«Mother Yamuna», il grande fiume inquinato

C’è un’immagine che resta: una distesa biancastra che scivola lenta sull’acqua, come neve chimica. Sotto, un fiume sacro. Attorno, persone che pregano, si immergono. È da questa frizione che nasce Mother Yamuna, il documentario con cui Vito Robbiani approda al Cine Forum di Bellinzona, stasera, sabato 9 maggio alle 18, nell’ambito della rassegna «Un po’ di cinema svizzero» organizzata dal Circolo del Cinema Bellinzona, con l’autore presente in sala.
Presentato alle Giornate di Soletta 2026, premiato al Nadi Utsav IGNCA River Festival di New Delhi, menzione speciale al Festival Other Movie di Lugano l’aprile scorso, il film è il risultato di un percorso lungo, sedimentato, che unisce rigore e sguardo poetico, senza mai perdere il contatto con ciò che si vede, e che a volte si rimuove.
Dalla foce alla sorgente, dal film all’idea
«Ero andato in India per vedere luoghi che sono, di fatto, una lavanderia a cielo aperto: le persone lavano i panni e tutto finisce nel fiume - racconta Robbiani -. Mi aveva colpito. Non avevo però ancora visto la schiuma tossica: quella è arrivata anni dopo, quando ho deciso di raccontare ciò che la telecamera rende visibile, cioè l’inquinamento. Cercando su Google tra i luoghi più inquinati al mondo è riemerso quel fiume che avevo già incontrato. Ho scelto la Yamuna perché, a differenza di altri fiumi altrettanto inquinati - il Reno, il Danubio, il Rodano - lì il fenomeno è evidente a occhio nudo. Per chilometri scorre una schiuma tossica. In un tratto di circa venti chilometri, nella capitale indiana, il fiume è dichiarato morto: ossigeno zero. Ed è comunque l’acqua che, alla fine, dà da bere alla popolazione della capitale». Acqua morta e acqua sacra. Nel film, la contraddizione non è un dettaglio: è il cuore del racconto. «Il Gange è il fiume più noto per noi, e si pensa al suo inquinamento legato alle ceneri o ai corpi: un inquinamento in qualche modo organico. In India i fiumi sono spesso al femminile: la Gange, la Yamuna. Quest’ultima è considerata madre, anche perché confluisce nel Gange. Suo padre è il sole. Esiste una preghiera che passa attraverso il fiume e si rivolge al sole: l’ho filmata. Nel documentario si vedono persone che si immergono per pregare. La religione è fortissima: durante le abluzioni non si pensa allo stato del fiume, perché al centro c’è il divino. Ho voluto mostrare questa contraddizione: una relazione distorta tra uomo e ambiente, in cui alcune cose sembrano contare più di altre. E intanto abbiamo una madre esaurita e sfruttata, che continua a essere venerata nonostante un inquinamento estremo».
Non è solo un documentario sull’India
«Lo dico all’inizio: non è un film sull’India, ma sulla relazione tra uomo e ambiente. Quando l’uomo tratta male la natura, finisce per trattare male anche sé stesso – e lo vediamo in ciò che accade oggi nel mondo. Lì il problema è visibile, e volevo renderlo evidente. Penso sempre al Rodano: da Lione in giù è così inquinato che non si può pescare né mangiare il pesce. La relazione tra gli esseri umani e con l’ambiente si è deteriorata. Non è un problema lontano».
Un discorso globale, che Robbiani ha provato a riportare anche su scala concreta.
«Abbiamo preso due voli per l’India, viaggiato in treno, usato anche tuk-tuk elettrici. Ho provato a calcolare tutto: chilometri percorsi, energia utilizzata per il montaggio, per stimare la CO₂ prodotta. Per compensarla abbiamo piantato 25 alberi, che dovranno vivere trent’anni. Li abbiamo piantati sopra Brè, perché l’inquinamento è globale: non ha senso compensare solo dove si è prodotto. Siamo su un unico pianeta. Loro chiamano la Yamuna «madre», noi parliamo di Terra, Gaia, Pachamama. È sempre la stessa idea: una madre che genera vita e che stiamo consumando. Ho voluto rendere concreto anche questo, far vedere cosa significa davvero il nostro impatto quotidiano».
Un viaggio, che non è solo geografico. Un documentario come un atto di purificazione. «Il film segue il fiume dalla sorgente alla foce, ma è anche un viaggio simbolico. In India la dimensione simbolica è molto forte: diventa il percorso di una vita. Nasciamo puri e ci deterioriamo strada facendo. Lo stesso accade al mondo che abitiamo. Il mio intento è semplice: rendere visibile ciò che non si vede e invitare a riflettere, anche con un ritmo lento, sullo stato dell’ambiente oggi». E specchiarci.
