Perché nel Mendrisiotto si va a pregare in vetta?

Il luogo del contatto verticale tra umano e divino, il punto più vicino al cielo e a tutto ciò che può rappresentare, o il luogo di incontro tra il cielo e la terra. Lo rappresentano le montagne, sin dall’antichità e in tutte le culture e credenze religiose. Una spiritualità che, alle nostre latitudini, si esprime e materializza, se così possiamo dire, nell’edificazione di luoghi di culto in altura, in posizioni privilegiate, là dove non si può essere più vicini al cielo.
Gli esempi in Ticino sono innumerevoli. C’è però una regione, che in una superficie limitata e non prettamente alpina, ne presenta in alto numero. Probabilmente non a caso, visto che nel Mendrisiotto e Basso Ceresio spuntano le prime montagne, dopo chilometri e chilometri di pianura Padana. Là dove finalmente si poteva ascendere, si è sentita la necessità di creare luoghi in altura per sentirsi vicini al cielo.
Vi portiamo alla loro scoperta. O almeno alla scoperta di alcuni di essi, consapevoli che l’elenco non è esaustivo e che alcuni sono così antichi da non avere certezze sulle loro origini.
Il San Giorgio e gli eremiti
Probabilmente è la più nota, e forse anche la più antica. La chiesetta con rifugio (o romitorio) in vetta al San Giorgio sorge in posizione certamente privilegiata. Per il panorama che si gode da lassù, ma anche perché sorge esattamente al culmine della salita. Più su non si può andare, tanto che l’ultimo tratto di sentiero prima della vetta - noto come «pratone» - è parte dell’esperienza: l’ultima fatica prima dell’obiettivo. Una data precisa della sua costruzione non è nota, ma insieme al Patriziato di Meride e al libro «I caraduu da Mérat» di Gianfranco Albisetti abbiamo potuto ricostruire parte della sua storia. La prima testimonianza scritta dell’esistenza della chiesetta è del 1578, citata negli atti della visita pastorale di Monsignor Giovanni Francesco Bonomi vescovo di Como. Era un’aula «gemina» e proprio il vescovo Bonomi pretese che «delle due nicchie che sono in mezzo alla facciata se ne faccia una grande et in mezzo si trasporti l’altare di San Giorgio». Ma a quel tempo la chiesetta aveva già almeno tre secoli, il Beato Manfredo Settala, eremita sul San Giorgio, vi trovò infatti rifugio prima di morire tra le sue mura nel 1217 (se non della chiesa, di una struttura che usò come dimora).

La chiesetta venne ampliata, con il romitaggio, da Giovan Antonio Oldelli tra la fine del 1600 e l’inizio del 1700. Lo stesso Oldelli vi trascorse gli ultimi anni di vita, isolato sulla montagna, da eremita. Vissero sul monte anche altri eremiti, Albisetti nel libro scrive «molti», tra loro anche Fra Giovan Antonio Borgnes di Montagrino Valtravaglia (nel 1720).
Malgrado le sue origini siano avvolte da un po’ di mistero, ciò che è certo è che il luogo e la chiesa sono molto amati. E curati. Restauri e rinnovi sono stati più volte realizzati (negli anni Settanta e Novanta del secolo scorso, ma anche nel 2019-2020) grazie a volontari, raccolte fondi e a una commissione che si cura proprio dell’edificio in vetta. Una delle prove dell’attaccamento al monte è la festa annuale in vetta, organizzata sia dai parrocchiani di Riva San Vitale (la terza domenica di maggio) sia da quelli di Brusino e Meride (il lunedì di Pentecoste).
San Martino e i suoi privilegi
Sorge sulla vetta di un promontorio anche l’oratorio di San Martino, in territorio di Morbio Superiore, un oratorio-chiesetta dedicato al vescovo Martino di Tours (celebre per aver donato metà del suo mantello a un mendicante). È un edificio romanico risalente forse al XII secolo ma di fondazione altomedievale (origini indicate sul terreno esterno da delle piode). Fondazioni che lasciano pensare che a quel tempo la zona fosse utilizzata per la sua posizione strategica e per osservare le vie di comunicazione. È stato ampliato a più riprese e oggi è formato da un’aula rettangolare (la chiesa) e corpi sul retro aggiunti successivamente (nel 1865 e nel XVIII-XIX secolo). A contraddistinguere l’oratorio è un’«esclusiva»: custodisce una lapide marmorea funeraria epigrafata di Eutarico (console nel 519), ornata di croce, colomba e motivi geometrici, della prima metà del VI secolo. Si tratta dell’unico reperto dell’età gota ritrovato finora in Ticino.

Cosa dire della sua posizione? «Il panorama da San Martino, tra i più belli del mondo», per usare le parole di Karl Viktor von Bonstetten, supervisore dei landfogti che visitò le zone della Breggia tra la fine del Settecento e l’inizio dell’Ottocento (e a cui siamo riusciti a risalire grazie all’aiuto del Museo etnografico della Valle di Muggio). Da una parte le Alpi, dall’altra il lago di Como e la pianura Padana e la Madonnina del Duomo di Milano. Ultima curiosità: anche lì si celebra una festa annuale: l’ultima domenica di agosto.
Osservare da Sant’Agata
Sorge in posizione a dir poco privilegiata anche l’oratorio di Sant’Agata, in territorio di Rovio e in cima all’omonimo colle. La sua esistenza è documentata sin dal 1213. Informazioni precise sulla sua origine non ve ne sono, ma la sua ubicazione privilegiata e dominante il lago Ceresio e il territorio in direzione di Varese fa supporre che fungesse da punto di osservazione militare alto medievale. Un punto che probabilmente si inseriva in un’articolata rete di torri e vedette segnaletiche (tra cui forse anche il colle di San Martino) che interessavano tutta la regione del Seprio (una regione storica della Lombardia che inglobava parti delle attuali province di Varese e Como) e di cui facevano parte anche Sant’Agata a Tremona, la cima del San Giorgio e il San Salvatore. L’oratorio si distingue per la sua forma absidale, semplice ma elegante.

L’oratorio voluto da Pietro Maggi
Ha una data e un a motivazione certe l’edificazione dell’oratorio della Madonna di Loreto, a Bruzella (o dello Zocco). Le sue origini sono da ricondurre alla fine del XVI secolo e la sua funzione fu da subito devozionale (venne benedetto nel 1641). Lo spiega Ivano Proserpi nel volume «Finestre sull’arte» curato dal MEVM: l’edificio sacro sorse «per volere del bruzellese Pietro Maggi, sepolto all’interno dell’oratorio, il cui nome è inciso su di una piccola lapide di sarizzo posta sul pavimento accanto al gradino di accesso al minuto coro». E sorse su quel colle, si spiega, per la sua posizione: da una parte l’alta Valle di Muggio, dall’altra la Valle della Crotta e in basso la parte inferiore della Valle di Muggio e il Varesotto. Ma era anche ubicato lungo le vie di comunicazione verso le selve castanili e il Monte Bisbino, in una posizione che permetteva ai viandanti una preghiera alla Madonna di Loreto. Accoglie anch’esso una sagra, ogni anno a inizio settembre, che include anche una processione verso l’oratorio percorrendo l’antica Via Crucis che collega l’oratorio con Bruzella.

Il Castelletto, e forse il castello
L’ultimo edificio sacro in posizione prominente di cui vogliamo parlarvi è quello che probabilmente è il più grande della regione: il santuario della Madonna del Castelletto, a Melano. L’odierno santuario barocco fu costruito tra il 1633 e il 1637 dove prima sorgeva un oratorio «forse di origine tardomedievale, a cui avrebbe potuto appartenere l’affresco quattrocentesco di scuola seregnese raffigurante la Madonna del latte con i Santi Bernardo e Apollonia dell’altare», si legge nel volume dedicato a Melano di Lucia Pedrini Stanga. In mancanza di documenti ufficiali si tratta di un’ipotesi, proprio come quella «secondo cui l’affresco proverrebbe dalla cappella dell’antico castello distrutto nel 1340 in seguito ad uno smottamento di quel versante del Monte Generoso». Ma si ipotizza anche che in quel luogo nel XII secolo venne eretto un edificio fortificato, come punto di controllo del Ceresio.
Torniamo alle origini del santuario, legate ad apparizioni miracolose della Madonna in quella zona. «Accertata la veridicità dei miracoli» (su tutti la guarigione di una bambina di Capolago quasi cieca e la lacrimazione della Madonna del latte, ndr) - così ancora Pedrini Stanga - la fondazione del santuario «fu approvata dalle autorità in tempi record»Il

