L'ultimo bagno in un mare di guerre

Katerina è un’operatrice turistica che vive a Hurghada, sul Mar Rosso. Lavora con agenzie slovacche e copre l’intero territorio mediorientale. Mi dice, mettendo nella voce un tono di canzonatura: «Il governo slovacco ha emesso una direttiva per sconsigliare il turismo in Egitto».
E guardando i bar affollati alle nostre spalle aggiunge: «Mi manderanno in malora dieci anni di promozioni».
Poi si sovviene delle ultime notizie provenienti dall’Iran e conclude: «Come se l’Egitto fosse più pericoloso di Cipro o dell’Italia». E sospira: «Ormai la guerra può colpire ovunque ». Per consolarla, mentre alle nostre spalle i bar si animano di brindisi, le ricordo un vecchio episodio di quando vivevo al Cairo: « Arafat era passato in visita ufficiale per qualche giorno, e un amico di Roma mi chiese al telefono se l’avevo incrociato. Gli risposi: secondo te, se scoppia una bomba a Helsinki, smettono di fare il bagno a Marsiglia?» Naturalmente non aveva capito la battuta e non rise. Ma Katerina la coglie al volo: «Purtroppo è così, scoppia la guerra tra Iran e Israele, bombardano Beirut e gli Emirati e noi dovremmo smettere di andare in spiaggia a Hurghada. Per andare dove, poi?» Già, per andare dove? Un libro di Claudio Magris recitava, a proposito dell’infinita diaspora degli ebrei: lontano da dove?
La triste realtà è infatti non solo che l’Egitto è geograficamente e politicamente defilato, almeno per il momento, dai tanti conflitti in corso in Medio Oriente, ma quand’anche non lo fosse non può scommettere sulla propria sicurezza né più né meno di qualsiasi paese europeo. La posta in gioco essendo, ormai, questione planetaria e la deflagrazione bellica potendo sconfinare, in qualsiasi momento, ovunque siano implicati interessi planetari. Vale a dire (a partire dal petrolio per arrivare ai piani egemonici americani di contenimento di Cina e Russia) ovunque.
Chi ha paura di viaggiare?
Nessuna salvezza per il turismo, allora? In realtà la questione si sta delineando in modi che con il realismo globale non hanno niente a che fare. E non solo perché troppa informazione, a partire da quella dei governi, tende a rubricare come «pericoloso» qualsiasi paese si trovi in prossimità di Israele e del Medio Oriente in generale - dal Sud Sudan alla Giordania sappiamo quanta morte imperversi nella regione - ma perché di fatto si tende a osservare il problema solo dove deflagrano bombe, dimenticando che anche lì - Dubai incluso, Dubai in primis - è nelle basi americane il bersaglio degli ayatollah, non certo nei resort per stranieri. E che comunque è appunto a rischio chiunque e ovunque nel mondo.
«Certo, siamo tutti a rischio» guardo Katerina, mentre osserva compiaciuta i primi ubriachi inneggiare alla pace. «Bisogna solo decidere di che morte morire, se di quella atlantica o di quella di Ciro il Grande».
Perché di una morte stiamo già morendo ed è quella della paura. Siamo malati e morenti di paura, noi meno di altri, ma tutti e ovunque. Lo sono i palestinesi, i libanesi, lo sono gli stessi israeliani, lo sono i giordani, lo sono i siriani, gli egiziani, i turchi, gli yemeniti, i sauditi, i qatarioti. E lo sono tanto più quanto più vedono crollare, insieme ai primi edifici e ponti, gli indici di borsa e le prenotazioni turistiche, alimento principe di gran parte dell’economia del Golfo.
Da Dubai a Marte
A Dubai, per esempio, 80.000 prenotazioni sono state cancellate in una sola settimana di guerra, gli alloggi turistici sono crollati dal 90% al 15% e i lavoratori migranti si trovano ora sul lastrico. E se il governo cerca di correre ai ripari con task force per conservare la valuta in attesa di tempi migliori, il turismo volge lo sguardo altrove e prenota il più lontano possibile: Mauritius, Caraibi, Thailandia, India e via elencando. Nonché Stati Uniti, i quali tra i vari alleati continuano a conservare nell’Oceano Atlantico il loro amico migliore.
Ma appunto fino a quando? Finché impareremo a convivere, oltre che con la paura, con la realtà a cui ci sta obbligando la brama di dominio che investe i tre quarti del pianeta. E fino a quando riusciremo a liberarci di una rappresentazione del mondo che troppo spesso l’informazione rimanda alle coscienze senza alcuna contezza dei lineamenti reali delle cose. Per esempio facendoci temere, come suggerisce il governo slovacco, che sulle coste egiziane sia preferibile non fare il bagno, o che il Golfo Persico sia ormai a rischio in ogni suo margine, o che una libellula a Pechino possa scatenare un tornado a New York.
Tutto estremamente possibile, naturalmente. Ma allora è bene armarsi di realismo e di una buona dosa di disincanto: se di una migrazione di massa, di un nuovo turismo garantito e sicuro, dobbiamo paventare l’avvento, esso ha ormai come unica possibile destinazione Marte. Dove se non altro i marziani non hanno ancora deciso che l’unico modo di vivere sia quello canagliesco di far fuori senza remore ogni altro Stato canaglia.
L’allegria dei naufragi
Ma per Marte ancora non si prevedono prenotazioni. Più o meno come sono crollate quelle per la splendida Giordania, per lo splendido Libano e la splendida Siria. Paesi che come l’Iraq e la Libia si trovano accomunati all’Iran da una storia millenaria nei cui anfratti è annidata una bellezza degna di tutto il turismo del mondo. E le cui meraviglie hanno resistito da secoli a quelle che furono guerre cruente ma eroiche, dove sul campo combattevano uomini e ideali, corpi e non droni, anime e non bombe comandate. Guerre che potevano devastare ma non ridurre in polvere, guerre di cui oggi abbiamo persino nostalgia. Se non altro perché quando tutto sarà finito non saranno le spiagge di Hurghada o Dubai a essere rimpiante, ma la decenza di viverle, insieme a monumenti e memorie, invece di annientarle in nome del bullismo eternamente coloniale, eternamente sospeso sull’idea di suprematismo come superomismo ed eternamente incapace di farsi un ordigno etilico a base di gin and tonic invece che un ordigno a base di neutroni.
«Salute» dico allora a Katerina, con l’allegria dei naufragi di cui parlava Ungaretti. «Andiamo a farci un bagno, potrebbe essere il penultimo». «E l’ultimo?» si acciglia lei, intuendo dove voglio andare a parare. Non avendo mai amato l’espressione bagno di sangue, sollevo un calice e taccio.
