La storia

L'uomo che sussurra agli yak, in Leventina

Pietro Zenucchi alleva una mandria nella val Cadlimo e racconta come si può essere felici, tra animali e montagne, anche senza diventare ricchi
© Ti-Press / Pablo Gianinazzi
Prisca Dindo
23.05.2026 18:07

L'idea a Pietro Zenucchi, 55 anni, è venuta in occasione di una visita di alcuni anni fa ad un amico pastore nella val Cadlimo, in alta Leventina. «Il Tibet di casa nostra», come la chiama lui. In questa valle selvaggia e silenziosa, tra il passo del Lucomagno e la val Piora, il Ticino cambia faccia. Pietro racconta di come, a duemila metri, la brezza dei fiumi di fondovalle lasci il posto ad un vento tagliente. Descrive gli alpeggi della valle incassata costellati di specchi d’acqua gelida, roccia ed erba corta. E, nelle estati degli ultimi anni, di yak. Tanti. Almeno duecento, provenienti soprattutto da allevamenti della Svizzera interna. Pascolano liberi, sorvegliati dal pastore amico di Pietro. «A volte - dice - li si scorge anche quando nevica».

Zanucchi con la sua mandria (foto Tipress - Pablo Gianinazzi)
Zanucchi con la sua mandria (foto Tipress - Pablo Gianinazzi)

Gli yak sono animali fatti per resistere alle avversità della natura, perché il pelo lungo li protegge. Lo strato esterno fa scorrere via l’acqua mentre quello interno trattiene il calore. «Lo yak sta bene d’inverno - spiega - quando le temperature scendono sotto lo zero. Quando fa molto freddo, si raggruppano in branco, muovendosi il minimo indispensabile e mangiando meno». Lo fanno per istinto, sia a casa loro, nelle pianure infinite del Tibet, sia in val Cadlimo.

«Sono animali molto forti ed affascianti, quando li vedemmo lassù, ci conquistarono subito» spiega entusiasta Pietro, che fino a quel momento allevava pecore e cavalli. Dapprima ne comprò quattro. Poi otto. «Oggi abbiamo diciotto yak», puntualizza Natascha Bettosini, moglie di Pietro. Lei si occupa delle settanta capre che si scorgono nella stalla che sorge accanto alla bella casa-fattoria acquistata dalla coppia vent’anni fa a Chiarengo, nel comune di Quinto.

Self service d’altura

Al primo piano, c’è l’appartamento dei due allevatori. Sotto, al piano terra, il negozietto dove si possono acquistare marmellate, dolci, uova di gallina e di oca, formaggi, latte e carne. I clienti si servono da soli: comprano, pagano e, se hanno tempo, segnano i loro acquisti su un carnet messo loro a disposizione. «Funziona benissimo! Nessuno ha mai pensato di fare il furbo. Anzi: insieme al contante, i nostri clienti ci lasciano frasi affettuose sul carnet della cassa». Il negozietto assicura alla coppia anche una certa socialità. «Si tratta di un punto di vendita self service, ma c’è sempre qualcuno che si ferma, perché ha voglia di scambiare due chiacchiere con noi», racconta Natascha.

Un cucciolo di pochi mesi (foto Tipress- Pablo Gianinazzi)
Un cucciolo di pochi mesi (foto Tipress- Pablo Gianinazzi)

Una vita felice tra le montagne

A volte nel frigo del negozietto c’è carne di yak. È scura, quasi bordeaux quando la si taglia. I grassi ci sono, ma soltanto quelli buoni, «che tengono sotto controllo il nostro colesterolo». Gli animali di Pietro camminano liberi, facendo su e giù dalle montagne in cerca d’erbetta d’altitudine. D’inverno nei terreni attorno a Quinto, d’estate nell’alpe della val Cadlimo. La loro, è una carne sana, non imbottita di antibiotici e medicamenti come quella degli allevamenti intensivi.

Macellare fa parte del mestiere. Natascha - che ha dato un nome a ciascuna delle sue capre - lo sa. Lo fanno quanto basta, senza esagerare. «La cosa più importante per noi è il benessere delle bestie. Non abbiamo bisogno di diventare ricchi» spiega determinata.

«I nostri sono animali che fanno una vita felice - aggiunge Pietro - vivono liberi seguendo il ritmo delle stagioni. Sarebbe bello farli morire dove hanno sempre vissuto, in mezzo alle nostre montagne. Tuttavia, la legge vieta alle aziende agricole l’uccisione e la macellazione fai da te degli animali da reddito, e noi ci dobbiamo adeguare».

Senza steccati

I primi anni non furono idilliaci. Gli yak non sono mucche: non aspettano pazienti le indicazioni del pastore. Prima valutano, poi decidono di testa loro. «Scappavano in continuazione! Ci chiamavano nel cuore della notte per dirci che erano sulle strade di paese! Ogni volta spaccavano i recinti e si davano alla fuga. E noi via, a riprenderli con mille sotterfugi! Sono bestie selvatiche ed imprevedibili, che stanno bene soprattutto per conto loro». Col tempo, Natascha e Pietro sono riusciti a trovare un linguaggio comune con i loro animali. «Ora sono tranquilli perché hanno imparato a conoscere noi e il territorio che li circonda», spiegano. Quando alla fine della primavera li portano in val Cadlimo per unirsi alla mandria di yak dell’amico di Pietro, arrivano all’alpeggio prima dei due allevatori, «é come se sapessero a memoria la strada, noi non dobbiamo più preoccuparci».

La casa stalla di Pietro e Natascha (foto Tipress- Pablo Gianinazzi)
La casa stalla di Pietro e Natascha (foto Tipress- Pablo Gianinazzi)

Troppa burocrazia

Lasciati gli yak a quota duemila, Natascha e Pietro passano l’estate in due luoghi diversi: Lei sull’alpe di Crüina, in val Bedretto, dove carica più di un centinaio di capre - le sue e quelle di altri allevatori - e una quarantina di mucche nutrici. Lui su un altro alpeggio ad accudire altre mucche nutrici e a preparare il fieno per l’inverno.

Il loro è un mestiere pesante: la mattina inizia alle 4.45 con la prima mungitura e termina alle nove di sera. Una routine che si ripete ogni giorno, per trecentosessantacinque giorni. Le vacanze sono poche e brevi. L’impegno è costante, ma alla coppia non importa. «La cosa più bella del nostro mestiere? Quando nascono agnelli e vitellini, un vero trionfo della vita».

L’unico punto dolente della scelta professionale di Natascha e Pietro è legato alla burocrazia: montagne di carta da compilare, che infastidiscono non poco i due allevatori. «Invece di farci riempire formulari su quante volte gli animali escono dalla stalla, per il Cantone sarebbe più efficace organizzare qualche controllo a sorpresa in più».

Sentiamo aprirsi una porta. «È Claudio, viene a prendere il capretto», grida Camilla, una giovane piena di vita che quest’estate aiuterà Natascha sull’alpe Crüina. I due si congedano, perché il lavoro li chiama. «Vede? Non abbiamo mai un attimo di tregua».

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