Focus economia

Oro, una domanda resiliente

Tenuta di parti di finanza e industria nel complicato primo trimestre 2026
©Gabriele Putzu
Lino Terlizzi
11.05.2026 09:00

I dati più recenti del World Gold Council (WCG) forniscono il quadro dell’andamento della domanda di oro nel primo trimestre di quest’anno. Si è trattato, tra gennaio e marzo, di 1.230,9 tonnellate, il 2% in più rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. Una crescita moderata in termini di quantità, ma marcata in termini di valore, perché nel frattempo è ulteriormente salita la quotazione media del metallo giallo; così, la domanda nei primi tre mesi 2026 ha toccato i 193 miliardi di dollari USA, ben il 74% in più in rapporto al primo trimestre del 2025. È interessante vedere come si è arrivati alla domanda quantificata a fine marzo 2026 e quali sono le voci che compongono la domanda stessa.

Le diverse voci

Nel primo trimestre 2025 si era a 1.205 tonnellate, nel secondo trimestre dello stesso anno si era a 1.271,3, nel terzo trimestre l’aumento a 1.357,3 e nel quarto trimestre la cifra di 1.310,2. Le 1.230,9 tonnellate del primo trimestre non sono quindi il picco nell’anno considerato, ma rappresentano comunque un incremento, seppur contenuto, rispetto a dodici mesi prima. Per quel che riguarda il prezzo medio del lingotto nei vari trimestri del periodo, questo è stato l’andamento: 2.859,6 dollari per oncia nel primo trimestre 2.025, 3.280,4 nel secondo trimestre, 3.456,5 nel terzo, 4.135,2 nel quarto, 4.872,9 dollari nel primo trimestre 2026. Guardando alle quattro maxi voci in cui divide la domanda il WCG, che raggruppa le principali imprese aurifere, si può vedere come nel primo trimestre di quest’anno il primo posto sia della voce Investimento, con 535,6 tonnellate. Il secondo posto è della voce Produzione di gioielli con 335 tonnellate, il terzo della voce Banche centrali e altre istituzioni con 243,7 tonnellate, il quarto della voce Tecnologie con 81,6 tonnellate. Accanto a queste voci c’è poi il capitolo Over The Counter (OTC), cioè gli acquisti effettuati fuori dai mercati regolamentati (acquisti legittimi ma con un alto rischio di controparte), che sono stati di 35,1 tonnellate, importanti per il saldo positivo.

Uno sguardo alle sottovoci consente di vedere come nell’Investimento il capitolo di gran lunga più consistente sia quello delle barre di metallo giallo, mentre ETF (fondi che replicano l’andamento del prezzo dell’oro) e simili, monete e medaglie seguono a distanza. Il forte incremento della domanda di barre è proprio uno degli elementi caratterizzanti sia del quarto trimestre 2025 sia del primo trimestre 2026. Dentro la voce tecnologie, il capitolo maggiore e in graduale aumento è quello dell’elettronica, nel quale si sta facendo strada pure il versante dell’Intelligenza Artificiale, che sta per la sua parte incrementando i consumi di oro e di altre materie prime.

L’importanza delle riserve

Un discorso particolare merita in questo momento il capitolo delle banche centrali. Queste hanno riserve in oro che in alcune fasi tendono ad allargare, per avere a disposizione maggiori risorse nel caso di turbolenze economiche e finanziarie, e in altre fasi tendono ad alleggerire, per ricavarne liquidità da impiegare. Negli ultimi anni protagoniste sono state soprattutto banche centrali di Paesi emergenti, che hanno acquistato oro per rafforzarsi e anche per ridurre nelle loro riserve la quota in dollari USA, con un intento di dedollarizzazione basato su valutazioni sia economiche sia politiche. Ai molti acquisti degli anni scorsi si sono affiancate più recentemente vendite di oro da parte di alcuni Paesi emergenti. Ma altri Paesi hanno continuato ad acquistare, tanto che nel primo trimestre 2026 nella voce Banche centrali c’è stato un aumento della domanda rispetto a un anno prima. Russia e Turchia sono ad esempio tra i Paesi che più hanno venduto, mentre la Polonia è tra i Paesi che più hanno acquistato.

Le banche centrali, insieme alle barre, all’industria tech e all’OTC, sono state quindi decisive per il +2% su base annua. Da sempre finanza e industria sono le due facce della domanda di oro. Sul versante finanziario ci sono le banche centrali ma a ci sono naturalmente anche gli investitori, privati o istituzionali, pure interessati all’oro, spesso identificato come bene rifugio. Le tensioni geopolitiche, i conflitti bellici, le incertezze economiche in questi anni hanno spinto molti investitori verso l’oro, che ha visto aumentare parecchio il suo prezzo. Da fine febbraio 2026, con l’inizio della guerra di USA e Israele contro l’Iran, ci sono state anche vendite di oro da parte di diversi investitori che volevano realizzare i guadagni e aumentare prudenzialmente la liquidità. Il lingotto così è sceso dai picchi delle prime settimane dell’anno. C’è stato poi peraltro un parziale recupero. Il prezzo del metallo giallo, pur non essendo più ai massimi, è rimasto comunque a livelli alti.

Quella classifica dei forzieri guidata da USA e Germania

Le banche centrali rappresentano un versante importante nel mondo dell’oro. Si chiamano anche istituti di emissione, oltreché centrali, perché emettono moneta e cercano poi di ottenere e mantenere una stabilità dei prezzi, obiettivo questo che può essere più o meno difficile da raggiungere a seconda dei Paesi o delle aree. L’efficacia e la credibilità delle banche centrali si basano anche sulle risorse di cui questi istituti possono disporre e questo spiega perché essi abbiano in genere ampie riserve, ciascunoal proprio livello. E le riserve sono per la gran parte costituite da valute e appunto da metallo giallo. Ovviamente tanto più è importante l’economia di un Paese o di un’area, tanto più la sua banca centrale ha riserve ingenti. Secondo i dati più recenti del World Gold Council (WCG), che raggruppa le principali imprese aurifere, le riservein oro sono a livello mondiale pari a 36.535,4 tonnellate. Guardando ai singoli Paesi, nella classifica globale il primo posto è degli Stati Uniti, che hanno 8.133 tonnellate; secondo posto per la Germania con 3.350 e terzo posto per l’Italia con 2.451. USA, Germania e Italia sono quindi sul podio. Il quarto posto è della Francia con 2.437, il quinto della Russia con 2.326, il sesto della Cina con 2.306, il settimo della Svizzera (con la Banca nazionale) a 1.039. Nonostante le vendite di oro in anni passati, la Confederazione mantiene una posizione di rilievo, ancor più se si considerano le dimensioni non grandi del Paese. L’ottavo posto è dell’India con 880 tonnellate, il nono è del Giappone con 845, il decimo è della Turchia con 613. Fuori dalla top ten si possono ricordare tra gli altri i Paesi Bassi undicesimi con 612 tonnellate, la Polonia dodicesima con 580, il Regno Unito «solo» diciottesimo con 310, la Spagna ventesima con 281, l’Austria ventunesima con 280. Volendo guardare alle tendenze di fondo, si può dire che i maggiori Paesi sviluppati mantengono una forte presenza nella parte alta della classifica, ma che sono ormai affiancati anche da alcuni dei principali Paesi emergenti. All’interno dell’area degli emergenti, peraltro, recentemente si sono viste molte operazioni sia di entrata sia di uscita dall’oro. Alcuni Paesi hanno venduto per realizzare guadagni e per poter avere più liquidità, altri hanno invece continuato acquistare oro, anche per ridurre la quota di dollari USA nelle loro riserve. Il Fondo monetario internazionale (FMI), pur non essendo una banca centrale, dispone di riserve in oro, pari per il WCG a 2.814 tonnellate. Se entrasse nella classifica delle banche centrali nazionali, ma ciò non è possibile visto appunto il suo diverso ruolo, l’FMI sarebbe quindi al terzo posto, alle spalle di Stati Uniti e Germania e davanti all’Italia. C’è poi il discorso della Banca centrale europea (BCE), che è l’istituto di emissione dell’Eurozona e che dispone di sue riserve in oro, secondo il WCG quantificabili in 508 tonnellate, cifra che la porrebbe al tredicesimo posto nella classifica; usiamo il condizionale, perché la graduatoria è per singoli Paesi e la BCE non è quindi inserita. La BCE ha concentrato gran parte dei poteri in tema di politica monetaria come banca centrale dell’Eurozona, ma le banche centrali nazionali dell’area ci sono ancora e mantengono una seppur limitata parte dei poteri. Se si dovesse però calcolare il peso complessivo di tutte le riserve auree dell’Eurozona, dunque non per Paesi ma per area, ebbene questa avrebbe secondo i dati del WCG qualcosa come 10.808 tonnellate, una enorme massa di lingotti, che la porrebbe di gran lunga al primo posto nella graduatoria mondiale dei detentori di metallo giallo.