Perché in Ticino siamo tutti imparentati

Una notte insonne. Invece di contare le pecore ho cominciato a risalire la corrente familiare: io, due genitori, quattro nonni, otto bisnonni. Il calcolo si è moltiplicato in modo ordinato, esponenziale, quasi rassicurante, generazione dopo generazione, anno dopo anno, secoli. Poi, però, il conteggio si interrompe. A chi si arriva? Adamo ed Eva? Viene prima l’uomo o la cicogna? Giochi mentali a parte, risalendo la corrente, a chi si arriva?
Per risolvere l’enigma siamo entrati in contatto con l’Archivio di Stato del Cantone Ticino e il suo collaboratore scientifico, Stefano Anelli.
«È una materia che, a mia conoscenza, nessuno ha veramente abbordato in Ticino», esordisce Anelli. «Riprendendo il suo “giochino notturno” - due genitori, quattro nonni, otto bisnonni - andando indietro di dieci generazioni, ci sarebbero ben 1.024 individui. Se si proseguisse il calcolo anche solo fino all’anno 1000, il numero di antenati arriverebbe a 33.554.432 alla 25esima generazione: un numero da capogiro». Considerando che la popolazione europea dell’epoca si aggirava tra i 35 e i 40 milioni, contro i 90.000 abitanti del primo censimento ticinese, nel 1808, un quarto di oggi, questi numeri portano Anelli a una sola conclusione: «un modello di antenati univoci sarebbe insostenibile: ci sono stati per forza incroci e alleanze che hanno generato antenati comuni. Non credo che ci sia stato un momento preciso in cui questo abbia iniziato a succedere, o un momento “chiave”; credo piuttosto che si tratti di un processo che è sempre esistito, come dimostrano le nostre piccole comunità di valle».
Il patrizio di Daro e i suoi dieci figli

Chiunque si sia chinato sulla genealogia delle famiglie ticinesi ne ha avuto esperienza diretta: «non è raro che i nostri alberi genealogici patrizi si incrocino più volte nei secoli, soprattutto in località più piccole e discoste», spiega Anelli.
La sua stessa famiglia lo conferma: «i miei nonni paterni avevano un antenato comune, vissuto a cavallo tra Settecento e Ottocento, un patrizio di Daro che aveva avuto una decina di figli, da cui discendevano sia mio nonno che mia nonna».
E non basta: in un altro ramo della stessa famiglia, «il fratello di mio nonno materno ha sposato la sorella di mia nonna materna», un doppio matrimonio che intreccia due genealogie in un unico nodo.
Un esempio diventato oggetto di uno studio più sistematico: «inserendo in un software di genealogia i dati del censimento del 1824 e del Ruolo della Popolazione del 1840-1850 per l’ex comune di Daro, mi sono reso conto che tutte le famiglie patrizie erano collegate tra loro: in un solo albero ho potuto inserire praticamente tutti i loro membri, segno di un continuo e intricato processo di alleanze matrimoniali che ha rafforzato questi legami».
In conclusione: «nel caso dei patrizi di Daro si può dunque affermare che essi sono tutti parenti alla lontana».
Modello generalizzabile? Anelli non forza la mano: «non posso affermare con assoluta certezza che il risultato osservato in questa località sia riscontrabile in qualsiasi altra parrocchia del Ticino», ma la sua esperienza suggerisce che sia «un modello comune, osservabile un po’ dappertutto, soprattutto nelle piccole realtà».
Valli, dispense, doppi matrimoni
Come si formava questa rete? Accanto ai doppi matrimoni, Anelli segnala i casi in cui «un vedovo o una vedova sposa il fratello o la sorella del defunto coniuge, concentrando in un’unica discendenza due discendenze potenziali», e poi c’erano «famiglie che forgiavano alleanze matrimoniali che continuavano per generazioni, unendo quindi continuamente i due casati e creando così antenati comuni».
Dietro queste scelte non c’era solo necessità geografica: motivazioni «prettamente umane; razionali, ma umane: matrimoni per interesse economico, di prestigio, di perpetuazione della dinastia, o anche d’amore». Il risultato, dice Anelli, era «una fitta rete di relazioni interfamiliari che si sviluppa per secoli».
Le comunità erano comunque consapevoli dei rischi legati alla consanguineità: i nostri antenati erano coscienti dell’endogamia e le leggi civili ed ecclesiastiche proibivano le alleanze troppo ravvicinate; per i gradi di parentela più lontani si ricorreva a una dispensa. «Nei registri parrocchiali si trovano spesso nozze celebrate previa dispensa per terzo o quarto grado di consanguineità».
«Nelle piccole realtà delle valli la scelta di un partner non doveva sempre essere facile», osserva Anelli, «ed è anche per questo che le persone andavano a cercare il coniuge in un altro villaggio, rinnovando il pool genetico della località».
Le famiglie di Daro, ad esempio, si univano con persone provenienti dalla Valle Morobbia, da Arbedo, Castione, Monte Carasso, Giubiasco e Bellinzona: spostamenti minimi, ma sufficienti a portare sangue nuovo.
