Ossanna Cavadini, una vita spesa per l'arte

Marcello Dudovich, Gillo Dorfles, Dario Fo, Serge Brignoni, Max Bill, Daniel Spoerri, Fortunato Depero e Gilbert Clavel, Enzo Cucchi, Oliviero Toscani, Giuliano Vangi, Mario Comensoli, Samuele Gabai, Petra Weiss… All’entrata del m.a.x. museo di Chiasso oltre settanta cataloghi sono disposti uno accanto all’altro. Nicoletta Ossanna Cavadini li percorre con lo sguardo con cui si sfoglia un album di famiglia. Sono i suoi sedici anni di direzione messi in fila, un lungo capitolo che si chiuderà il prossimo maggio 2027, con la pensione. Dietro ogni copertina c’è una storia: un archivio aperto per la prima volta, un artista con le sue specificità e originalità con cui costruire una mostra. Collaborare con grandi personalità artistiche non è sempre facile, e di aneddoti la direttrice ne ha parecchi.
Tenere la rotta
Le chiediamo quale sia la sfida più difficile per chi ricopre un ruolo come il suo. «Scegliere una linea culturale e mantenerla - risponde senza esitazioni - una linea collegata alla missione del museo, capace di affascinare pubblici diversi e di dialogare con il territorio producendo cultura. Soltanto così un museo resta vivo nel tempo. Fin da subito nel 2010 ho dovuto affrontare una sfida importante: ottenere il riconoscimento ICOM a Parigi». Un riconoscimento prestigioso che ha fatto decollare il museo della cittadina di confine. Più in generale, secondo la direttrice uscente «ogni mostra dovrebbe lasciare la sua traccia, un lascito culturale. E quando ci riesce, c’è da esserne felici. È questo il compito di un direttore». A volte però il lavoro richiede di muoversi soprattutto dietro le quinte. Come nel 2015, quando il m.a.x. museo progettava una mostra su Daniel Spoerri. Prima di dirle sì, l’eclettico artista svizzero, venuto a Chiasso in perlustrazione, le fece una richiesta insolita: «Dopo pranzo voglio salire sul tetto, perché è lassù che intendo collocare una delle mie opere». Il tetto non era accessibile, ma la posta in gioco era troppo alta per dirgli di no. Così, la direttrice si mise al telefono. Due ore dopo un elevatore era davanti al museo, pronto a sollevare il Maestro sul tetto insieme a Nicoletta Ossanna Cavadini e al suo staff. «Una volta lassù gli chiesi dove volesse collocare l’opera. E lui rispose: La mia mostra è difficile da organizzare, questo era solo un test per mettere alla prova le sue capacità logistiche». L’accordo fu subito firmato. «La mostra fu un grande successo e portò il nostro nome fino all’Esposizione Universale di Milano, dove Spoerri realizzò un’opera in esclusiva per il Padiglione svizzero ».
L’emozione di Toscani
Nel 2017 il m.a.x. museo allestì la prima antologica in Svizzera dedicata a Oliviero Toscani. Era noto che il fotografo italiano non amasse le esposizioni convenzionali, ma quando chiese di svuotare completamente il museo colse la direzione di sorpresa. «Portammo fuori tutto. Quando lui arrivò, capimmo: sulle pareti vuote voleva proiettare l’intera sua carriera, più di ventimila immagini in loop, con le celebri campagne sociali e politiche che hanno cambiato il paradigma della comunicazione stessa».
Una proposta di forte impatto emotivo, che conquistò subito Nicoletta Ossanna Cavadini. Ma lei voleva aggiungere qualcosa. Sapeva che Toscani si sentiva riconoscente verso la Svizzera: aveva studiato alla Kunstgewerbeschule di Zurigo e nei loro primi incontri le aveva confidato di essere grato per una formazione che gli aveva aperto la mente ed elevato il pensiero. Così la direttrice prese contatti con l’Archivio della scuola, perché voleva aprire la mostra con gli esordi del fotografo. Emersero cinquanta fotografie inedite, scattate tra il 1961 e il 1965. «Quando rivide quei lavori, che quasi non ricordava più, Toscani si emozionò».
Ticino, incubatore di relazioni
Forte di una solida formazione accademica, Nicoletta Ossanna Cavadini ha sempre realizzato i cataloghi con la curiosità e il rigore scientifico della ricercatrice, e con un occhio di riguardo per il nostro Cantone. Così è stato anche per la mostra dedicata a Max Bill, conclusasi questa estate, a cui teneva particolarmente. Per l’artista svizzero, architetto, pittore, scultore, designer e grafico, il Ticino era stato un luogo importante. L’artista zurighese soggiornava spesso a Comologno, ospite di Wladimir Rosenbaum e della moglie Aline Valangin nel loro palazzo «La Barca». Negli anni Trenta, grazie alla coppia di mecenati, quel paesino in fondo alla Valle Onsernone divenne un celebre crocevia culturale, rifugio di artisti e intellettuali antifascisti. Di quel legame resta una traccia preziosa nell’Archivio Prezzolini della Biblioteca cantonale di Lugano, dove sono conservate una ventina di lettere che Bill scrisse ad Aline Valangin. Un rapporto epistolare che continuò fino agli anni Cinquanta, anche dopo la separazione di Aline da Rosenbaum. «Quando le lessi, mi emozionai moltissimo! È grazie al rapporto epistolare Bill-Valangin presente anche a Zurigo, che ho potuto ricostruire, per il catalogo, i temi che Bill iniziava a sperimentare nell’ambito della sua teoria della forma, dell’armonia e della grammatica della bellezza in senso astratto. È una storia che conferma come in passato il Ticino fosse un incubatore di relazioni tra artisti e intellettuali».
Pensare senza algoritmi
In una società sempre più digitalizzata, per Nicoletta Ossanna Cavadini i musei contano più che mai. «Eppure, la politica continua a sottovalutare la loro potenzialità. Se perdiamo la capacità di pensare e di creare liberamente connessioni, senza algoritmi, la nostra capacità creativa si spegne». Per questo, insiste, bisogna avvicinare le nuove generazioni ai luoghi della creatività fin dall’infanzia. «Purtroppo però ultimamente vedo meno classi di bambini in visita al museo. E ciò mi dispiace ».
Cosa pensa delle cosiddette “mostre immersive”, proposte sempre più spesso per attirare i giovani? Nicoletta Ossanna Cavadini non ritiene che le si possano mettere sullo stesso piano delle mostre che presentano opere d’arte. Nessuna contraddizione con Toscani: lì le immagini proiettate erano l’opera. A non convincerla sono gli spazi dove l’opera d’arte non c’è ed è sostituita da riproduzioni proiettate fuori scala su grandi superfici. «Sono solo momenti esperienziali. Ma non chiamiamole esposizioni!». A fine aprile 2027 lascerà la direzione. E dopo? «Farò collaborazioni, viaggerò e finalmente andrò a vedere le mostre che ora non riesco a vedere per mancanza di tempo. La pensione è solo una fase della vita».
