«Meditare è guardare dentro le proprie emozioni»

Sempre più persone si avvicinano alla pratica della meditazione in cerca di metodi per gestire le proprie emozioni. Ne abbiamo parlato con Daniele Bollini, che da più di trent’anni tiene seminari e corsi di meditazione.
La meditazione è una pratica che si basa molto sulla «gestione» delle emozioni, e innanzitutto sul sentirle e accettarle. Come mai?
«Le emozioni sono fondamentalmente strumenti di comunicazione. Letteralmente «emozione» significa «movimento verso l’esterno». Abbiamo molti muscoli nel viso, la cui funzione è proprio quella di esprimere i nostri sentimenti a livello non verbale. Talora si tratta di emozioni positive, talora di emozioni negative. Quelle positive non sono problematiche, anzi. Quelle negative, in sanscrito chiamate klesha, ovvero «afflizioni», generano sofferenza. Poiché non ci piace soffrire, le percepiamo come un problema. Aggressività, invidia, arroganza, attaccamento ne sono dei possibili esempi. Solitamente tendiamo a adottare tre strategie nei confronti delle emozioni negative: reprimerle, perché ritenute socialmente inadeguate o perché consapevoli dei danni che possono arrecare; ignorarle ossia fingere che tale dimensione dell’esistenza non esista; oppure ancora sfogarle, esprimerle di botto o d’istinto per poi magari pentirci di ciò che abbiamo fatto. L’idea è di trascendere ognuna di queste tre strategie: non reprimere, non ignorare e non sfogare. Semplicemente riconoscere».
Quale ruolo gioca il corpo in questa pratica? Come affrontare stati in cui prevalgono le emozioni «negative»?
«A differenza dei semplici pensieri, le emozioni si manifestano nel corpo sotto forma di sensazioni fisiche di vario genere: alterazione del respiro, tremori, sudorazione, tensioni muscolari. Il lavoro con le emozioni in un contesto meditativo si basa sul sentire, sul prestare attenzione proprio a tali sensazioni fisiche. Non soffochiamo né sfoghiamo, ma rimaniamo con la sensazione, ne prendiamo atto. Vi è un senso di curiosità indagatrice verso l’emozione. Assaporiamo le emozioni come l’enologo assapora un vino con tutti i suoi sensi, senza giudicare, valutare, soppesare; senza lode e senza biasimo verso ciò che stiamo vivendo. A questo punto l’emozione non sparisce ma si trasforma. Lo scopo delle pratiche meditative non è quello di divenire umani freddi e distaccati, anaffettivi e inespressivi. Si tratta piuttosto di canalizzare, cavalcare l’energia psicofisica dell’emozione. Rabbia o aggressività implicano generalmente un carico di rimuginio, di processi di auto-assoluzione, sensi di colpa e bronci mantenuti per mesi o anni. Ma la natura profonda e distillata dell’aggressività risiede nella capacità di comunicare in maniera precisa e diretta, manifestando onestà e franchezza. Abbiamo in noi il potenziale per esprimere tale valenza comunicativa, per poi lasciare andare e aprirci a una nuova situazione che inevitabilmente si presenterà. Spesso non è l’emozione a essere un problema, soprattutto se vissuta con naturalezza; è piuttosto il suo strascico».
Oggi si parla molto di problemi psicologici che affliggono molte persone, e in Ticino questo tema tocca molte persone. È recente la notizia secondo cui la spesa pro-capite per la salute mentale in Ticino è in forte crescita, ed è salita del 12,5% nel 2025. Tra l’altro, il dato che solleva maggiori interrogativi riguarda il consumo cantonale che supera di oltre il 50% la media svizzera. La meditazione a suo modo di vedere può aiutare persone che soffrono di depressione o di ansia cronica?
