L'intervista

«Mio padre mi guardò come se fosse l'ultima volta»

Alex Bellini ha attraversato in barca a remi l'Atlantico e il Pacifico – Oggi si batte per la salvaguardia degli oceani – Il 10 ottobre a Sconfinare Festival, a Bellinzona, dialogherà sul mare con lo scrittore svedese Björn Larsson
Alex Bellini durante una delle sue esplorazioni estreme
Prisca Dindo
04.10.2026 23:07

Nato nel 1978 ad Aprica, Alex Bellini è esploratore, divulgatore ambientale e recordman. Ha attraversato l’Alaska a piedi, l’Atlantico e il Pacifico su una barca a remi in solitaria, e il Vatnajökull con sci e slitta. Dal 2019 è impegnato in 10 Rivers 1 Ocean, un viaggio sui fiumi più inquinati dalla plastica, mentre con Eyes on Ice esplora la fragilità degli ecosistemi polari. Autore di tre libri, ha realizzato documentari e spettacoli teatrali che intrecciano esplorazione, ambiente e intelligenza artificiale. Il prossimo 10 ottobre a Sconfinare Festival, a Bellinzona, dialogherà sul mare con lo scrittore svedese Björn Larsson.

Lei cos’ha capito del mare, che chi lo guarda dalla riva non può sapere?
«Dalla riva il mare sembra una tavola liscia, una superficie piatta. Ma solo quando lo attraversi ti rendi conto delle forze che lo governano. Alcune sono visibili, come il vento e le tempeste; altre sono invisibili, come le correnti sottomarine. Sono proprio queste ultime a esercitare il fascino maggiore: a volte ti cullano verso l’obiettivo, altre ti fanno sentire in balia di forze sconosciute, totalmente al di fuori del tuo controllo. Il mare diventa così una scuola di vita. Per me, fare l’esploratore è quasi una forma di psicoanalisi: ci si creano deliberatamente dei problemi nella speranza di risolverli. Affrontare l’oceano significa darsi il permesso di esporsi alle difficoltà per attingere a risorse, intuizioni e saggezze profonde. La vera magia è che tutto questo resta dentro di te».

Con chi si parla, quando si è soli per mesi in mezzo all’oceano?
« Oltre che con me stesso, parlo con il mare. Riesco a stabilire un dialogo intimo con qualcosa che non ha corpo, anima o volontà. Eppure, quando trascorri mesi da solo là fuori, immerso in forze infinitamente più grandi di te, il confine tra ciò che puoi spiegare e ciò che semplicemente senti diventa più sottile. In certi momenti mi sono rivolto anche a Dio, pur non essendo un credente nel senso tradizionale del termine. Non so se esista un disegno superiore, ma sento che esiste qualcosa che ci trascende e che non tutto possa essere ricondotto alla nostra capacità di comprendere e controllare. Forse è anche per questo che, quando siamo esposti all’inesplicabile, cerchiamo significati, segni, persino superstizioni: è il nostro modo di provare a dare una forma al caos».

Il problema non è soltanto vedere scomparire il ghiaccio, ma capire cosa succede dopo

Lei ha raccontato che all’inizio era così concentrato a cercare se stesso da non accorgersi dello stato di salute degli oceani. Remava e non vedeva che il mare era malato. Cosa le ha aperto gli occhi?
«All’inizio dovevo capire chi fossi; l’esplorazione per me era esclusivamente un viaggio nel mio «io». Quando col tempo quella spinta all’autoconoscenza si è esaurita, mi sono chiesto quale senso dare al mio andare. È stata mia moglie a indicarmi la via, facendomi capire che potevo compiere un passaggio fondamentale: dall’introspezione all’estroversione. Ho capito allora che l’esplorazione poteva trasformarsi in uno straordinario strumento di divulgazione ambientale, sfruttando proprio la forza evocativa del viaggio».

Lei oggi è padre di due figlie: con che occhi guarda a quel suo papà che a Genova, vedeva il figlio partire su una barca a remi per l’Atlantico in solitaria?
«Ricordo perfettamente lo sguardo di mio padre quel giorno: mi guardò come se fosse l’ultima volta. Eppure, nonostante la temerarietà di quell’impresa, ebbe il coraggio di lasciarmi andare. Gliene sono immensamente grato, anche se so che non aveva scelta: il mio bisogno di risposte era irrefrenabile».

È più difficile partire o tornare?
«Senza dubbio partire. Non scappo perché ciò che lascio a casa non mi piace; al contrario, amo la mia vita. Per questo staccarsi è doloroso. Il ritorno, invece, ha una forza travolgente. Quando arrivo a metà del percorso, la seconda parte del viaggio si trasforma già, psicologicamente, in un ritorno a casa. Anche se la rotta si preannuncia lunghissima. Non saranno i dieci anni di Ulisse, ma poco ci manca».

Con Eyes on Ice racconta i ghiacci dell’artico. Per quelle aree teme più lo scioglimento dei ghiacci o chi sul disgelo vuole fare affari?
«Mi spaventa soprattutto l’effetto domino. Il problema non è soltanto vedere scomparire il ghiaccio, ma capire cosa succede dopo. Il ghiaccio artico funziona come un enorme specchio: riflette una parte dell’energia solare verso lo spazio. Quando diminuisce, lascia spazio a una superficie oceanica più scura, che assorbe più calore e accelera ulteriormente il riscaldamento. E poi c’è la Groenlandia: l’immissione di enormi quantità di acqua dolce nell’oceano può alterare i grandi sistemi di circolazione del Nord Atlantico, con conseguenze climatiche che vanno ben oltre l’Artico. È questo che mi preoccupa: ciò che accade lassù non rimane lassù».

Nel 2008, a 65 miglia dall’arrivo, si è fermato. Ha definito quella rinuncia come la scelta più giusta della sua vita. È importante sapersi fermare?
«Insegna ad accettare l’imperfezione. Ti insegna che a volte la torta esce bruciata dal forno, e va bene così. Inseguire un ideale di perfezione assoluta produce solo risultati modesti nella migliore delle ipotesi, o catastrofi nella peggiore. Penso a chi vive ancorato alla filosofia del «mola mia» (non mollare mai): se ti va bene sei un eroe, se ti va male non torni a casa. Attraverso quella rinuncia ho imparato ad accettare le critiche, ma soprattutto ho demolito la presunzione di essere invincibile. Ho imparato ad accogliere la mia stessa vulnerabilità».

Un mondo senza fatica né dolore sarebbe un paradiso oppure un inferno?
«Un inferno. Senza alcun dubbio».

In questo articolo: