L'intervista

Massimo Gezzi: «La cultura oggi rischia di sbriciolarsi: difendiamola»

Al festival «Lettere dalla Svizzera alla Valposchiavo» sarà presente il poeta, narratore e professore al Liceo di Lugano
Tommy Cappellini
Tommy Cappellini
27.09.2026 20:15

Massimo Gezzi, classe 1976, è poeta, romanziere, traduttore e curatore editoriale con ormai, complessivamente, oltre una ventina di titoli in curriculum, l’ultimo dei quali è il romanzo Adriatica, uscito per il marchio Gramma Feltrinelli, destinato alla ricerca letteraria di qualità. Gezzi è anche, da molti anni, professore al Liceo cantonale di Lugano. Il prossimo 3 ottobre sarà presente al festival «Lettere dalla Svizzera alla Valposchiavo» (il programma è su www.lettereallavalposchiavo.ch).

Massimo Gezzi, siamo quasi coetanei, ci diamo del tu?
«Diamoci del tu».

Sei nato a Sant’Elpidio a Mare, nel sud delle Marche, l’unica regione d’Italia con il nome plurale. Anche la Svizzera è culturalmente «plurale». Come è scoccata la tua storia con la Confederazione?
«È stato un avvicinamento progressivo. Ho studiato a Bologna, ho fatto il dottorato di ricerca a Pavia, ho vinto una borsa di studio del ministero degli Esteri per un anno fuori dall’Italia. Ho scelto Berna perché da Pavia mi era comoda. Arrivato lassù, ho conosciuto Stefano Prandi, fino all’anno scorso direttore dell’ISI qui a Lugano (l’Istituto di studi italiani dell’USI, ndr). All’epoca era ordinario di Letteratura a Berna. Era il 2007. Rimasi come suo assistente, per sei anni. Poi vidi che aprivano l’abilitazione all’insegnamento qui in Ticino. Ho fatto la formazione a Locarno, continuando a insegnare a Berna. Ho vinto il concorso. Ormai sono a Lugano da tredici anni».

Hai dunque un osservatorio privilegiato su come gli studenti ticinesi stanno reagendo al nuovo tsunami digitale, quello dell’IA.
«Posso dirti che in Ticino c’è una concentrazione di smartphone spaventosa. Parecchi giovani hanno l’ultimo modello. E il troppo è come il troppo poco: essere iperstimolati non va per niente bene, esattamente come essere poco o niente stimolati. In primis in famiglia bisognerebbe trasmettere ai ragazzi l’idea che per raggiungere un obiettivo, per maturare, per migliorarsi ci vuole tempo, ci vogliono errori, ci vuole fatica, e che raggiungere tutto e subito con un click alla fine è solo un enorme svantaggio».

Portando questo ragionamento in classe?
«Hai per caso visto l’indagine OCSE-PISA?».

Nota per i lettori: l’indagine OCSE-PISA («Programme for international student assessment») è il più grande programma per la valutazione degli studenti nel mondo. L’ultima edizione - presentata a Parigi lo scorso 8 settembre - ha coinvolto 760 mila studenti in 91 Paesi.

Sì, l’ho letta. I media l’hanno commentata segnalando problemi ormai strutturali.
«Le capacità di lettura stanno drammaticamente crollando in tutto il mondo e ora sono in calo anche in Svizzera, sebbene il nostro risultato resti leggermente superiore alla media. È diventato molto complesso avvicinare i giovani alla lettura. Non bisogna più imporre ma lanciare gli ami giusti. Ad esempio, le conversazioni a Chiassoletteraria funzionano bene, perché i ragazzi incontrano dal vivo qualcuno che fa letteratura».

Ma non si rischia di diventare troppo... «pop»?
«Penso sia una forma di equilibrio fra il ruolo di chi crede ancora nel valore della conoscenza e quello... diciamo così, di un alleato».

E riguardo all’IA?
«Se chiedo a uno studente di presentare una determinata opera letteraria e lui delega all’IA il confezionamento della ricerca, quest’ultima perde completamente di significato».

Addio compiti a casa.
«Sta avvenendo proprio questo. Una volta erano determinanti, ma oggi è più utile agire sul lavoro in classe. Invece di valutare una presentazione confezionata a casa con l’IA, posso chiedere a uno studente di scegliere una pagina, di commentarla e di spiegare cosa lo ha colpito in essa. Posso anche chiedere all’IA di produrre un’affermazione sbagliata su un autore e chiedere ai ragazzi di individuare l’errore, con i testi sotto gli occhi. Anche così si esercita il senso critico».

È una sfida impervia.
«Oggi la cultura generale è a rischio di polverizzarsi. Si sta sbriciolando. Letteralmente. Va difesa».

Tra l’altro, tu sei anche fondatore e direttore di un sito di cultura molto serio e apprezzato: «Le parole e le cose». A chi si rivolge?
«A un pubblico di lettori non dico colti, ma almeno curiosi e che cercano cose un po’ lontane dall’immediatezza giornalistica. È un sito assolutamente libero, non commissioniamo niente, è uno spazio di riflessione indipendente. È autofinanziato e richiede un lavoro piuttosto impegnativo. Abbiamo comunque i nostri tremila lettori al giorno e i media rilanciano talvolta i nostri temi».

Parliamo della tua poesia. Un nome che ritorna quando la critica parla di te è quello - notevole - di Franco Fortini.
«Un connubio raro: Fortini ebbe allo stesso tempo rigore formale ed etico e capacità di impennarsi liricamente. Pensiero politico e poesia, insieme. Io non ho la sua chiarezza ideologica, sono più disilluso sulla potenza profetica della poesia. Se questa opera nel mondo, credo che lo faccia in una misura molecolare. Un cambiamento minimo, che però non equivale a zero».

E il tuo ultimo romanzo? Adriatica è, anche, una storia di adolescenti. E in copertina c’è una fotografia di Luigi Ghirri.
«Un altro maestro, che ci mostra ciò che abbiamo davanti agli occhi e spesso non vediamo. Paesaggi quasi deserti, gesti minimi, dettagli diafani della nostra quotidianità. Le sue fotografie invitano a guardare il mondo con più calma e attenzione. In Adriatica ci sono molte mie esperienze di insegnante e di padre: la protagonista è una ragazza che sta attraversando una fase piuttosto marcata di disagio e di sofferenza. È un frutto letterario di tanti anni di insegnamento gomito a gomito con gli adolescenti».

Di recente ho riletto Le schegge di Bret Easton Ellis. Davvero memorabile. Los Angeles, le ville con piscina, la ricchezza, l’adolescenza come età scorticata. Volevo chiederti perché il Ticino non ha ancora prodotto il suo Bret Easton Ellis. Le condizioni ci sarebbero.
«Bella domanda. Ci sono stati anche qui autori che non si sono trattenuti, che hanno tentato di universalizzare il territorio. Giovanni Orelli, ad esempio. Più di recente, tra poesia e prosa, Fabio Pusterla, Alexandre Hmine, Tommaso Soldini, Andrea Bianchetti. Ti rispondo: non tutto è perduto».