L'intervista

«Mia madre Anna Politkovskaja, irritante ma libera»

A vent'anni dalla morte della giornalista russa, la figlia Vera Politkovskaja racconta la memoria di una donna scomoda
11.10.2026 15:31

«Mia madre - scrive Vera Politkovskaja in «Una madre - La vita e la passione per la verità di Anna Politkovskaja» (Rizzoli, 195 pagine - con Sara Giudice) - è sempre stata una persona scomoda, non solo per le autorità russe». L’incipit del libro è la carta d’identità d’una donna coraggiosa, assassinata vent’anni fa il 7 ottobre 2006. A Pordenonelegge la figlia Vera, che vive all’estero da anni, ha parlato della madre e ha ribadito il coraggio e l’onestà di una professionista che aveva fatto del suo lavoro un’arma contro il potere putiniano. La figlia la ricorda con la voce commossa, gli occhi quasi socchiusi, e parla lentamente scegliendo le parole.

Sua madre era la giornalista più conosciuta del principale quotidiano di opposizione, «Novaja Gazeta». Era consapevole dei rischi?
«Il suo carattere poco accomodante, la sua attività professionale fu segnata da continui contrasti e attriti con colleghi e redattori. Non era facile lavorare con lei, non indietreggiava mai di fronte ad alcuna difficoltà e doveva conoscere la verità su ogni fatto».

Come è stata percepita dai russi la sua morte?
«Per i più era l’ennesima notizia d’una giornalista che non conoscevano che era stata uccisa. Dopo che è stata uccisa si è parlato molto in Russia dell’assassinio, delle indagini e del processo, ma devo riconoscere che mia madre non era una giornalista conosciuta in Russia e non lo è stata nemmeno dopo la sua morte».

Se non fosse stata uccisa, sua madre avrebbe continuato il suo lavoro nonostante i rischi?
«Probabilmente avrebbe continuato a cercare di fare quello che ha sempre fatto finché era ancora viva. Col suo lavoro cercava di attirare l’attenzione sui problemi che considerava importanti. Se avesse dovuto inviare un messaggio ai cittadini europei avrebbe detto: ascoltate e cercate di capire cosa sta accadendo. Avrebbe potuto essere un modo per allertare l’Europa, ma mia madre pur scrivendo non è riuscita ad ottenere quello che voleva. E tutto il suo lavoro, il suo sacrificio, non credo, purtroppo, possa incidere positivamente sulla situazione attuale».

Qual è, secondo lei, l’eredità morale che sua madre lascia a chi fa il suo stesso mestiere e ai lettori che avevano fiducia nel suo lavoro?
«Io direi che mia madre lascia in eredità il suo intero destino: la strada che ha percorso dovrebbe essere un punto di partenza, qualcosa su cui basarsi per tutti i futuri giornalisti e attivisti. Mia madre, dall’inizio, ha scelto la strada dell’onestà e della verità e alla fine è stata uccisa, ma la strada della verità è quella che io augurerei a tutti».

Dopo la morte di sua madre, cinque persone sono state condannate nel 2014 ma i mandanti non sono stati individuati. Le indagini sono state fatte bene?
«La squadra che svolgeva le indagini - mi fu assicurato - era una delle migliori. Sottoposero anche me ad un interrogatorio. Lo fece uno dei grandi professionisti all’interno del comitato investigativo della Federazione Russa. Dopo alcune domande, forse non soddisfatto delle risposte, questo signore inveì contro di me gridando che se non ricordavo qualche dettaglio, avrei dovuto sentirmi in colpa, e fare i conti per il resto della mia vita che l’omicidio di mia madre sarebbe rimasto irrisolto a causa mia».

E lei come reagì?
«Fu come se mia madre fosse stata uccisa più volte. Sicuramente l’indagine è stata un po’ blanda, altrimenti qualcosa sarebbe saltato fuori. Non sono riusciti nemmeno ad individuare i vandali che per decine di volte hanno distrutto la targa commemorativa non ufficiale messa all’ingresso del palazzo in cui viveva. Il centro di Mosca è pieno di telecamere. Ma il controllo delle immagini non è stato fatto».

Fin dove può arrivare la sete di potere di Putin? Nel libro lei scrive che a combattere in Ucraina sono stati mandati soprattutto ragazzi provenienti dall’immensa periferia del Paese, quasi mai dalle grandi città. Giovanissimi, sbattuti in prima linea con un addestramento minimo.
«Putin è un ex cekista come chiamano in Russia quelli che hanno lavorato nel KGB e lo vediamo tutti i giorni di cosa è capace: gli attacchi contro le scuole in Ucraina dove stanno i bambini. Non è abbastanza per capire chi è?».

Qualcuno ha sostenuto che Putin agisce come vuole perché la democrazia in Russia non è compatibile. Ci sarà mai una democrazia?
«Certo che la Russia è compatibile con la democrazia come molti altri Paesi. Un’altra questione è capire cosa serve per ottenere la democrazia. Occorre un lavoro duro e lungo. Alla luce della situazione attuale in Russia, questo lavoro richiederebbe molti anni, forse interi decenni, però penso che possa esserci la democrazia in Russia come c’è in tanti paesi. Tutto dipende da chi la governa e dalle mire sociali che il governo ha».

Lei non ha alcuna fiducia nel potere russo soprattutto per quanto riguarda la guerra in Ucraina?
«La difficoltà della situazione attuale per quanto riguarda la guerra in Ucraina è che non si può credere a nessuno in questo momento. Non si può credere alla propaganda putiniana, ma non si può credere neanche ai politici che rappresentano la parte avversaria perché ci troviamo in una zona di guerra, perciò tutte le parole che vengono dette da una parte e dall’altra, hanno un solo obiettivo: quello di avvicinarle alla vittoria».

Ha raccontato a sua figlia chi era la nonna?
«Ho iniziato a parlarle della nonna quando mia figlia ha cominciato a capire cosa significa per noi il 7 ottobre. Aveva cinque o sei anni, ancora piccola per capire certi passaggi della libertà, ma sufficienti per rendersi conto a cosa era dovuta l’assenza della nonna».

Prima o poi cambierà qualcosa in Russia?
«Onestamente non ho alcuna speranza. La situazione era così ieri, sarà così domani. Sarò troppo pessimista ma è quello che penso».

Vivendo all’estero si sente al sicuro?
«La risposta onesta è che qualsiasi persona con radici russe deve sentirsi in pericolo in qualsiasi punto del mondo si trovi».

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