L'intervista

«Oggi come nel Medioevo, la pace è sempre più sfuggente»

Lo storico Ermanno Orlando, in un saggio terribilmente attuale, segue le tracce di un concetto di cui si sente un disperato bisogno
Un affresco ritrae la battaglia di Crecy, durante la guerra dei cent'anni
08.03.2026 18:00

L’appello disperato di Francesco Petrarca alla sua terra straziata da guerre e divisioni, «Pace, pace, pace!», in questi giorni suona quanto mai attuale, visto ciò che sta accadendo in Medio Oriente. Ma «Pace, pace, pace!» è anche il titolo di un saggio (Il Mulino, 256 pagine) di Ermanno Orlando, storico medievista autore di numerosi importanti pubblicazioni e professore associato all’Università di Siena. E pur se l’argomento del libro è riferito a «Donne e uomini contro la guerra nel Medioevo», l’indiziato sottotraccia è il nostro tempo perché dice, «quel bisogno incontenibile e quasi rabbioso di pace del Medioevo è lo stesso che tormenta ancora oggi il nostro presente».

Professore il suo libro sul senso della pace, nonostante le speranze secolari, visto quanto sta succedendo, rischia di rimanere per sempre una grande utopia. Non crede?
«Parrebbe proprio di sì. Ed è stato il motivo che mi ha portato a pensare e poi scrivere questo libro sulla pace nel Medioevo che è stato un periodo tormentato forse come pochi altri da guerre continue e da scontri violenti tra civiltà, culture e religioni. Per questo, si è scritto molto sulla guerra, non altrettanto sulla pace. La stessa civiltà medievale, quando raccontava sé stessa, si raccontava per lo più attraverso la guerra. Non c’era spazio nella narrazione per la pace, intesa come assenza, come un non fatto senza alcuna rilevanza storiografica: quasi che la pace non potesse essere raccontata e non avesse una propria storia».

Il libro intende colmare questa lacuna?
«Sì, proponendo una storia della pace e dei movimenti di pace che hanno segnato l’età di mezzo, tra il X e il XV secolo. Quello che ho voluto fare è stato, in particolare, delineare una storia umana della pace, che raccontasse le donne e gli uomini di pace del pieno e basso Medioevo. Pace, infatti, vuol dire prima di tutto, allora come oggi, persone, sia singole che collettive. Sono queste persone, spesso controcorrente e rivoluzionarie, ma altrettanto spesso inascoltate e perdenti, le vere protagoniste del libro».

La pace ha sempre avuto vita precaria in ogni epoca: questa instabilità dipende dalle bramosie umane che in ogni tempo si sono espresse al peggio delle loro possibilità?
«Bramosie, rivendicazioni territoriali, scontri ideologici, contrapposizioni religiose… e l’elenco potrebbe essere ancora molto lungo, allora come oggi. Ciò che mi preme sottolineare, tuttavia, è che anche nel Medioevo ci fu chi tentò di opporsi alle logiche imperversanti della guerra e della violenza. Nel libro, infatti, mi occupo di quanti, tra X e XV secolo, cercarono delle alternative di pace a sistemi di potere e a pratiche di relazione pervicacemente fondati sulla forza e sullo scontro. Le stesse crociate provocarono, anche se all’inizio molto timidamente, dei sussulti di contestazione, nella convinzione che la predicazione pacifica fosse l’unica risorsa legittima per convertire gli infedeli».

Cosa sostenevano questi contestatori?
«Sostenevano che Dio non potesse volere guerre così cruenti per la conversione degli infedeli. Se veramente Dio lo voleva, perché allora così tanti insuccessi? Come poteva essere quella la volontà divina se ogni spedizione crociata provocava solo fallimenti, morti e disgrazie? Da allora la voce degli oblocutores (gli obiettori) che si opponevano alla crociata si fece sempre più insistente, ritenendola inefficace, improduttiva, sproporzionata, insostenibile sia in termini economici che di perdita di vite umane, ma soprattutto contraria al vero spirito evangelico di carità, misericordia e pace universale».

Dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, sembrava che in Europa la pace dilagasse, ma i conflitti si ripropongono ovunque sempre più minacciosi: la natura dell’uomo è soprattutto guerriera e aggressiva, portata al dominio?
«È proprio di questi giorni l’ennesima provocazione di Donald Trump, che in sostanza sostiene che Might Makes Right, ossia la forza fa il diritto. Gli ultimi mesi sono stati, in questo senso, una pericolosa deriva bellicistica, che ha via via messo in discussione quelli che fino ad ora erano stati i pilastri della pace: il diritto internazionale, la diplomazia, le organizzazioni sovranazionali, le corti di garanzia… Certo, la pace, oggi come nel Medioevo, non è mai definitiva, ma mutabile ed effimera: si fa, evolve, implode, si rifà. Di fatto, non è quasi mai una condizione, ma piuttosto una prospettiva. Tuttavia, di fronte a questa escalation la pace rischia di non essere nemmeno più una prospettiva, ma una vera e propria utopia».

Professore, lei scrive che il Medioevo Occidentale, benché spesso votato alla guerra, era capace di slanci e riflessioni sulla pace e di spinte pacifiste. E ricorda san Francesco d’Assisi santo pacifista, di cui nel 2026 si celebra l’ottavo centenario della morte (3 ottobre 1226). Perché lo definisce un personaggio scomodo, inedito, per molti versi destabilizzante, anche se ha sempre affascinato tutti con il suo messaggio di fraternità?
«Francesco è per antonomasia l’apostolo della pace del Medioevo, celebrato da tutti come santo pacifista. In tal senso Francesco è esplosivo, rivoluzionario e anticipatore, ma anche scomodo ed eccessivo. Visse, infatti, l’apostolato della pace in maniera così estrema, integrale e totalizzante, quando non addirittura innovativa e visionaria, da divenire spesso motivo di scandalo e provocazione. Giusto per tale motivo il santo di Assisi è stato assurto sin dal secolo scorso a emblema del dialogo ecumenico e descritto come pacifista militante e indomabile. Il Novecento, squarciato da due drammatiche guerre mondiali, ne ha fatto il simbolo indiscusso della pace tra i popoli. Nel contesto feroce e sanguinoso della decolonizzazione del Medio Oriente e dell’Africa settentrionale eÌ diventato il precursore del pacifismo europeo, il pioniere dei movimenti nonviolenti e il paladino dell’ecumenismo».

Un reale apostolo della pace, quindi?
«L’empatia della chiesa più recente per il santo - da papa Giovanni Paolo II a papa Francesco - lo ha trasformato in apostolo della pace e del dialogo interreligioso. L’attenzione ecologista e l’etica ambientalista degli ultimi decenni l’hanno, infine, elevato a campione della pace fra l’uomo e il creato. Il risultato e stato un santo ogni volta forgiato e modellato a misura del presente, figlio del proprio tempo, pregno delle idee, delle opinioni, delle percezioni, delle emozioni e finanche delle contraddizioni dell’epoca in cui visse. Anche per questo Francesco rimane un personaggio scomodo e destabilizzante: perché, nel suo caso, il rischio è quello di sacrificare l’uomo - un uomo del Medioevo - alla forza prorompente ma anche distorcente del mito».

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