Perché parliamo tanto di denaro?

Nella nostra società si parla moltissimo di denaro. Eppure ognuno di noi ha un approccio molto diverso rispetto a questo aspetto della vita. Per alcuni i soldi sono un tema difficile, che suscita ansietà e insicurezze, mentre per altri sono meno problematici. Per questo è importante riflettere sul significato profondo che il denaro ha per ognuno di noi. Ed è quanto si propone di fare Manuela Pagani Larghi, economista e counselor che da anni studia e si occupa della nostra relazione con il denaro, proponendo percorsi individuali, per imprenditori e imprese come pure laboratori di gruppo.
Signora Pagani Larghi, ci può brevemente raccontare cosa la ha portata ad occuparsi di questo tema?
«Il tema della nostra relazione col denaro mi interessa e mi appassiona da moltissimo tempo, da quando ho scelto di studiare economia. Ho lavorato per quindici anni nel salottino di banche, come consulente e «confidente» di gente facoltosa».
E cosa ha notato?
«Ho notato che le persone felici non sono le più ricche. Quello che mi spinge a esplorare questo tema sono delle domande vive in me, quali per esempio: «Come può uno strumento sociale, originariamente nato con una funzione specifica (agevolare gli scambi), rappresentare cose così diverse per ciascuno di noi e così profonde e intime da aver «paura» di parlarne? Cosa guadagneremmo nel far fluire le risorse verso i bisogni in modo compassionevole?».
Cosa è allora il denaro?
«Il denaro, dal punto di vista psicologico, è una storia che ci raccontiamo e che si autorealizza. Ha origini lontane e spesso non ne abbiamo memoria. È proprio nel modo in cui ci rapportiamo al denaro, spesso inconsciamente, che questo passato si fa presente: nella forma di «traumi o fortune» di popoli, di famiglie, individuali. Semplificando, possiamo dire che ciascuno di noi proietta sul denaro delle parti di sé che ha separato, a partire dalla nascita, a seguito di vicende ed esperienze famigliari e in funzione del contesto culturale nel quale è cresciuto».
Può farci un esempio?
«Generalizzando, possiamo per esempio affermare che per qualcuno i soldi sono «sicurezza» e quindi ha paura di perderli e tende continuamente a risparmiare, proprio perché oltre a un certo livello il denaro non può offrire sicurezza. Per altri, il denaro rappresenta successo e benessere, per questo motivo vivono nell’ossessione di doverli incrementare. Per altri il denaro è legato a colpa o tradimento, allora sono portati a respingere e a tenere il denaro lontano da sé».
Perché è importante lavorare sulla relazione col denaro?
«La mia tesi, sovversiva e liberatoria, è che le idee e credenze che abbiamo introiettato sul denaro condizionano e danno forma alla nostra realtà e che il denaro può non essere l’unica strategia che abbiamo a disposizione per soddisfare i nostri bisogni. Quindi, se esistono altre strategie, è importante scoprirle e portarle alla luce, renderle consapevoli. Prima ancora però, abbiamo bisogno di capire quelle strategie quali bisogni soddisfano e quali no. È un vero e proprio viaggio di autoconoscenza, che ci mette «a nudo» rispetto alle nostre credenze cristallizzate e alle nostre paure più profonde».
Cosa può emergere da questo «lavoro»?
«Per esempio, io posso essere convinta che “se ho successo sarò amata”». E posso aver sviluppato nella vita la strategia che mi permette di soddisfare questa credenza e cioè impegnarmi al massimo per avere una posizione sociale di un certo tipo e guadagnare un certo ammontare di denaro. Fin qui tutto bene. Il problema potrebbe sorgere qualora il lavoro che svolgo e le ore trascorse in ufficio non nutrono i miei bisogni (altrettanto importanti e vivi in me in questo momento) per esempio di comunità, di armonia, di senso».
Come uscirne?
«Occorre mettere a fuoco quali bisogni la nostra strategia «cristallizzata» non nutre, cercando di esplorare altre strategie possibili per soddisfare il nostro bisogno iniziale (essere amati). Così potremo veramente compiere un viaggio di liberazione e trasformazione interiore e avvicinarci alla realizzazione di una vita piena».
Cosa propone quindi per chi vuole lavorare su questo tema?
«Per quanto concerne la facilitazione di persone e gruppi, oltre a servizi personalizzati organizzo con cadenza regolare dei laboratori sia di poche ore - i Money Coaching Circle che utilizzano l’intelligenza collettiva per trasformare credenze e sviluppare nuove strategie rispetto a delle sfide sul denaro - sia laboratori su giornate intere come il Money Game (spesso insieme al collega Paolo Fedi, uno dei maggiori conoscitori di Theory U nel mondo italofono). Per maggiori informazioni vi invito a guardare il sito www.ilcuoredeldenaro.ch. Parallelamente, insieme a un gruppo di esploratori guidati da Alberto Gallo, stiamo sperimentando un prototipo di comunità chiamato Economia Madre e che vuole ripensare un tipo di economia in cui le risorse fluiscono verso i bisogni senza richiedere l’utilizzo di una «moneta» come la intendiamo oggi».
In che modo possiamo ripensare il denaro come strumento di interconnessione sociale?
«In questo periodo sto approfondendo il lavoro di Will Ruddick e di altri autori e sto integrando la Comunicazione Non Violenta. Quello che mi appare sempre più chiaro è che il denaro è una delle possibili strategie per coordinare le risorse e farle fluire verso i bisogni. Ci sono altre strategie e quelle che mi interessano di più sono quelle fondate sull’empatia. Il denaro è una tecnologia umana, è stato disegnato in un modo che sta mostrando i suoi limiti».
Quali limiti?
«Il primo è che cancella qualsiasi traccia di relazione, di memoria umana. Si può cambiare il disegno del denaro, renderlo una tecnologia migliore per creare bene comune. Perché per sentirci al sicuro e amati serve altro. A me questa idea di andare oltre il denaro e trovare strategie alternative per muovere le risorse verso i bisogni com-muove e apre a un senso di libertà e di possibilità nuovi per noi… e questo può fare paura»
Ultimamente il denaro digitale rende gli scambi più impersonali e asettici. In che modo potremmo recuperare l’umanità del gesto concreto del dare e del ricevere, che arricchisce le relazioni?
«Penso che l’idea sia proprio quella di riappropriarci di spazi di cura, di crescita ed educazione, di gioco, di dono, che non siano più dipendenti dalla disponibilità di denaro bensì dalla capacità (che abbiamo bisogno di allenare) di vivere in connessione con gli altri, in una logica di comunità invece che di separazione. Will Ruddick, per esempio, parla di «comunione di impegni», un micro sistema economico comunitario, in cui le persone decidono e tengono traccia di quali risorse (impegni) sono diposte a mettere a disposizione della comunità (conoscenze, cura, ospitalità, servizi vari, cibo…), non come transazioni, ma come relazioni, attraverso un registro condiviso. Lo scopo non è misurare il valore (che viene co-deciso), quanto piuttosto ricordare chi ha dato, chi ha ricevuto e come il ciclo della cura reciproca possa rigenerarsi».
