Naturalizzazioni, va bene così?

Periodicamente il tema delle naturalizzazioni sale alla ribalta, in Ticino e in Svizzera, anche perché è uno dei più tremendamente politicizzati. L’ultima querelle a proposito risale a poco più di due settimane fa, quando inConsiglio comunale a Mendrisio si è cercato di votare 51 concessioni dell’attinenza comunale, anticamera del passaporto svizzero.
Son tante, son poche? Dipende dai punti di vista, sta di fatto che la Lega ha evidenziato qualche errore «grossolano» nei dati riportati nei messaggi municipali e alla fine l’intera faccenda è stata rimandata, in attesa di ulteriori verifiche e fra il disappunto di alcuni partiti, al Consiglio successivo. Non si è nemmeno votato sulle domande che erano in regola. «Si può sbagliare, siamo umani - ha commentato Massimiliano Robbiani, della Lega - tuttavia la concessione della cittadinanza non deve essere una passeggiata ma un atto di massima serietà per tutte le parti in causa».
Nulla da eccepire. Ma i naturalizzandi presenti alla discussione, quella sera a Mendrisio, se ne sono andati un poco affranti. Se non delusi. Per loro si trattava di un evento memorabile: acquisire la cittadinanza di un altro Paese, infatti, significa in qualche modo determinare una cesura esistenziale nella propria biografia. C’è un prima e c’è un dopo. L’anno di ottenimento del secondo passaporto viene ricordato né più né meno come quello di nascita o di matrimonio.
Il caso delle «doppie»
Come che sia, il tema resta perennemente ricco di contraddizioni. Fra queste, il «problema» della cittadinanza multipla. Per alcuni politici dell’area di destra, purezza d’intenti vorrebbe che alla concessione del secondo passaporto si rinunciasse al primo, così come quando ci si risposa ci si dovrebbe prendere la briga di divorziare - almeno sulla carta - dal coniuge precedente. Mantenendo quando si può, va da sé, buoni rapporti e doveroso affetto.
Fa letteratura il caso del consigliere federale Ignazio Cassis, che nel 2017, in corsa per Berna, decise di rinunciare alla cittadinanza italiana, lui che aveva ereditato dal padre il passaporto di Roma e che nel 1976, a quindici anni, era diventato svizzero. «Se qualcuno - sostenne Cassis all’epoca - è membro del nostro Governo federale, non ci devono essere dubbi sulla sua lealtà nei confronti della Svizzera». Sarebbe stato invero molto strano avere un capo del Dipartimento degli Affari esteri col doppio passaporto.
Sull’onda di Crans Montana
Ma non tutti sono engagé nell’alta politica nazionale. Magari è possibile vivere tranquilli con due cittadinanze, così come alcuni vivono indenni e pure socialmente rispettati con più fidanzate. Tuttavia, alla fine, si ha un cuore solo e allora per chi batte di più quello dei residenti ticinesi multi-passaporto?
In un tempo di cicliche e artificiose polarizzazioni, la domanda non è peregrina. Si vedano, ad esempio, gli attriti diplomatici e le contese mediatiche fra Svizzera e Italia sulla tragedia di Crans Montana. Talvolta non è facile stare a cavallo di due patrie, con i media e la politica che strattonano da una parte o dall’altra.
Detto questo, come siamo messi in Ticino? La tendenza a naturalizzare è in salita, magari per tamponare il calo delle nascite, oppure è stabile? Il numero di doppie cittadinanze è così elevato da destare qualche perplessità social-politica lato sensu, oppure, in rapporto alla tradizione elvetica, è sotto controllo? Circolano a proposito dati gustosi.
Da molti Paesi
Il primo che arriva alla mano è quello di una rilevazione strutturale dell’Ufficio federale di statistica, svolta nel 2024 con interviste su un campione di 200 mila persone nell’intera Confederazione (tutte residenti permanenti ed estratte casualmente). Sono dati che vanno considerati tenendo presente un certo intervallo di confidenza (=una certa approssimazione) che comunque non cambia il senso della loro interpretazione.
Veniamo così a sapere che su una popolazione residente in Svizzera di nazionalità svizzera di 5,497 milioni di individui sopra i 15 anni, quelli in possesso di una doppia cittadinanza sono ben 1,147 milioni. Circa una persona - sopra i 15 anni - su cinque. In Ticino, su 217 mila residenti sopra i 15 anni, sono 67 mila quelli che hanno in tasca un altro passaporto oltre a quello rossocrociato. Una persona su tre. Di loro, 42,4 mila sono stati naturalizzati, 24,7 mila sono, invece, svizzeri dalla nascita.
