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Nessuno è profeta in Ticino

Renato Martinoni è l'ultimo ospite della nostra «serie» sulla Svizzera italiana vista da fuori - Un posto «moderno e aperto in apparenza, ma con un cuore ancora reazionario» secondo il professore
©Carlo Reguzzi
Giò Rezzonico
24.05.2026 22:00

Eccoci giunti al quarto e ultimo incontro con personalità ticinesi che hanno costruito il loro successo nella vita professionale oltre i confini del Cantone. Chiedo pertanto anche al nostro ospite odierno Renato Martinoni come giudica il Ticino di oggi. Prima di entrare nel merito ricordo che il professor Martinoni, dopo gli studi liceali al collegio Papio di Ascona, ha conseguito la laurea all’Università di Zurigo e il dottorato a Genova e a Pisa. Nel 1978, alla giovane età di 26 anni, insegnava già letteratura a Zurigo, dapprima al Politecnico, in seguito all’università, per poi ottenere, a partire dal 1992, la cattedra a San Gallo. È stato inoltre più volte visiting professor alle università di Venezia e del Piemonte Orientale. Nonostante questa lunga carriera universitaria, aver partecipato a importanti istituzioni culturali nazionali e internazionali ed aver pubblicato libri e romanzi soprattutto in Italia, cosa rara per un ticinese, Renato Martinoni non ha mai ricevuto prestigiosi incarichi in Ticino.

Nessuno è profeta in patria? gli chiediamo. «Penso semplicemente che nel nostro Cantone ti devi profilare per essere riconoscibile, per avere un’etichetta». Gli uomini liberi e indipendenti non sono apprezzati? «Qui è meglio essere un comunista, per chi è di destra, piuttosto che rifiutarsi di avere una connotazione partitica». Quindi il suo è un giudizio severo verso il Ticino. «È un paese che fatica molto a cambiare perché in apparenza sembra moderno e aperto, ma sotto sotto (anche quando si presenta nelle vesti apparentemente nuove di nuovi movimenti politici) conserva un carattere molto conservatore, per non dire reazionario, nella difesa di vecchie visioni e antichi privilegi. Questo per pigrizia, incapacità di capire il nuovo e opportunismo». Anche per la paura di cambiare. «Sì, per il timore che le cose potrebbero anche andare peggio. Per cui teniamoci stretto quello che abbiamo. A questo proposito sto lavorando da tempo a una pubblicazione sul carattere dei ticinesi».

Nella quale analizzerà quindi anche le origini storiche della nostra identità? «È interessante notare come la storiografia locale si concentri soprattutto sul Medioevo, sul prestigio dei maestri Comacini e sull’Ottocento, cioè sulle epoche in apparenza più gloriose della nostra storia, mentre sembra ignorare le testimonianze degli ecclesiastici e dei grandi viaggiatori, che hanno descritto un Ticino litigioso nel periodo dei baliaggi». E oggi? «Si assiste a un paradosso: da un lato la gente si sta allontanando dai partiti, specie quelli più estremi, immagino perché non crede più alle false promesse e alle parolacce, dall’altro però non si vede la volontà di impegnarsi a cambiare per davvero». Ma dalla politica, cosa si aspetta? «Preparazione, idee chiare e coraggio. Abbiamo bisogno di politici preparati e coraggiosi in grado di dialogare tra loro».

Come uomo di lettere immagino che si senta molto vicino all’Italia. Come vive le recenti virulente polemiche nei confronti della Svizzera? «Il discorso sarebbe lungo, ma diciamo che sono preoccupato per le provocazioni di un vicino che in questo momento non sta brillando per finezza democratica». Parla dell’Italia politica? «Sì, che sta vivendo un cambiamento molto problematico. Certi pregiudizi espressi ultimamente in modo superficiale nei confronti della Svizzera non possono che imbarazzare l’uomo di cultura che ama l’Italia». Soprattutto se gli è stato riconosciuto il titolo di Cavaliere dell’Ordine al Merito della Repubblica.

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