L'unico Nobel a un'autrice italofona, dimenticata

«Napoli è luminosa in questi bei giorni primaverili: le donne sono splendide, elegantissime; e comincio qui a darle ragione su quanto di meraviglioso mi raccontava del Continente». Così, il primo marzo del 1900, Grazia Deledda scriveva entusiasta all’amico sassarese Luigi Falchi. Era arrivata a Napoli da Cagliari con il piroscafo «Paraguay» e vi aveva fatto tappa per alcuni giorni con il marito Palmiro Madesani sposato a Nuoro due mesi prima, l’11 gennaio. Il viaggio verso Roma dove il marito era dipendente del Ministero delle Finanze, era la realizzazione del sogno di «una modestissima signorina di provincia».
Forse è per questo che a cent’anni dall’assegnazione del Premio Nobel (conferito nel 1926 ma la cerimonia si svolse nel 1927) e a novant’anni dalla morte, 15/08/1936 - era nata il 27/09/1871), la scrittrice continua ad essere considerata con un rispetto che si potrebbe dire riduttivo dai letterati di professione. Tuttavia opere veri e propri capolavori come Canne al vento, Colombi e sparvieri, La madre, Cenere e La chiesa della Solitudine, sono sempre presenti nelle edizioni più prestigiose, come di rado succede per autori del suo tempo, e quello della Deledda non è un Nobel dimenticato.
La ricordiamo con la critica e studiosa Neria De Giovanni, una delle maggiori conoscitrici del mondo deleddiano.
Signora De Giovanni, la Deledda è ancora in primo piano nella cultura universale?
«Grazia Deledda è la scrittrice italiana più tradotta all’estero, e questo significa che i suoi libri hanno una valenza veramente universale. Ma se all’inizio è chiaro il suo intento di raccontare al mondo intero la cultura e la tradizione della sua gente, col procedere della sua attività di scrittrice, parallelamente all’apertura della sua esperienza umana che la portò fuori dalla Sardegna, Deledda si appassionò alla conoscenza dei luoghi che via via l’accolsero».
Si può parlare per Grazia Deledda di un successo di pubblico molto ampio?
«Fin dal suo esordio nel 1888 con un racconto forte anche nel titolo, Sangue sardo, Grazia Deledda ha catturato la simpatia e l’interesse dei lettori. All’inizio erano soprattutto lettrici, poiché la Deledda usciva su riviste «per signorine» come Ultima moda diretta dal famoso Epaminonda Provaglio che però, firmava la rivista con lo pseudonimo femminile di Contessa Elda Di Montedoro. Grazia Deledda si rivolge a lui epistolarmente con molta sincerità e le confida le sue speranze di gloria convinta di scrivere a una donna. Quando venne a sapere la verità, l’amicizia tra i due era ormai consolidata e la Deledda gli battezzò per procura il figlio Spartaco! Alla Contessa Elda è dedicato il primo romanzo di successo della Deledda, Fior di Sardegna del 1891».
Per quale motivo la critica non fu benigna con lei e l’accusò di dilettantismo?
«Dopo la scoperta entusiasta della sua opera da parte del caposcuola verista Luigi Capuana, la critica militante seguace del Croce e accademica non la amò proprio per il suo presunto dilettantismo. Mentre il pubblico era sempre più incuriosito dal personaggio della giovane scrittrice che viveva in un’isola misteriosa e, si pensava, selvaggia, come la Sardegna, i critici militanti e soprattutto accademici, erano molto diffidenti perché male interpretavano, a livello stilistico, quello che invece era il riemergere della struttura profonda della lingua materna sarda, travestita con l’italiano letterario che la Deledda imparò quasi fosse una lingua straniera».
C’è chi parla di una scansione tra il tessuto narrativo della Deledda sarda e quello della Deledda trasferita in Continente: ha contato qualcosa, conterebbe ancora?
«L’appartenenza al sesso femminile e ad un’isola fuori dal centro del potere del nuovo Regno d’Italia, esponevano la Deledda a letture critiche superficiali e folcloristiche ed era «bollata» per la sua sardità. Adesso si va incontro al pericolo opposto: abbandonato il «centralismo democratico» di molta critica lukacsiana degli anni settanta del secolo scorso, il «regionalismo», il «federalismo» delle piccole patrie dilaga anche in letteratura. Però non si può rinchiudere la Deledda tra i monti di Nuoro dai quali è voluta scappare perché profondamente incompresa, e non la si può dichiarare soltanto sarda, per impreziosirne l’opera».
Perché?
«Su una trentina di romanzi «maggiori», non considerando la primissima produzione tardo romantica dell’esordio, circa un terzo delle storie sono ambientate nel cosiddetto Continente, tra la bassa Padana, tra Viadana e Cicognara, dove abitavano i parenti del marito Palmiro Madesani; Cervia, l’amata città romagnola dove passò moltissime estati; Roma dove abitò dal marzo del 1900 fino alla sua morte. Per questo il mio diciottesimo volume su Deledda l’ho voluto dedicare proprio al suo rapporto con Roma, così come si evince dai romanzi, da molte novelle e dalle lettere soprattutto quelle scritte quando era ancora a Nuoro. Il mio libro Grazia Deledda, Roma è la mia meta, porta come titolo proprio una frase di una sua lettera del 1894 ed è la stessa che Deledda fa dire a Cosima nel romanzo autobiografico».
A Roma, viveva a stretto contatto con l’ambiente letterario del tempo?
«Dopo il suo trasferimento a Roma si sa che la sua casa era aperta alla frequentazione di scrittori e pittori, contraddicendo un altro luogo comune di certa critica che la vorrebbe invece isolata e taciturna. Fece parte anche di Giurie letterarie come quella che nel 1932 premiò Elio Vittorini, abbinandolo ad un viaggio nell’Isola da cui scrisse il famosissimo «Sardegna come un’infanzia». A Roma frequentava la redazione della «Nuova Antologia» rivista alla quale collaboravano i più importanti scrittori dell’epoca da Verga a D’Annunzio a Pirandello».
Si dice che altre scrittrici del tempo ci rimasero male e qualche malignità non mancò, quando la Deledda ebbe il Nobel. Su queste dicerie c’è una verità accreditata?
«Grazia Deledda arrivò al Premio Nobel da vera outsider benché fin dal 1911 esploratori cultural-diplomatici dell’ambasciata svedese, avessero chiesto informazioni su di lei come possibile candidata, e risulta che Grazia Deledda fosse stata all’attenzione degli accademici per altre tre volte. Quindi il Premio Nobel se arrivò quasi all’improvviso per la critica nazionale, fu il coronamento di un percorso di maturazione e crescita a livello internazionale. Non soltanto Ada Negri si vociferava fosse in lizza per il Nobel ma, per restare in ambito femminile, anche la potente Matilde Serao o l’avvenente Sibilla Aleramo erano più accreditate nella pubblicistica letteraria rispetto a Grazia Deledda. Ma vinse lei».
Mito ingombrante per gli scrittori sardi quello della Deledda?
«Molto ingombrante direi. Lo scrittore Giuseppe Dessì che non amava la Deledda e se ne sentiva lontanissimo, ebbe a dire che la Sardegna non ha avuto storia e che i suoi unici grandi uomini sono stati Eleonora d’Arborea e Grazia Deledda. A parte la boutade che non avrebbero gradito due «femmine vere» come la Deledda e Eleonora d’Arborea, c’è da registrare che mentre gli scrittori più anziani, della generazione di Dessì, nati nella prima metà del Novecento, trovarono troppo ingombrante il «mito» Deledda e se ne affrancarono misconoscendolo, gli scrittori di più giovane generazione, grazie alla distanza temporale, ne possono rispettare ed utilizzare la lezione».
Come è stato possibile che una ragazza con la sola quarta elementare abbia sviluppato un così alto grado letterario senza alcun insegnamento?
«Rispondo a questa bella domanda, con le stesse parole della Deledda al critico Onorato Roux che raccoglieva le testimonianze dei maggiori scrittori italiani viventi: «È stato anche raccontato come la mia famiglia e tutta la buona popolazione nuorese accogliessero con poco favore le mie prime manifestazioni letterarie. E, forse, non avevano torto a ridersi di me, tanto i miei primi scritti erano puerili. Ma io perseverai. Ecco se c’è stato un merito in me giovinetta, quasi bambina ancora è stato quello della perseveranza».