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Maikan, la ferita nascosta del Canada: «Per uccidere l’indiano nel bambino»

Lo scrittore e giornalista innu Michel Jean racconta il trauma delle residential schools, le storie della sua famiglia e una cultura che vede l’uomo come parte della natura: «Serviranno generazioni per guarire davvero»
Mattia Sacchi
23.05.2026 22:38

Per molti anni il Canada ha raccontato sé stesso come un paese pacifico, progressista, liberale. «Ma ci sono cose successe lì che ancora oggi producono conseguenze enormi», dice Michel Jean al Salone del Libro di Torino, dove ha presentato Maikan, pubblicato in Italia da Marcos y Marcos nella traduzione di Sara Giuliani. Un romanzo che riapre una delle ferite più profonde della storia canadese: quella delle residential schools, i collegi religiosi in cui migliaia di bambini indigeni furono deportati per essere assimilati alla cultura dominante.

Jean non arriva però alla narrativa da un percorso tradizionale. Per decenni è stato uno dei più noti giornalisti televisivi del Québec, volto dell’informazione francofona canadese e autore di numerose inchieste. Ed è proprio questo approccio, quasi investigativo, ad attraversare anche Maikan. «Quando ero giovane sapevo dell’esistenza di queste scuole, ma pensavo fossero una realtà dell’Ovest canadese. Non sapevo che anche persone della mia famiglia fossero passate da lì», racconta al Corriere del Ticino.

A parlargliene fu la cugina di sua madre. «Mi raccontò di Fort George, dell’aereo, dei bambini ammassati nel fondo del velivolo, del fatto che venissero mandati su un’isola lontanissima per impedire loro di tornare a casa. Per molte persone era ancora un tabù». Da lì iniziò un lungo lavoro di raccolta di testimonianze, memorie familiari e incontri con ex studenti dei collegi. «Ho parlato con tante persone che avevano vissuto quelle esperienze. Alcune scene del romanzo vengono direttamente dai loro racconti. E purtroppo non ho esagerato nulla».

Nel romanzo, Marie, Virginie e Charles hanno quattordici anni quando vengono strappati alle famiglie e portati proprio a Fort George, a quasi mille chilometri da casa. Un luogo remoto dove è proibito parlare la propria lingua e dove i ragazzi diventano numeri. «Il sistema era basato sull’idea di «uccidere l’indiano nel bambino». L’obiettivo era separarli completamente dalla loro cultura, dalla lingua, dalla religione e perfino dall’idea stessa di appartenenza».

La storia, però, non nasce soltanto dall’inchiesta. Anche il legame personale è fortissimo. «Marie e Virginie portano i nomi di donne della mia famiglia, sorelle di mio nonno. I caratteri sono romanzati, ma le emozioni e le storie che attraversano il libro sono vere».

Scrivere Maikan è stato difficile persino per lui. «A un certo punto ho dovuto fermarmi. Restare troppo tempo dentro quelle scene era soffocante. Seguivo quei bambini nella scrittura e diventava difficile persino continuare a leggere ciò che avevo appena scritto. Volevo che il lettore sentisse cosa significasse essere strappati al proprio territorio, alla propria lingua, alla propria vita».

Nel libro la natura ha una presenza costante: il vento, il ghiaccio, i lupi, l’isola. Elementi che ricordano a tratti le atmosfere di Jack London, ma che per Jean appartengono soprattutto alla visione del mondo innu. «Noi non pensiamo di possedere la terra. Pensiamo di farne parte. L’essere umano non è più importante degli altri animali. Quando un cacciatore uccide, lo fa perché deve nutrirsi, non per dimostrare qualcosa. Esiste rispetto verso le altre specie e verso ciò che ci permette di vivere».

Per lo scrittore, proprio questo rapporto con la natura rappresenta una delle grandi differenze culturali tra la visione indigena e quella occidentale. «L’idea europea del mondo è quella di una freccia che va sempre avanti: la ruota, l’automobile, l’aereo, il razzo. Per noi innu il mondo è un cerchio. Si nasce, si invecchia, si muore. Ogni essere vivente ha il proprio posto». Una prospettiva che, secondo Jean, oggi entra inevitabilmente anche nelle riflessioni sul clima, sulle risorse e sul rapporto tra progresso e ambiente.

Ma dentro Maikan questa visione del mondo si riflette anche nel modo in cui i personaggi affrontano il dolore. Perché nel romanzo, accanto alla violenza e alla perdita, resta sempre spazio per qualcosa che assomiglia alla riconciliazione. «Non credo che si possa vivere soltanto nell’oscurità. Forse dipende dalla mia natura o dalla cultura da cui provengo, ma anche nelle persone più ferite deve esistere la possibilità di ritrovare una forma di luce».

Lo scrittore evita accuratamente una narrazione costruita solo sulla rabbia. Nei suoi personaggi c’è sofferenza, ma raramente odio assoluto. «Amicizia, amore e solidarietà restano la base di tutto. Anche chi ha vissuto esperienze terribili continua in qualche modo a cercare bontà negli altri». Ed è forse questo uno degli elementi che rende Maikan qualcosa di diverso da un semplice romanzo di denuncia: il tentativo di raccontare il trauma senza ridurre le persone al trauma stesso.

Secondo Jean, gli effetti di quel sistema sono ancora visibili oggi. «Quando prendi generazioni di bambini, li allontani dalle famiglie e dici loro che la loro lingua e la loro cultura non valgono nulla, il trauma non finisce quando chiude la scuola. In quasi tutte le comunità colpite sono poi esplosi problemi di alcolismo, droga, violenza e povertà». E aggiunge: «Alcuni studiosi sostengono che servano sette generazioni per superare davvero un trauma del genere. Noi siamo forse alla terza o quarta, il percorso è ancora lungo».

Jean insiste anche sulla necessità di preservare lingua e cultura indigena non come folklore, ma come parte viva della società contemporanea. «La storia ufficiale del Canada comincia con la colonizzazione europea, ma i popoli indigeni erano lì da migliaia di anni. Eppure ancora oggi molte persone conoscono pochissimo delle nostre culture».

Eppure, dentro questo scenario, vede anche segnali di speranza. «Le giovani generazioni indigene oggi sono più orgogliose delle proprie origini. C’è più apertura, più desiderio di preservare lingua e cultura. Ed è questo che mi dà speranza. Perché le rivoluzioni partono sempre dal basso».

Jean parla spesso anche di riconciliazione, parola centrale nel dibattito canadese degli ultimi anni. Ma per lui non significa cancellare o dimenticare. «Passato e presente esistono insieme», osserva. «Non puoi costruire nulla se prima non riconosci davvero quello che è accaduto».

Poi torna al significato più profondo del libro. «Vorrei che le persone capissero cosa è successo davvero. Ma vorrei anche che comprendessero che riconciliarsi non significa dimenticare. Significa avere il coraggio di guardare la verità e continuare comunque ad andare avanti».

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