L'analisi

Ma che giustizia d'Egitto

La sentenza sul caso Regeni arriva in un momento delicato per i diritti umani – E giudicare, da Occidente, è fin troppo facile
Marco Alloni
Marco Alloni
03.10.2026 10:45

La democrazia non si esporta. E nemmeno la giustizia, evidentemente. In Italia e non solo ha «fatto titolo» nei giorni scorsi la sentenza della Corte d’Assise di Roma sul caso di Giulio Regeni.

I media egiziani non hanno riportato se non en passant la notizia di un verdetto che difficilmente le autorità del Cairo tradurranno in realtà. I tre agenti dei servizi segreti condannati in contumacia (Magdi Ibrahim Abdelal Sharif, Uhsam Helmi e Athar Kamel Mohamed) sono di fatto scomparsi da tempo dalla circolazione. E il governo egiziano non ha alcun interesse a riesumare una «gabola» vecchia di dieci anni, in un momento già di per sé delicato.

Il rapporto dissidenza-repressione, del resto, è un tasto dolente nella storia del paese da un secolo a questa parte, cioè da prima ancora che esistesse la Repubblica Araba d’Egitto. Prima ancora del caso Regeni - ma in modo simile - ne è la cartina di tornasole quello di Ahmed Douma, tornato di recente alla ribalta. Scrittore, poeta, militante politico, l’attivista egiziano - per cui di recente Amnesty International ha lanciato una campagna - è una spina nel fianco per il governo di Al Sisi, come a suo tempo per il governo Mubarak. Uno che «ha trascorso più spesso il tempo in carcere che fuori» per le autorità giudiziarie. Per la cronaca, uno degli emblemi dello «spirito rivoluzionario» egiziano.

Il caso Douma

Classe 1985, Ahmed Douma ha oggi 41 anni. E coincidenza vuole che sia nato esattamente sedici anni prima dell’11 settembre 2001, la data che segna un prima e un dopo, vale a dire tra un’America invulnerabile e un’America vulnerabile, sancendo di fatto la conclusione di un’epoca e marcando l’inizio dello sciagurato clash of civilization preconizzato da Huntington.

Tra i fondatori del movimento giovanile 6 Aprile, ha passato in carcere non meno di dieci anni (proprio quanti ora dovrebbero scontare i carnefici di Regeni). Dapprima per essere stato tra i protagonisti delle proteste di piazza Tahrir, che hanno dato corpo alla rivoluzione del gennaio-febbraio 2011. Poi per essersi direttamente opposto, senza mediazioni diplomatiche, ma sempre pacificamente, ai regimi che si sono susseguiti a quello di Mubarak: a quello di Morsi durante l’interregno terminato dopo un anno e mezzo, nella sollevazione popolare del 2013 (l’impeachment definito dall’Occidente «golpe militare») e a quello di Al Sisi attualmente in carica.

Nell’aprile 2023 il «raìs» gli ha concesso la grazia. Ma l’azione di Douma non è cessata. Dentro e fuori dal carcere, il suo attivismo di pasionario non ha mai smesso di esprimere le istanze di protesta di chiunque, dall’ormai lontano 2011, continua a credere che in Egitto debbano e possano esserci le condizioni per l’avvento di una democrazia a tutti gli effetti.

Una chimera? Un sogno malriposto, in un contesto politico che negli ultimi decenni ha mostrato una fisiologica incapacità di raccogliere al proprio interno la voce dell’attivismo giovanile? Oppure il «germe» di una rappresentanza popolare capace di proporsi come autentica alternativa alla giunta militare?

Di nuovo in carcere

La risposta è più complessa di quanto i desiderata occidentali vorrebbero. Se non altro perché - al di là della dicotomia «buoni-cattivi» - in Egitto nella valutazione delle alternative all’autocrazia va considerato il pericolo della guerra civile e della fitna, la dissoluzione della stabilità. Di una balcanizzazione del paese, al posto del sospirato avvento della democrazia.

Ahmed Douma dal canto suo non ha mai abbandonato la lotta. Laddove altri si sono rassegnati allo status quo, ha continuato a procedere indefesso nella sua battaglia coraggiosa. Una battaglia che il 25 marzo di quest’anno lo ha portato a pubblicare un articolo, su «Al-Araby Al-Jadeed», in cui denunciava le politiche illiberali egiziane e l’impatto negativo che la detenzione illegale può avere sulla stabilità e l’equilibrio dello Stato. Eppure il risultato è stato che l’intrepido Ahmed Douma è stato di nuovo condannato a un anno di reclusione per «diffusione di notizie false» e rispedito nelle stesse celle da cui era da poco uscito.

Ora, l’accusa è evidentemente pretestuale, la condanna esemplare e palesemente intimidatoria: ricondannare Douma equivale di fatto a silenziare ogni possibile rivolta antigovernativa di marca laica o da parte di eventuali residuati della Fratellanza musulmana. E il fatto che lo stesso Amnesty International abbia stigmatizzato le «gravi violazioni» che hanno accompagnato il processo la dice lunga sull’opportunità di ritenerla una semplice misura di difesa della stabilità.

Ma questo è appunto il contesto, ignorata la cui complessità, ignorati i cui pregressi, ignorata la cui cronicità (che nel nome della tenuta sociale ed economica stringe sistematicamente la maglia delle libertà fino al più scoperto illibertarismo) si rischia di dimenticare che l’Egitto non è l’Occidente e sulle spalle dei suoi fratelli mediorientali ha fin troppo bene imparato la lezione. «Esportazione della democrazia» può anche significare «esportazione di guerra civile» e «sedizione insanabile». E storicamente parlando non sempre è dato anteporre il sogno della libertà al duro realismo impiegato per garantire la stabilità.

541 condanne a morte

D’altra parte la vigilanza su ogni forma di conclamata o presunta dissidenza è in Egitto estesa ben al di là del mero quadro della militanza politica. E laddove comprende in primis la sedizione, abbraccia anche qualunque forma di azione rischi di minare l’integrità della nazione. Ben 541 condanne a morte sono state comminate nel 2025 per chi favorisse terrorismo, produzione e traffico di droga, prostituzione e quant’altro.

L’ultima eccellente vittima, insieme ad altri 11 condannati, è stata la presentatrice televisiva Sarah Khalifa, dai cui appartamenti adibiti a laboratori per la produzione di droga le autorità hanno sequestrato in settembre 750 chili di stupefacenti e un gran numero di armi da fuoco illegali. A riprova che il pugno di ferro è presente a ogni livello, con gli sconfinamenti in nome della Realpolitik che conosciamo ma anche il livello di repressione che non sempre le circostanze di stabilità ed equilibrio possono giustificare.

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