Economia

Per i BRICS la rotta è complicata

Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica sono alle prese con tensioni e divisioni - Non solo politiche, ma anche sul piano economico
(Keystone)
Lino Terlizzi
17.01.2026 18:55

Il cammino del gruppo BRICS si sta facendo più difficile. Di fronte all’aumento delle tensioni geopolitiche e delle incertezze economiche, il gruppo sconta le sue divisioni e rallenta visibilmente il passo. La sigla originaria, BRIC, indicava Brasile, Russia, India, Cina. In seguito la compagine è diventata BRICS, inglobando il Sudafrica. Più avanti il gruppo è passato da cinque a dieci membri, con l’aggiunta di Egitto, Emirati Arabi Uniti, Etiopia, Indonesia, Iran. L’Arabia Saudita sembrava destinata a entrare, ma si è poi posta in posizione di attesa. Sono molti i Paesi che già collaborano con i BRICS o che si sono candidati all’entrata. Tra questi ultimi il Venezuela, oggetto della recente operazione militare USA.

Il quadro mondiale

Proprio la vicenda del Venezuela ha posto in evidenza ciò che già più volte si era intravisto, cioè la difficoltà dei BRICS ad agire come un gruppo compatto nei momenti cruciali. L’operazione militare USA, con l’arresto del presidente venezuelano Maduro, è stata condannata da singoli Paesi - Cina, Russia e Brasile in primo piano - ma la compagine BRICS stenta a scendere in campo nel suo insieme. D’altronde Cina e Russia, pur condannando gli USA per l’azione contro Maduro, sono impegnate anch’esse, in vario modo, sul versante militare. La Cina ha sempre l’obiettivo Taiwan e la Russia è in guerra in Ucraina. Grandi Paesi come Brasile e India, ad esempio, hanno linee politiche diverse da quelle di Cina e Russia, sul piano interno come su quello internazionale.

Anche sul piano economico, d’altronde, gli interessi dei membri BRICS spesso non sono convergenti. Cina e Russia tendono a contrapporsi anche economicamente all’Occidente, in ciò spinte ora dai dazi e dal protezionismo degli USA di Trump. L’Iran, percorso nuovamente da grandi proteste, è stato sin qui anti Occidente, vedremo in futuro. Altri Paesi come appunto Brasile e India e poi Sudafrica, Egitto, Emirati Arabi, Etiopia, Indonesia sono certo interessati ad ampliare la loro autonomia - in economia e in politica - senza però contrapporsi radicalmente all’Occidente, che è fatto di Nord America, ma anche di Europa e di Paesi che in altri continenti seguono valori di fondo analoghi a quelli occidentali.

Seguendo le stime del Fondo monetario internazionale (FMI), messi tutti insieme i dieci attuali membri del BRICS fanno quasi il 30% del Prodotto interno lordo (PIL) mondiale del 2025, nominale e in dollari USA. È una bella quota, senza dubbio, ma occorre ricordare due cose importanti. La prima è che i Paesi del G7 (USA, Germania, Giappone, Regno Unito, Francia, Italia, Canada) dal canto loro tutti insieme fanno circa il 45% del PIL mondiale. Delle dieci maggiori economie nel mondo, solo tre sono BRICS (Cina, India, Russia). È vero che c’è un altro modo di calcolare il PIL globale, con la parità di potere d’acquisto; in questo modo la quota BRICS sale e quella del G7 scende, tuttavia la sostanza non cambia, nel senso che i BRICS anche in questa versione fanno meno della metà del PIL mondiale e che l’insieme dei Paesi più sviluppati (G7 e altri) hanno comunque una quota superiore.

Gli obiettivi economici

La seconda cosa importante è che come detto anche gli obiettivi economici dei vari membri del BRICS non sono sempre coincidenti. Facciamo esempi. Dopo l’invasione dell’Ucraina e le conseguenti sanzioni economiche a suo carico, la Russia si è molto appoggiata alla Cina, ma l’interesse di Pechino è continuare a pagare poco le materie prime russe, mentre l’interesse di Mosca è ottenere le risorse di cui ha un gran bisogno, senza lasciarsi schiacciare per sempre su prezzi bassi. L’India e la Cina, d’altro canto, oltre a dover fare i conti con un’antica rivalità politica, sono per molti aspetti concorrenti economici sia nell’area asiatica sia nelle relazioni con l’Occidente.

In campo petrolifero, l’interesse di un produttore come la Russia è appunto non subire altre riduzioni del prezzo del greggio. Ma l’eventuale immissione sul mercato di un maggior numero di barili da parte del Venezuela (candidato BRICS) e dell’Iran (membro BRICS), in collegamento anche con gli sviluppi politici nei due Paesi, non favorirebbe un aumento del prezzo del petrolio, considerando che la domanda globale in questa fase non è tale da superare l’offerta. È possibile che proprio gli interessi divergenti di un grande esportatore di petrolio come l’Arabia Saudita abbiano contribuito alla sospensione della sua adesione al BRICS. Per il Venezuela e per l’Iran poter esportare più petrolio in futuro sarebbe importante, ma per Arabia Saudita e Russia (pur nelle loro differenze) è invece rilevante il governo dell’offerta, anche in funzione del sostegno al prezzo. Su questo come su altri versanti le divisioni nella compagine dei BRICS non mancano.

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