L’elenco, come detto, non è esaustivo. Gli esempi di edifici sacri in posizioni privilegiate in una porzione di territorio limitata come il Mendrisiotto sono davvero numerosi. A titolo di esempio possiamo citare l’eremo San Nicolao, il santuario sul Bisbino, la chiesa di San Silvestro a Meride, l’oratorio di San Rocco ad Arzo, la chiesa di Sant’Agata a Tremona, l’oratorio di Sant’Antonio da Padova al Gaggio di Cabbio e l’oratorio di Santo Stefano a Pedrinate.
"È la storia delle fatiche dei nostri avi, e del desiderio di silenzio"
Rinomato architetto, profondo conoscitore del territorio, nato e cresciuto nel Mendrisiotto, ma anche «papà», architettonicamente parlando, di numerosi edifici sacri ai quattro angoli del Mondo, dalle chiese di Mogno e sul Monte Tamaro, a moschee, cattedrali e sinagoghe in Cina, Francia o Israele. Così come «papà» di strutture sorte in luoghi discosti, in alcuni casi in alta montagna (e in alcuni casi di natura sacra). Chi meglio di Mario Botta può parlarci del ruolo degli edifici sacri per una comunità e di cosa comporti progettare in alta quota?
Perché nel Mendrisiotto e Basso Ceresio c’è una tale concentrazione di edifici religiosi in luoghi prominenti? Gli chiediamo per prima cosa. «Io ho una mia idea - esordisce l’archistar - che è legata alla condizione geografica e orografica della regione. Nel Mendrisiotto iniziano le Alpi con colline e alture su cui poteva salire facilmente anche la gente comune. Sulle vette di questi monti e colline infatti troviamo quasi sempre un atto di devozione. La cultura popolare ha indicato fin dai tempi remoti che sulle montagne c’è una condizione particolare di pausa, di silenzio e meditazione che porta alla devozione. Una condizione laica che viene declinata come spirituale. Anche gli alpeggi di una volta avevano questo bisogno». Un bisogno che si materializzava nella costruzioni di spazi per il sacro, dove potersi sentire più vicini al cielo e a tutto ciò che rappresenta. «La conformazione del territorio del Mendrisiotto e Basso Ceresio credo abbia un ruolo determinante nella spinta ad avere tutti questi oratori che talvolta diventavano complemento alla chiesa parrocchiale che si trovava più in basso».
Ricordi di esperienze «verso l’alto»
Il nostro interlocutore ha ricordi ancora molto nitidi di episodi della propria infanzia legati a questi luoghi di culto in altura. «In passato era una forma di devozione - ci spiega infatti - avere anche la processione, una volta l’anno, che dalla chiesa parrocchiale raggiungeva l’oratorio in altura. Io da bambino ho preso parte a diverse di queste processioni, ad esempio da Melano verso il Castelletto. Erano momenti di spiritualità suggeriti dalla condizione del territorio, in una regione come il Mendrisiotto molto esposta alla luce mediterranea il gioco è subito fatto».
Ciò che ricordiamo bene noi è che quando qualche anno fa fu inaugurato il Fiore di pietra sul Monte Generoso, Mario Botta e gli altri addetti ai lavori parlarono molto della difficoltà dell’edificare ad alta quota, anche al giorno d’oggi e anche in un luogo che viene raggiunto da un trenino a cremagliera. Gli chiediamo quindi qualche considerazione sulle implicazioni e sul significato dell’edificare ad alta quota secoli e secoli fa. «Veniva fatto tutto a dorso di mulo passando dai sentieri, non per niente il nostro territorio è ricco di mulattiere. Anche questa era una forma di scoperta, e poi c’era il sacrificio che riempiva l’animo», racconta Botta riferendosi alle fatiche di trasportare e costruire in quota come un’offerta a Dio. «Mi piace pensare - conclude l’architetto - che ci sia una componente che lega la storia delle nostre valli e dei nostri sentieri. Non nascono per niente, c’è sempre una ragione funzionale che li lega a una storia. La storia delle fatiche dei nostri avi. È bello pensare che è così, oggi che tutto è possibile».