Interessante la provenienza dei naturalizzati. Su scala Confederazione, ci sono al primo posto gli italiani, poi i francesi, i tedeschi e i portoghesi. A seguire, turchi, spagnoli, kosovari e serbi. Alle ultime posizioni della classifica troviamo brasiliani, statunitensi, austriaci e canadesi. Cambia qualcosa in Ticino. Confrontando le serie di dati sulle naturalizzazioni dal 2017 al 2024, gli italiani sono sempre in testa, seguiti a fasi alterne da portoghesi, tedeschi e kosovari. A loro volta tallonati da un «blocco balcanico» di provenienti da Croazia, Serbia, Bosnia ed Erzegovina, Macedonia.
Alcune tendenze
Passiamo ora al cuore numerico della questione, quello che accende gli animi in occasione di alcuni Consigli comunali e, naturalmente, in campagna elettorale. Ci riferiamo alla naturalizzazione per via ordinaria, la più politicamente «sensibile». Escluse quindi le adozioni, le nozze, i reintegri. Quanti sono i naturalizzati in Ticino ogni anno?
Un migliaio e qualche centinaia. Certo ci sono stati periodi in cui si è naturalizzato di più, come il 2014 e il 2022 post pandemico (rispettivamente con 1.317 e 1.336 naturalizzazioni, fonte: Sezione della popolazione, Ufficio dello stato civile), e altri in cui si è naturalizzato di meno. Nel 2024, per esempio, si è scesi a «solo» 998 pratiche. Occorre precisare, però, che il calo non è dovuto a una contrazione delle richieste ma a motivi organizzativi del servizio, che in quell’anno ha introdotto un nuovo applicativo per gestire le pratiche. La migrazione dei dati ha rallentato le tempistiche di evasione.
Comunque: son tante, son poche? E di chi si tratta? Le statistiche disponibili non vanno molto a fondo sul tema, ma i numeri dell’ultimo quinquennio hanno una certa costanza. Possiamo quindi esaminare quanto accaduto dal ’20 al ’24 e vedere che, in genere, le fascia di età che viene naturalizzata di più è quella nata fra il 1971 e il 1980. Insomma, è la generazione X quella che ancora oggi vuol diventare svizzera e lo fa intorno ai cinquant’anni. Uomini e donne maturi, stabili, con un ventennio di lavoro davanti a sé. Questi sono poi tallonati, nelle richieste di naturalizzazioni, dalla generazione Z, cioè, a maglie larghe, dai nati fra il 2001 e il ’10. In genere, una buona parte dei naturalizzati ha una professione. Ci sono, subito dopo, gli studenti e, con un certo stacco, le casalinghe. Pochi i pensionati. I naturalizzati disoccupati sono stati meno di una decina l’anno tra il ’20 e il ’24.
Sfruculiando nei dati dello stato civile, si trova pure qualche caso speciale. Nel 2020 è stata naturalizzata una persona nata nel decennio 1920-’30. Non c’è limite di età per diventare svizzeri! Sempre nello stesso anno si è registrato però uno svincolo dalla cittadinanza elvetica, caso rarissimo. Come quello, d’altra parte, della cittadinanza «ammessa per errore», destinata a chi abbia vissuto per anni ritenendo in buona fede di essere cittadino svizzero e come tale sia stato effettivamente considerato dalle autorità cantonali o comunali. Pare incredibile, ma ci sono stati dei casi. Pochi ogni anno - una manciata o anche zero - anche i confederati naturalizzati nella Sonnenstube: persone, cioè, con attinenza e cittadinanza di un altro Cantone che decidono di vivere in Ticino da naturalizzati.
Zero o quasi pure le cittadinanze onorarie, che restano comunque senza valenza giuridica e nessun effetto sulla cittadinanza. Esse possono essere comunali o cantonali. Le prime, quando riguardanti cittadini svizzeri, vengono concesse in autonomia dal Comune, il consenso del Consiglio di Stato è necessario solo se si tratta di cittadini stranieri. Le seconde, invece, sono conferite dal Gran Consiglio in piena autonomia a cittadini confederati o a stranieri. Sono due procedure indipendenti. Applicate, tuttavia, pochissimo. Vien da chiedersi, con un filo di preoccupazione, ci sono davvero così poche persone meritevoli sul nostro territorio?