Nel complesso, conclude Anelli, «i registri della popolazione, gli atti dello stato civile, i censimenti e i registri parrocchiali permettono di ricostituire genealogie fino agli inizi del Seicento (ultimo quarto del Cinquecento in alcuni casi eccezionali). Per il periodo precedente esistono solo informazioni frammentarie: contratti matrimoniali, testamenti, atti notarili, insufficienti per ricostituire genealogie complete. Appare comunque chiaro che non ci sia stato un “collasso” degli alberi genealogici, ma semplicemente incroci, unioni e tendenze dettate dalle esigenze dell’essere umano».
L’antenato comune
Un fenomeno osservato ben oltre i confini del Ticino. Nel 1999 il professore di statistica Joseph Chang, di Yale, ha ipotizzato che l’antenato comune più recente di tutti gli europei viventi sia vissuto circa 600 anni fa, tesi successivamente confermata. Il genetista Adam Rutherford ha reso popolare la conclusione più paradossale: chiunque abbia avuto discendenti in Europa fino a oggi è, con elevatissima probabilità, antenato di ogni europeo vivente, Carlo Magno incluso.
Più di recente, uno studio guidato da Aaron Ragsdale su Nature (2023) ha mostrato che la storia evolutiva umana non somiglia a un albero con tronco unico, ma a una vite aggrovigliata: popolazioni mescolate, separate e ritrovate per centinaia di migliaia di anni. Solo l’1-4% delle differenze genetiche attuali risale a quelle antiche separazioni; tutto il resto è frutto di millenni di incroci e mescolanze.
Cosa cerchiamo, davvero, nelle nostre radici
Se i calcoli mostrano che un albero genealogico senza antenati condivisi è matematicamente impossibile, cosa cerchiamo davvero quando andiamo in cerca delle nostre radici?
La ricerca genealogica, sotto questa luce, non è più soltanto lo studio di una linea individuale che si perde nel passato, ma di una comunità intera: risalire la propria storia significa risalire quella di chi ha vissuto nello stesso territorio, nelle stesse valli, attorno alle stesse chiese.
Più che un albero, una rete. O, come si direbbe oggi, un network.
Uno, due, quattro, otto, 16, 32, 64, 128...
Lorena Miele: «Il DNA da solo non dice nulla»
La responsabile del laboratorio di citogenetica di Unilabs Ticino spiega perché il libro del DNA non è un albero genealogico.
Se leggo il mio DNA, posso ricostruire
il mio albero genealogico?
«Leggendo
il libro del DNA non si scopre proprio niente. Per conoscere le parentele
bisogna confrontare il DNA di più persone: da solo, quello di un individuo non
dice nulla. Un bambino eredita metà dei polimorfismi, cioè piccole variazioni
del DNA che, come il colore dei capelli, non sono malattie ma caratteristiche
individuali, dalla mamma e metà dal papà. Per questo si può stabilire una
parentela stretta con una probabilità che sfiora il 99,9%, ma mai una certezza
assoluta: se per assurdo il presunto padre avesse un fratello gemello
omozigote, geneticamente identico, non potremmo mai stabilire di chi sia
davvero figlio il bambino».
E per le parentele più lontane?
«La
percentuale di DNA condiviso si diluisce rapidamente. Due fratelli hanno in
media il 50% di polimorfismi uguali, i fratellastri il 25%, i cugini tra il 7%
e il 18%, nonni e nipoti tra il 17% e il 34%, bisnonni e pronipoti tra il 4% e
il 23%, trisnonni e trisnipoti tra il 3% e il 12%. Oltre i trisnonni, il DNA
non ci dice quasi più nulla, mentre i registri parrocchiali continuano a dirci
molto di più».
C'è qualcosa che il DNA può rivelare e
gli archivi no?
«Sì:
se un figlio è davvero figlio biologico di quel padre. Magari negli archivi
parrocchiali è registrato come figlio di un certo signore, ma un confronto con
il DNA può rivelare che non lo è. Questo il DNA ce lo può dire; oltre a questo,
però, non ci può dire molto altro».
E i test commerciali che promettono di
scoprire le origini geografiche o etniche?
«Sono
test commerciali che sfruttano gli aplotipi, sequenze di polimorfismi che
passano da una generazione all'altra quasi in blocco e sono tipiche di certe
popolazioni. Sappiamo, per esempio, che un aplotipo prevalente in una regione
dell'Africa indica che, chissà quando, un antenato proveniva da lì. Ma quando
si arriva a dare "percentuali" di DNA legate a una popolazione,
onestamente ho qualche riserva: lì entriamo già in un ambito più commerciale. Il
problema è che in giro circolano anche test che promettono di orientare stili
di vita o abitudini senza una solida base scientifica: quando si arriva a
influenzare così la vita delle persone, andrebbe considerata con maggiore
attenzione anche la questione etica. Sono comunque test divertenti, che non
fanno male, ma noi come Unilabs non li facciamo: siamo un laboratorio di
analisi mediche e la genetica che pratichiamo serve per curare le persone, non
per la genetica ricreativa».
Di cosa si occupa il vostro laboratorio,
allora?
«Studiamo
i cromosomi: è la citogenetica. Esistono diverse malattie legate alle loro
alterazioni; la più nota è la sindrome di Down, causata dalla presenza di tre
copie del cromosoma 21. In Ticino ci concentriamo soprattutto sui tumori del
sangue: individuare le alterazioni cromosomiche permette al medico di affinare
diagnosi, prognosi e terapia».
