L'intervista

«L'unica certezza è che le profezie non funzionano»

Il Bitcoin vale la metà rispetto a ottobre scorso – Cosa c'è dietro? L'analisi di Roberto Malnati di Royaldfid
©Gabriele Putzu
Dimitri Loringett
15.02.2026 10:30

Dal picco storico di ottobre a 126 mila dollari, il prezzo del Bitcoin è sceso costantemente e oggi vale circa la metà di allora. Ma al di là del prezzo, resta aperta una domanda più profonda: che cosa determina davvero il suo valore? Che cosa rende la «regina delle cripto» qualcosa di più – o forse di meno – di un semplice «asset digitale»?

Si dice che il valore di Bitcoin dipende dal consenso. È davvero così semplice?

«Il consenso è necessario, ma non sufficiente. Dire che qualcosa vale perché «ci crediamo in tanti» non spiega perché alcuni valori durano decenni e altri evaporano in pochi mesi. La vera domanda è: quali strutture rendono quel consenso stabile, difendibile, capace di resistere agli shock? Senza rispondere a questo, non stiamo spiegando il valore, lo stiamo solo rinominando».

Bitcoin viene spesso descritto come raro, un po’ come l’oro.

«La scarsità da sola non produce valore. Esistono moltissime cose rare che non valgono nulla. La scarsità diventa rilevante solo quando è legata a una funzione riconosciuta e difficilmente sostituibile. Nel caso di Bitcoin, poi, la scarsità è progettuale: è scritta in un codice. E quel codice può essere copiato infinite volte. Bitcoin è internamente scarso, ma il mondo delle criptovalute nel suo insieme non lo è affatto».

Ma allora perché Bitcoin è diverso dalle migliaia di copie che esistono?

«Non per il codice, che è open source, né per la matematica. La differenza è sociale e simbolica. Bitcoin vale perché una comunità globale ha deciso che quella specifica catena è il riferimento legittimo. In questo senso funziona come un’istituzione: esiste e produce effetti finché viene riconosciuta come tale».

Molti criticano Bitcoin perché è tecnologicamente «vecchio». È un limite reale?

«Dipende da cosa ci si aspetta. Se stiamo parlando di innovazione tecnologica, sì, Bitcoin è conservativo. Ma se lo guardiamo come riserva di valore, la sua staticità è un punto di forza. Chi cerca un bene rifugio non vuole aggiornamenti continui e nuovi rischi. Bitcoin ha sacrificato l’evoluzione per la prevedibilità. È più simile a un’infrastruttura che a una startup».

Bitcoin doveva essere una moneta per i pagamenti quotidiani. Oggi non lo è. È un fallimento?

«No, è una trasformazione. Un asset che tende ad aumentare di valore non viene speso, viene accumulato. È una dinamica quasi inevitabile. I pagamenti quotidiani sono stati assorbiti dalle stablecoin, che però reintroducono emittenti centrali e fiducia in soggetti specifici. Il problema che Bitcoin voleva risolvere non è scomparso: si è solo spostato».

L’analogia con l’oro regge ancora?

«Solo se siamo chiari su quale oro. Bitcoin assomiglia molto più all’oro finanziario che a quello fisico. Non è un oggetto materiale, ma una struttura simbolica che funziona finché l’infrastruttura tecnica e la fiducia reggono. Se l’oro finanziario vale perché promette oro fisico, la domanda diventa: Bitcoin, a parte la scarsità, che cosa promette?»

Bitcoin è davvero un sistema senza autorità?

«Non nel senso ingenuo del termine. L’autorità non è eliminata, è incorporata nel capitale, nell’energia e nelle infrastrutture necessarie per partecipare al consenso. Il mining oggi è un’industria. Il consenso non è democratico, è economico. Questo non lo rende illegittimo, ma va riconosciuto».

Uno dei temi più discussi è il consumo energetico. È solo uno spreco?

«È un costo reale, non simbolico. L’energia serve esclusivamente a rendere costoso mentire. Non produce beni aggiuntivi. La sicurezza di Bitcoin dipende dalla possibilità di sostenere questo costo nel tempo, e questa non è una garanzia eterna: dipende da condizioni economiche, politiche ed energetiche».

Esistono rischi che potrebbero far crollare tutto?

«Sì, e non sono quelli di cui si parla di solito. Il primo è narrativo: il mito di Satoshi e dei suoi Bitcoin mai spesi. Se quel mito crollasse, il danno sarebbe soprattutto di fiducia. Il secondo è matematico: la crittografia non è una legge della natura. Se venisse compromessa prima di un adattamento del sistema, il valore non scenderebbe: si azzererebbe».

Molti fanno previsioni estreme sul prezzo futuro. Che valore hanno?

«Nessuno, dal punto di vista analitico. Servono a coordinare comportamenti nel presente, non a descrivere il futuro. Sono strumenti retorici. Più una persona capisce davvero la complessità di Bitcoin, meno è incline a fare previsioni precise. La certezza assoluta è spesso un segnale di semplificazione, non di competenza».

Per concludere, Bitcoin è destinato a durare?

«Bitcoin non è una costante naturale. È una tecnologia storica che funziona finché restano allineate alcune condizioni: crittografia, energia, consenso e mito. Può durare molto, oppure fallire rapidamente. L’unica cosa certa è che il suo futuro non può essere «profetizzato» in anticipo. E forse è proprio questo il punto più onesto da cui partire».

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