Nel giardino delle parole

Pia Pera è morta dieci anni fa. Se l’è portata via la Sla, la sclerosi laterale amiotrofica, dopo quattro anni di malattia. Nota scrittrice di saggistica e narrativa, traduttrice dal russo, è stata soprattutto un’appassionata e colta giardiniera. «Nella solitudine del giardino, all’ombra di una quercia, senza imporre nulla a nessuno, è piacevole abbandonarsi a una deliziosa spensieratezza, lasciare che idee e immagini si formino e disfino con la stessa inconsequenzialità delle nuvole in cielo», scriveva nel suo capolavoro Al giardino ancora non l’ho detto, vincitore del premio Rapallo, dove racconta l’attesa della morte.
Chi l’ha conosciuta bene, ricorda come Pia Pera non si limitasse a descrivere la gioia del suo giardino, ma come esplorasse anche l’intimo legame tra l’essere umano e la terra. Affascinata dalle letture di Masanobu Fukuoka, padre dell’agricoltura del non fare, o agricoltura naturale, il cui approccio minimizza l’intervento umano, Pia Pera si ispirò agli orti semi-spontanei e all’idea di nutrirsi di ciò che si coltiva.
Questo rappresenta per lei una forma di indipendenza, una rivoluzione ecologica dell’anima, «ma anche di tantissime formule per scacciare la solitudine», come evidenzia Morel, la rivista culturale online, che ha dedicato un omaggio alla scrittrice.
La delicatezza con cui descriveva le piante, i giardini, la natura, è stata apprezzata da molte testate giornalistiche, tra cui anche il periodico italiano «Internazionale». Ecco cosa ad esempio consigliava nel numero di giugno del 2010 per la copertura del suolo coltivato: «C’è una cosa che anche chi ha solo piante in vaso dovrebbe sapere, la terra va protetta. In natura, anche dove sono passate le ruspe, a riformare l’epidermide verde della terra provvedono le piante pioniere. Negli orti, invece, la superficie si copre, preferibilmente con della paglia: in questo modo la crescita delle infestanti tra le piantine è scoraggiata, senza che per questo la terra nuda lasci sguarnite di strato protettivo le radici degli ortaggi, i lombrichi e i microorganismi indispensabili alla vitalità del terreno. Si possono usare anche vinacce, trucioli, scaglie di corteccia, pezzetti di legno, noccioli di ciliegie, pesche o albicocche. C’è anche chi usa carta sminuzzata e cartone, ma non mi pare una grande idea: anche l’occhio vuole la sua parte. Per garantire protezione e umidità, possiamo ricorrere ad altri materiali: dai teli di plastica ai ciottoli, dalle conchiglie raccolte in spiaggia alle biglie di vetro, tutti metodi assai indicati per le piante in vaso. Esiterei prima di mettere al piede di un Aloe ferox, come mi è capitato di vedere, dei ciottoli d’oro zecchino».
Per Pia Pera, la natura non era un rifugio romantico - come rammenta il portale di cultura online Libreriamo - bensì «una presenza concreta, a volte indifferente, spesso dura, sempre vera. La terra non consola, ma insegna, le piante non obbediscono, ma mostrano, il ciclo naturale non giudica, ma continua».
Questa visione libera tutti noi dal presupposto che dobbiamo essere sempre forti, sempre produttivi, di potercela sempre fare. La natura, come la vita, non chiede di essere compresa fino in fondo. Nel suo pensiero, il giardino diventa metafora della vita: «non si controlla, non si domina, non obbedisce ai nostri desideri. Cresce, si ammala, muore, rinasce. E noi possiamo solo accompagnarlo». Leggere questa scrittrice oggi è un atto quasi rivoluzionario.
«Nei sessant’anni della sua vita libera e intensa, Pia Pera ha esercitato un numero notevole di talenti, sempre tuffandosi senza risparmio nel nuovo esperimento, sempre facendo le cose nell’unica maniera in cui vale la pena di farle: come se fossero le ultime che facciamo», ha scritto Emanuele Trevi nella prefazione del suo Il diario di Lo.
