Ma cosa sono queste terre rare?

Si chiamano Lantanio, Cerio, Praseodimio, Neodimio, Europio eccetera: sono le Terre Rare (17 elementi in tutto), considerate ormai l’oro del terzo millennio. Un documentato saggio del giornalista Paolo Gila e dell’analista finanziario Maurizio Mazziero, «Geopolitica delle Terre Rare» (Hoepli, 192 pagine) racconta «La sfida strategica per la nuova rivoluzione industriale: protagonisti e investimenti», e analizza una complessa realtà tra geopolitica, economia e finanza. Ma la sfida fra due mondi si gioca davvero nei ghiacciai dell’Artico? Ne abbiamo discusso con gli autori del saggio.
Il desiderio di possesso della Groenlandia (2.166.000 chilometri quadrati e circa 57.000 abitanti), ambita dagli americani perché ricchissima di Terre Rare ha creato una situazione pesante tra Europa e Stati Uniti. Trump la vorrebbe anche a costo di usare le armi, ma al World Economic Forum di Davos sembra aver momentaneamente fatto qualche passo indietro in favore del dialogo. Che sviluppi ci potranno essere?
Paolo Gila - «Il panorama è molto complesso e imprevedibile. La Groenlandia è un territorio che dipende dal governo danese, ma che non fa parte dell’Unione Europea. Tuttavia è di appartenenza Nato. Le mire espansionistiche di Trump e della parte repubblicana che lo sostiene hanno diverse motivazioni. C’è l’interesse per il controllo dei passaggi marittimi nell’Artico per scopi commerciali e militari. C’è indubbiamente l’avidità di risorse naturali: oltre alle Terre Rare la Groenlandia promette bene in termini di petrolio, oro e uranio, solo per fare alcuni esempi. E poi, da non sottovalutare, c’è la grande aspettativa dei grandi gruppi High-Tech americani».
Per fare che cosa?
«Potrebbero installare tra i ghiacci i loro data center alimentati da mini centrali nucleari. La Groenlandia è un territorio vasto, pochissimo abitato, che potrebbe fornire ottime condizioni di sicurezza e isolamento per le centrali nucleari e per il raffreddamento a basso costo dei data center. Questa ultima ragione spiega perché tra i vari azionisti delle aziende minerarie statunitensi che operano in Groenlandia si trovino i maggiori protagonisti delle Big-Tech quotate a Wall Street».
L’America di Trump sta cercando di recuperare il tempo perso acquisendo la Groenlandia ed essere meno soggetta alla Cina dalla quale acquista oltre l’80% delle Terre Rare utilizzate negli Stati Uniti. Ma la Cina ha già dei contratti estrattivi con la Groenlandia e ha nella zona sei navi rompighiaccio; i russi hanno quaranta navi, pronti a prendersi un pezzo della torta, e solo due sono le navi rompighiaccio americane. Non è un po’ tardi per Trump per reclamare la Groenlandia?
Maurizio Mazziero - «La sfida tra i due mondi si gioca a tutto tondo nelle varie sfere di influenza, Venezuela e Iran sono solo un esempio, ma certamente l’Artico è un punto cardine. Il controllo delle rotte commerciali e militari attraverso l’Artico è fondamentale per chi vuole mantenere il ruolo di potenza globale, gli USA, o per chi vuole diventarlo come la Cina. Al tempo stesso le grandi aziende estrattive statunitensi sono alla ricerca di giacimenti di materie».
Ma Trump riuscirà a impedire che i BRICS (il gruppo di paesi che comprende Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica, Egitto, Etiopia, Iran, Emirati Arabi), riesca a creare un ordine mondiale alternativo a quello occidentale non basato sul dollaro?