«La meditazione ha soprattutto un ruolo preventivo. Meditare è come guardare la propria mente in uno specchio, riconoscendone in trasparenza i meccanismi. Se ci troviamo in una situazione di ansia o depressione, la «visione chiara» (Vipassana in Pali) che deriva dalla pratica, potrebbe dare l’impressione che la sofferenza sia acutizzata o intensificata. La meditazione non è terapia, non allevia la sofferenza patologica, quanto piuttosto quella esistenziale. In generale suggerirei di non adottare l’approccio del fai da te, sfruttando i numerosi tutorial abbondantemente disponibili online. Meglio riferirsi a istruttori qualificati e a figure professionali, competenti nell’intrecciare l’approccio psicologico con quello contemplativo».
Quale consiglio si sentirebbe di dare a una persona che è interessata alla meditazione?
«Imparare a meditare con l’accompagnamento di un essere umano in carne ed ossa, una persona a cui poter rivolgere domande e da cui ottenere risposte personalizzate».
Lei tre anni fa a Ravenna aveva tenuto un TED, ossia una presentazione pubblica, sul tema: «Il coraggio di avere paura». Quale era stato il messaggio che aveva trasmesso?
«La paura è un grosso tema in questa fase storica di incertezza e imprevedibilità. Spesso sfocia in meccanismi individuali e collettivi di chiusura a riccio e di attaccamento a uno status quo, magari non perfetto, ma rassicurante, dimenticando quello che nella tradizione buddista è chiamato un «marchio» dell’esistenza, ossia l’impermanenza delle cose. Le emozioni negative sono tutte espressione di paura: l’aggressività è la reazione di paura rispetto a un nemico reale o immaginario; l’attaccamento è paura di rimanere soli o di rimanere senza; l’invidia è paura di essere superati nella competizione globale e della vita; l’ignoranza è paura della conoscenza. Il lavoro con la paura e quello con le emozioni negative da questo punto di vista corrispondono: si tratta sempre di avere il coraggio di stare con, in questo caso con la paura. Avere il coraggio di mantenere la consapevolezza della vulnerabilità dell’essere umano, indipendentemente dal suo status, dal suo potere, dalla sua fama, dalla ricchezza».
Lei ha alle spalle una pratica di meditazione di 45 anni. Ma se dovesse fare un bilancio personale della pratica, quale sarebbe l’utilità concreta che ha riscontrato nella sua vita?
«Non posso rispondere con certezza a questa domanda. Quando si prende una medicina e si guarisce, non vi è mai la certezza di esserci ripresi grazie al medicamento. Forse saremmo guariti comunque, forse siamo guariti malgrado la pillola assunta. La sensazione profonda è comunque che la mediazione ci riconnetta con la realtà, ci riporti con i piedi per terra, alla nostra condizione umana di base. O ancora che ci aiuti relativizzare, a vivere con umorismo le montagne russe della mente con i suoi alti e bassi».
Molta gente pensa che facendo meditazione risolverà tutti i problemi della sua vita o di trovare la pace. È possibile fare ciò senza un cambio di mentalità?
«Uno dei classici ostacoli a una pratica meditativa, soprattutto all’inizio, sono le nostre stesse aspettative, legate a una serie di stereotipi: la meditazione è pace mentale, la meditazione è armonia, la meditazione è beatitudine. La meditazione dovrebbe invece diventare un’attività ordinaria, come lavare i denti, insignificante e per questo significativa. La meditazione è semplicemente un incontro a tu per tu con noi stessi, con il nostro enorme potenziale di compassione, intelligenza e creatività, ma anche con emozioni negative, paure, preconcetti e fissazioni. La parola d’ordine è riconoscere e accogliere in uno spazio di consapevolezza. Il cuore della pratica è coltivare gentilezza incondizionata con noi stessi e con i nostri processi mentali, in un mondo sempre più esigente, che ci sottopone a richieste spesso inarrivabili. Dalla gentilezza con noi stessi - spesso siamo i nostri peggiori nemici - il passo alla gentilezza con gli altri diventa facile. Quindi rovescerei un po’ la logica: è la meditazione stessa che genera un cambio di mentalità o di prospettiva e non viceversa».
