Due nomi su tutti: Charles Dickens, che descrisse nei suoi racconti le condizioni di lavoro di chi fabbricava ombrelli nella Londra vittoriana; e Robert Louis Stevenson, il quale - appena 21enne - pubblicò nel 1871 La filosofia dell’ombrello, gustosa parodia degli status symbol e delle convenzioni sociali a lui contemporanei.

Una lunghissima storia

L’ombrello come lo conosciamo oggi risale alla metà del XIX secolo, quando l’acciaio sostituì l’osso di balena come materiale per confezionarne lo scheletro, rendendo la produzione più facile e riducendo notevolmente i costi. Ma l’oggetto ombrello ha una lunghissima storia, ricostruibile attraverso le sue apparizioni nel mito, nella storia, nella letteratura, nell’arte e nel cinema. «La storia degli ombrelli è complessa e di vasta portata; i significati e il simbolismo a essi associati variano notevolmente di secolo in secolo, da luogo a luogo».

Già più di tremila anni fa, ad esempio, i faraoni dell’antico Egitto e i monarchi dell’Assiria li utilizzavano per proteggersi dal sole.

Anche in Cina, «i reperti a testimonianza dell’utilizzo di questo oggetto risalgono a millenni fa». Ombrelli pieghevoli sono stati ritrovati nella tomba del condottiero Wang Kuang risalenti al 25 a.C. «Durante la dinastia Ming (1368-1644) vigeva un sistema di galateo degli ombrelli di stampo classista eccezionalmente dettagliato: il governatore generale aveva due grandi ombrelli di seta rossa; i quattro mandarini più illustri portavano modelli neri con fodera di seta rossa a tre balze; alla piccola nobiltà erano concesse due balze; i gentiluomini dei due ranghi più alti avevano ombrelli rossi con il pomello di latta a forma di zucca; i gentiluomini delle due classi a seguire avevano lo stesso tipo di ombrello, ma con il pomello in legno dipinto di rosso; infine, il quinto rango di gentiluomini aveva un ombrello di stoffa azzurra a due balze con il pomello dipinto di rosso. La gente «comune», cui non erano concessi ombrelli di stoffa né di seta, doveva accontentarsi di robusti ombrelli di carta».

In Giappone, l’uso degli ombrelli tra i nobili era regolato da una serie di norme complesse su colore e rango sino alla fine del Seicento, quando i cittadini benestanti iniziarono a utilizzare i wagasa: sottili ombrelli di carta e bambù ricoperti di lacca impermeabile. Presto, i wagasa divennero molto popolari e tali rimasero fino a quando, verso la fine del XIX secolo, non fecero capolino i primi ombrelli di fattura occidentale.

In India, gli antichi affreschi delle Grotte di Ajanta, nello Stato del Maharashtra, risalenti al II secolo a. C. «riflettono la lunga e illustre storia dell’ombrello in India». Come in molti altri luoghi, all’epoca gli ombrelli erano perlopiù associati alla regalità. Soltanto ai monarchi (e, anche in quel caso, unicamente in occasioni speciali) era permesso di usare il nava-danda: un parasole scarlatto e dorato a sette strati, cinto da trentadue fili di perle, con un telaio d’oro zecchino, un manico di rubini e un pomello di diamante».

Gli ombrelli hanno anche un forte legame con le tradizioni buddhiste. «L’ombrello è uno degli otto simboli di buon auspicio del buddhismo, dunque è considerato fortunato. E in effetti, le raffigurazioni artistiche di Buddha includono di tanto in tanto anche gli ombrelli. Nelle tradizioni Mahāyāna e Vajrayāna la dea Sitātapatrā - in sanscrito «parasole bianco» - protegge sia dal male che dalla magia nera».

L’ombrello ha fatto la sua parte anche nel cristianesimo: nell’VIII secolo d.C. era ormai associato alla Chiesa cattolica, e durante il Medioevo serviva tradizionalmente a coprire il Papa in processione. Nel Quattrocento, le insegne papali consistevano in un ombrello e un paio di chiavi incrociate.