Paolo Gila - «I Brics si stanno rafforzando dal punto di vista istituzionale. Sotto la guida di Pechino e il supporto di Mosca sono state create negli ultimi vent’anni diverse organizzazioni come la Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai, la Banca per lo sviluppo delle infrastrutture asiatiche e l’Unione Economica Euro-asiatica. A ciò si aggiungano iniziative commerciali come la Via della Seta voluta da Pechino e la creazione di una Borsa granaria da parte di Mosca. Ma due sono le novità più eclatanti. Nel vertice dei Brics voluto da Putin a Kazan nell’ottobre del 2024 è stata annunciato il progetto di istituire una unità di conto monetario comune tra i Paesi dei Brics».
Di che cosa si tratta?
«Si tratta di «Unit», una sorta di basket monetario con all’interno anche una quota di oro, che spiega anche in parte l’ondata speculativa sul metallo giallo negli ultimi anni. Un’altra mossa forte è stato l’avvio di emissioni obbligazionarie in dollari da parte della Cina agli stessi livelli di rendimento dei Treasury statunitensi: una mossa per fare concorrenza allo stesso debito americano, indebolendone la portata. Gli Stati Uniti hanno reagito a queste iniziative con una politica militare bellicosa. Hanno agito militarmente in Venezuela, in Nigeria e si apprestano a operare in Iran. Tutti questi sono Paesi che forniscono petrolio alla Cina e agli altri Paesi dei Brics. La logica statunitense mira a tagliare i ponti, le arterie del sistema alternativo all’Ordine Mondiale fissato a Bretton Woods che vede i suoi perni nella Banca Mondiale e nel Fondo Monetario».
Chi produce più Terre Rare e dispone di grandi quantità, controlla i mercati e agisce in regime di monopolio come un dittatore dell’economia?
Paolo Gila - «Le Terre Rare sono più comuni di quanto si possa pensare. Sono un gruppo di 17 elementi distribuiti nel suolo in percentuali minime. Da qui la difficoltà di raccoglierle, estrarle e raffinarle con procedimenti molto invasivi dal punto di vista ambientale. La Cina, non preoccupata dalle notevoli questioni di inquinamento, ha fatto finora il lavoro sporco anche per l’Occidente, gestendone la produzione e l’accumulo di scorte, arrivando così a detenere una posizione di quasi monopolio. E siccome tali materiali sono impiegati in svariati settori strategici (super magneti, energia rinnovabile, avionica, difesa) se ne comprende la portata strategica».
Delle Terre rare la Cina fa mercimonio ma le usa anche come controllo politico visto che la loro vendita deve essere decisa dal governo centrale?
Maurizio Mazziero - «La Cina è cosciente del suo predominio nel campo delle Terre Rare e quindi le utilizza come arma di persuasione contro i dazi e gli embarghi di tecnologia da parte degli Stati Uniti. Da giugno 2024 le Terre Rare sono considerate patrimonio dello Stato cinese e il Governo decide a chi possono essere rivendute e in quali quantità».
Tra le Terre Rare, quali sono gli elementi più ambiti e in quali produzioni i maggiori utilizzi?
Maurizio Mazziero – «Tutte le Terre Rare hanno impieghi specifici molto richiesti: Neodimio, Disprosio e Praseodimio trovano il loro utilizzo come magneti permanenti in motori, veicoli elettrici e turbine eoliche per la loro capacità di non mutare le caratteristiche ad alte temperature. L’Ittrio è utilizzato nella produzione di tubi a raggi X e altri dispositivi medici. Ma le Terre Rare le troviamo anche negli schermi a LED, nelle batterie ricaricabili e nei dispositivi di memoria, senza contare le applicazioni speciali nei mezzi di difesa».
Mao Tze Tung diceva che il potere sarebbe appartenuto ai paesi in possesso di materie prime?
Paolo Gila - «L’utilizzo delle Terre Rare era già conosciuto nella prima metà del Novecento. Tra i più grandi produttori c’erano il Brasile, l’India e gli Stati Uniti. Dopo la Seconda guerra mondiale è stata la Cina a insistere sullo sviluppo di questa filiera. Un altro passaggio importante è stato l’ingresso di Pechino nel WTO, l’Organizzazione Mondiale del Commercio, avvenuto nel 2001. E alla Cina si sono aperti gli sbocchi commerciali internazionali».