L'ultima arma disperata di Hezbollah

È l’eterna sfida tra lancia e scudo, dove i duellanti provano a superarsi con nuove armi. Ed è quello che sta accadendo in Libano, paese senza pace da decenni per responsabilità altrui e proprie.
Israele bombarda, usa caccia e artiglieria, gli Hezbollah rispondono con i razzi. Ma in questo continuo scambio di colpi i militanti filoiraniani hanno introdotto una variante che per ora si sta rivelando un’insidia anche per un esercito strutturato come l’IDF: i droni guidati da un guerrigliero con visore e da un lungo «filo». Nelle ultime settimane hanno provocato perdite mentre le forze nemiche non hanno ancora trovato una risposta per parare la minaccia.
L’arma consiste in un piccolo velivolo, di solito di marca cinese, spinto da eliche e collegato alla centralina da un cavo sottilissimo. È dotato di una carica anticarro tipo RPG e può avere un raggio d’azione di circa 10-12 chilometri. Il pilota lo manovra aiutandosi attraverso una piccola telecamera che in alcuni casi può essere termale e va alla ricerca di bersagli. Minuscolo, mobile, difficile da vedere piomba sul target con angolazioni impreviste, si infila in una finestra o in una porta lasciata aperta, «insegue» un soldato in fuga, lo bracca senza dargli molto tempo per reagire.
In alcune incursioni l’Hezbollah ha preso di mira tank, blindati, postazioni e anche preziosi equipaggiamenti antiaerei. Raid documentati da video subito rilanciati sul web in una accurata campagna di propaganda. Noto in gergo come FPV - first person view -, questo drone ha molti vantaggi: costa poco, consente a chi lo gestisce di restare in sicurezza, facilmente trasportabile, è immune per ora alle contromisure elettroniche. Un punto che lo rende più efficace, sempre in certi teatri, rispetto ai modelli tradizionali, contrastati da numerosi apparati.
Lo Stato Maggiore israeliano ha sollecitato le industrie a trovare una soluzione, nel frattempo è ricorso a metodi di emergenza: protezioni esterne, gabbie e reti, comprese quelle da pesca. Un modo per intrappolare, se possibile, l’FPV prima che possa arrivare all’obiettivo. Tuttavia, è evidente che questa sorta di «zanzariera» ha dei limiti, impossibile «fasciare» tutto.
L’aspetto sorprendente della storia è racchiuso da un fatto: come è stato possibile che l’IDF non abbia pensato all’arrivo dell’arma sul suo fronte? Sì, perché l’FPV ha avuto il suo battesimo del fuoco nel conflitto ucraino, impiegato con effetti letali dai due contendenti. Ci sono zone letteralmente coperte da «ragnatele» costituite dai fili lasciati dai droni mentre i soldati hanno non di rado coperto alcune strade con grandi reti al fine di realizzare un corridoio di sicurezza. Si racconta di acquisti da parte di Kiev nelle zone costiere atlantiche della Francia, con i pescatori diventati dei fornitori di uno scudo improvvisato. E pochi giorni fa gli 007 hanno sventato un omicidio mirato organizzato dai russi per eliminare un ufficiale con il ricorso ad un FPV.
Strano che a Tel Aviv, allertata già nel 2024 da qualche ufficiale, abbia atteso tanto tempo per pensare al problema. Anche perché oggi i droni di qualsiasi tipo sono nelle mani non solo dei militari ma anche delle gang narcos a tutte le latitudini, con un travaso di informazioni basato sulla semplice osservazione di quanto avviene oppure con il reclutamento da parte dei boss di veterani con esperienze nel settore.
Rammentate, è sempre lancia contro scudo.
