Odissea magrebina

Aveva ragione Giulietto Chiesa: la terza guerra mondiale sarà (o è già) una guerra mondiale a pezzi. Basti pensare alle pericolose triangolazioni che stanno investendo la costa nord-occidentaledell’Africa.
Almeno quattro paesi - o entità territoriali - sono infatti implicati in questa travagliata porzione di terra. Il Marocco e l’Algeria, la cui rivalità ha fatto da sfondo alla crisi di Ceuta. La Spagna, terzo incomodo e potenza in ritirata, da ultimo ricattabile meta migratoria. E il Sahara Occidentale appunto: terra contesa dal più recente colonialismo, che non è solo occidentale - come siamo inclini a credere ma anche interno ai paesi arabi.
A farne le spese più di tutti, e prima ancora dei migranti marocchini nell’enclave spagnola, è il popolo sahrawi: costretto da sessant’anni a un’Odissea senza fine e di recente ad assistere al ribaltamento del proprio dramma, per assurdo. Il kolossal di Christopher Nolan è stato girato in parte con il supporto del Marocco proprio nelle terre da cui i berberi occidentali sono stati esiliati con la forza.
Il muro nel deserto
L’ex colonia spagnola comprende tre delle dodici regioni del Marocco ed è stato esposto a contese decennali che non solo hanno visto coinvolti il Marocco, l’Algeria e la Spagna, ma anche la Mauritania. Nel 2020 Donald Trump ha riconosciuto la sovranità del Marocco sul Sahara Occidentale, non tanto per siglare un accordo di pacifica convivenza tra le due entità, bensì per favorire un rapporto di normalizzazione tra Israele e Marocco, che come sappiamo fu tra i firmatari degli Accordi di Abramo.
Dunque il Sahara Occidentale, che trova nell’eroica resistenza del Fronte Polisario la sua unica difesa dalle mire coloniali marocchine (e indirettamente statunitensi), rappresenta di fatto la vittima sacrificale dei disegni strategici d’occupazione di almeno quattro Stati. Confinato dietro il cosiddetto «muro di sabbia» (Berm) eretto lungo 2700 chilometri dal governo marocchino, subisce una delle condizioni di segregazione più impietose che si possano osservare all’interno del continente africano.
Resort di lusso, per il kitesurf e l’ecoturismo, stanno infatti sorgendo un po’ ovunque nell’area, sempre sotto il controllo delle autorità marocchine e a diretto beneficio dei miliardari occidentali (non certo del popolo sahrawi). E laddove importanti attori e registi spagnoli (da Bardem a Almodovar) cercano di sensibilizzare l’opinione internazionale, la speculazione edilizia procede a testa bassa in totale spregio delle rivendicazioni del Fronte Polisario. Al punto che - come Trump e Netanyahu avevano paventato per Gaza - sulle macerie di questa terra dimenticata si stanno progettando strutture di svago tra le più avveniristiche del globo.
Lo «sbarco» di Nolan
Ma appunto al dato speculativo si aggiunge quello culturale. Proprio nel Sahara Occidentale sono state girate, durante diversi giorni, le riprese di alcune delle scene di guerra del film Odissea di Nolan. Si dirà: niente di strano, ogni regista sceglie gli scenari che gli sono più congeniali. Ma il problema è che Nolan non solo ha assoldato attori stranieri e non sahrawi, ma ha di fatto servito su un piatto d’argento al Marocco la legittimazione e il diritto a disporre di un territorio già umiliato. L’amara ironia della situazione è inoltre nel fatto che le scene girate da Nolan nella località di Dakhla, una delle regioni del Sahara Occidentale, richiamano il drammatico esilio di Ulisse, quando lo stesso popolo sahrawi patisce la condizione dell’esilio più di ogni altro sulla terra.
Ampiamente finanziato dal Marocco, il film di Nolan ci racconta dunque di un doppio standard. Laddove si professa la libertà artistica di raccontare le traversie dell’esule Ulisse, non si tiene in nessun modo conto delle condizioni disperate in cui versa chi l’esilio lo patisce sulla propria pelle nel presente e sotto gli occhi di tutti. A riprova che il pur straordinario film di Nolan paga della retorica che accompagna gran parte della produzione cinematografica contemporanea: si celebrano i valori dell’eroismo «astratto» e «antico», «mitologico » e «letterario» di Ulisse, ma si soprassiede, con disinvolto cinismo, sulla condizione di ostracismo e delegittimazione politica del popolo sahrawi.
La giustizia può aspettare
«Da cinquant’anni il Marocco occupa il Sahara Occidentale, cacciando il popolo sahrawi dalle sue città - ha dichiarato Bardem -. Dakhla è una di queste, trasformata dagli occupanti marocchini in una destinazione turistica e ora in un set cinematografico, sempre con l’obiettivo di cancellare la sua identità sahrawi ». Parole inequivocabili, che gli interessi commerciali, politici ed economici relegano però tra le chimere della giustizia per tutti.
Il risultato di questa logica di opportunismo politico e monetario - oltreché culturale - è che oltre 170mila sahrawi vivono, da mezzo secolo a questa parte, in campi profughi algerini, mentre il rimanente 60% della popolazione è costretto dentro un’enclave subordinata alle politiche illiberali marocchine, in cui gli scontri armati sono all’ordine del giorno e la miseria la fa da padrona su tutto il giro dell’orizzonte.
Difficile immaginare che un mondo fondato sul suprematismo e il leggendario disprezzo «trumpiano» delle regole possa garantire al popolo sahrawi il futuro che gli dovrebbe spettare.