Lettere e letteratura

Il primo utilizzo della parola «ombrello» nell’accezione moderna risale al 1609, a una lettera di John Donne - avvocato e chierico della Chiesa d’Inghilterra - all’amico sir Henry Goodyer, gentiluomo della Camera Privata di Sua Maestà.

La Descrizione di una pioggia cittadina di Jonathan Swift, scritta nel 1710, è invece una delle prime testimonianze letterarie di un ombrello usato sotto la pioggia britannica: «La padrona rannicchiata cammina con passi frettolosi / Mentre i ruscelli scorrono lungo i lati del suo ombrello oliato».

Quando Robinson Crusoe, l’eroe eponimo del romanzo di Daniel Defoe pubblicato nel 1719, naufraga su un’isola apparentemente deserta, comincia a creare alcuni manufatti di cui ha bisogno per sopravvivere, tra i quali un ombrello. Qualunque fossero le sue ragioni per fabbricarne uno, l’ombrello di Crusoe ebbe un tale impatto sul pubblico di lettori da entrare nel vernacolo; addirittura, per un certo periodo, «Robinson» divenne una variante popolare di «Ombrello».

Soltanto nella prima metà dell’800, però, l’ombrello divenne oggetto d’uso popolare, soprattutto in Inghilterra, Paese nel quale - nel solo 1855 - furono depositati oltre trecento brevetti finalizzati a migliorare la progettazione e manifattura di quest’oggetto. Prima che l’ombrello potesse tuttavia diventare ciò che è oggi, sarebbero dovuti cambiare due fattori tangibili, scrive Rankine. «Il primo era lo stato delle strade. Il secondo, la fine del disprezzo iniziale per l’ombrello, a lungo giudicato accessorio soltanto femminile» e particolarmente costoso. All’epoca, infatti, il prezzo di questi articoli era alto e neanche lontanamente commisurato alla loro qualità o utilità. Prima che fossero introdotti i telai in acciaio, gli ombrelli erano realizzati con l’osso di balena, erano pesanti e necessitavano di molta manodopera. Le stecche erano legate, non imperniate, all’asta con un filo e tendevano a scomporsi.

Il primo ministro e il suo «Gamp»

Quando gli ombrelli erano usati per riparare i faraoni dell’antico Egitto, non facevano soltanto da parasole: stavano anche a indicare la volta celeste che si estendeva sopra il sovrano, così da denotarne la statura divina. Proiettando l’ombra del suo ombrello sugli altri, il faraone poteva schiavizzare o uccidere chiunque lo circondasse. In ogni caso - rassicurante o spietato che fosse, che proteggesse o condannasse - l’ombrello era una profonda manifestazione simbolica del potere del re.

Un oggetto simbolico, l’ombrello, come dimostra anche la curiosa storia di Neville Chamberlain, discusso primo ministro conservatore del Regno Unito dal maggio 1937 al maggio 1940. Chamberlain, ricorda Rankinie, «non mancava mai di sfoggiare in pubblico [il suo] ombrello, un illustre esemplare nero di Thomas Brigg & Sons, antenato del negozio di ombrelli Swaine Adeney Brigg, aperto ancora oggi nel cuore di Londra». Per un po’ di tempo, addirittura, l’ombrello fu ribattezzato dagli inglesi «Chamberlain». «Stando a una battuta popolare dell’epoca, Chamberlain avrebbe dovuto scrivere una risposta al Mein Kampf («La mia battaglia») di Adolf Hitler e intitolarla Mein Gamp («Il mio ombrello»). Se tutto ciò non bastasse, lo stesso Hitler chiamò nel 1940 la campagna di bombardamenti di Birmingham, città natale di Neville Chamberlain, Regenschirm, ossia «ombrello».

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